La tua parte

Una mano ti posa in un angolo
e tu ti sollevi, cominci
a farfugliare la tua parte
nella cornice odorosa
di una finestra, o sotto l’arco
festoso di un carosello: che tutti
vedano che esisti e che oscilli
a ogni nodo di vento e di gola;

o in pantofole, il calzino bucato
sul tallone, o mentre dormi,
orini o lavi i denti, come tutti.
Se non avessi il corpo
esposto ai nostri sguardi
saresti puro ed essenziale,
al sicuro nel confine rosato
di un sogno, inespresso, o nel limbo.
Ma sei impastato di terra e di cielo
e di inferno e segui la carena
del tuo naso o di un pensiero fallace
che ti esalta, per l’immagine
di te vera o falsa, e del mondo.
Come un geco stazioni
nella vastità ridicola d’un muro
o di un soffitto che credi infinito.
O minuto come polline voli
nella buona stagione
dimentico di te, leggero
fino al biancore invernale
quando, fiero il sorriso
più dritti la schiena e il bastone,
consumato attore ti defili.

19 aprile 2007 (inedito)

8 pensieri su “La tua parte

  1. Antonio Fiori

    Col suo serrato ragionare, il poeta ci ricorda la nostra parte (già nel titolo si rivolge al lettore con forza e sicurezza: la TUA parte); smaschera il “pensiero fallace” che illude ed “esalta”, evoca il nostro nucleo spirituale,”puro ed essenziale”, con vista atemporale, ci vede arrivare alla meta, consumati attori, ancora capaci di un ultimo bluff (“più dritti la schiena e il bastone”) prima di defilarci definitivamente.
    Grazie a Giovanni, per questa poesia così ricca e così stilisticamente armoniosa.
    Antonio

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  2. elena f

    l’immagine del geco mi ricorda quella della rana che abita nel pozzo e crede che il cielo abbia il confine del suo contorno perchè non ha mai osato gettare lo sguardo oltre…

    lo sguardo oltre è quello che ci conduce a dare vita anche a questa sarx,al mondo, sostegno al nostro pensare e vivere, fosse anche solo per guardarlo come un immenso inesauribile domanda.

    grazie

    saluto tutti

    elena f.

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  3. Giovanni Nuscis

    @ Antonio. Il poeta non può ricordare la nostra parte, neppure a sè stesso dovrebbe; navigando egli a vista, solo, rischiando di caricare acqua nello scafo; ognuno intuisca la sua, di parte, e vada, se ci crede davvero, con passo di lepre o cammellato; diritto suo sacrosanto;

    @ Elena. E’ come dici. Il geco non va oltre il soffitto – come la rana non va oltre il perimetro del pozzo – oltre le sue verità che spesso ha la bella pretesa di imporre agli altri. Ma al di là della presunzione, l’umana finitezza nessuno esclude, neppure chi guarda all’assoluto, neppure a chi si stacca, e di molto, dall’aura mediocritas. Il tempo tutto inghiotte, di era in era; è solo, appunto, questione di tempo…
    E allora la nostra parte, forse, può essere proprio l’umile e coraggiosa adesione -anche se dolorosa, se non tragica- a ciò riteniamo dia più senso al nostro esistere: se ci sarà dato di intuirlo, ovviamente (e non è poco!), magari in un attimo di chiaroveggenza, per dirla con Mann. O in un accesso di narcisismo, da scontare con l’impegno d’una vita.

    @ Antonio ed Elena. Forse ciò che conta, da ultimo, è la schiena dritta, la consapevolezza di aver interpretato la migliore delle parti.

    Un caro saluto a entrambi

    Giovanni

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  4. alivento

    interessante poesia, Giovanni e bella

    Bellissima la tua risposta ad Elena: “l’umile e coraggiosa adesione -anche se dolorosa, se non tragica- a ciò riteniamo dia più senso al nostro esistere”
    “la migliore delle parti” che poi sarebbe anche un richiamo alla dignità di ogni ruolo che nella vita siamo chiamati ad interpretare.

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  5. fabry2007

    “Una mano ti posa in un angolo
    e tu ti sollevi”.

    l’alterità, alla fine, ci segna sempre, come un buco nel calzino, di cui ti accorgi regolarmente dopo. Montale parlava dell’anello che non tiene, ma è anche, semplicemente, una dimenticanza, il rendersi conto che la tua gestione fa acqua, inevitabilmente. è bello accorgersi di avere bisogno, che la tua azienda non è perfetta, che il piatto con cui chiedi l’elemosina ha un orlo sbrecciato da cui cadono i soldi, e ti ritrovi più povero di prima.
    grazie, Giovanni.
    fabrizio

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  6. Francesco Marotta

    Un testo che continua a parlare dentro, fermo e incessante, proprio nel momento in cui, smessa la lettura, sembra tacere. E, forse, il senso della poesia è proprio nella quantità di spazio che i versi, come semi, sanno ritagliarsi in noi: fino ad abitarci, a ferirci e a fiorirci per sempre.

    fm

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  7. mariapia

    Sì, sta fermo ee incessante, come dice Francesco,il tuo testo – Giovanni!(sono stata molto via dagli amici, da tanti luoghi, per dolore, e per altro)
    Anche il commento di Fabrizio è bellisssimo, lungimirante.
    Ti saluto, Giovanni!
    Maria Pia Q.

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  8. Giovanni Nuscis

    Alivento, Fabrizio, Francesco, Maria Pia, Antonella: GRAZIE. Vi dico solo (per non essere ermenueuta di me stesso)che questa poesia nasce anche dalle vostre parole, dal campo elettrico che esse creano (-in cui ogni polo però, dico convintamente, è positivo!-) e coi normali sbalzi di tensione che molto, io credo, muovono e accendono in noi, e in chi ci è accanto.
    L’alterità, alla fine, ci segna sempre…, come giustamente osserva Fabrizio.

    Giovanni

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