Anno A
[Gv 20,19-31]
?Abbiamo lasciato il sepolcro vuoto, inquietante assenza, per incontrare, oggi, una nuova presenza.
Le apparizioni del Risorto sono l’espressione di una fede pasquale lenta e progressiva. Essa richiede un travaglio, un forte lavoro simbolico fra la visione della pietra rimossa e quella del Signore elevato.
Quanta corporeità c’è in questi versetti di Giovanni.
Vedere, toccare.
È strano come chi vede abbia bisogno di toccare. Come se la vista non bastasse, come se la vista potesse ingannare.
È il cieco, infatti, che ha bisogno di toccare per vedere. I suoi occhi sono sulle sue mani. I suoi occhi sono le sue mani. (Derrida in “Memorie di cieco”).
Sono le mani il tramite con la realtà. Senza di esse , il cieco è tagliato fuori.
Le mani e l’udito. Ascolta e tocca il cieco.
Tommaso ha visto, ma non gli basta. Ha bisogno di toccare.
A differenza di chi sa di essere cieco, Tommaso vorrebbe fidarsi della sua vista, ma si rende conto che essa è insufficiente a determinare un giudizio sulla realtà che sta vivendo. Egli ha bisogno di toccare. Alla fine, però, è la vista ad essere riassuntiva dell’esperienza; “Tu hai visto e hai creduto”.
[“Abbiamo visto il Signore”. “Venne Gesù”, ma essi vedono il Signore. Il verbo usato in greco (il perfetto di Orào) indica una azione svoltasi nel passato i cui effetti perdurano nel presente. “Abbiamo visto”, dunque, ma, in qualche modo, continuiamo a vedere. ]
“La forma di scrittura che mette in scena il Risorto e i discepoli non è l’esibizione di un oggetto nei confronti del quale la fede è assimilata alla paura di perderlo. Essa è la manifestazione di chi, chiedendo una risposta possibile, affranca questa risposta da ogni necessità. Da questo punto di vista, il racconto della risurrezione appare come forma narrativa di chi fonda la fede come libertà. Non la libertà di credere o di non credere – che sarebbe ancora porre il problema in termini di opposizione duale – ma la scoperta che credere è l’affrancamento stesso dalla necessità di credere” (B. Van Meenen)
La fede di Tommaso non è meno profonda di quella di “chi crede senza vedere” e chi crede senza vedere non è migliore di Tommaso. Entrambi hanno scoperto (ed è qui la fede) che credere non è un atto necessitato da nulla. Non solo: hanno scoperto che credere non è necessario. È pura libertà.
Nell’atto di fede di Tommaso c’è la sua storia, non solo il riconoscimento del Crocifisso nel Risorto.
“La risurrezione significa l’inimmaginabile apparizione dell’alterità, ove la differenza radicale dell’Altro non costituisce ostacolo alla sua prossimità e dove questa non fa alcuna violenza alla sua differenza” (B. Van Meenen).
Vedere e Toccare il corpo del Risorto.
La prima lettura ci propone i “luogo” di questo incontro, in cui ci è possibile “toccare” il corpo del Risorto: la comunità, primo frutto della risurrezione, primo frutto dello Spirito.
Questa si pone come l’ambito in cui la concretezza della risurrezione è tangibile. “Vivevano insieme e tenevano ogni cosa in comune”. Questo è il sacramento del Risorto. Questo è il suo corpo da toccare e in cui e per cui vivere la propria fede pasquale.
Per questo, uomini e donne “hanno lasciato casa e campi, padre e madre, fratelli e sorelle”, tutto ciò che avevano, tutto ciò che erano. Qui è possibile cercare il superamento dell’Io in un Noi. Qui, ognuno è restituito a se stesso, con il vero suo volto. Qui, si sperimenta la risurrezione.
Nella “gioia e nella semplicità di cuore”.


Riflessione (con il riferimento a B. Van Meenen) molto profonda. Ma, a mio modesto avviso, non bisogna avere troppo timore delle “opposizioni duali”, che sono sempre meglio delle sintesi totalizzanti, teologiche o hegeliane che siano. Chi è attratto dal “forte lavoro simbolico” è attratto dalla dimensione esoterica dei Vangeli, perché questo lo aiuta a capire se stesso, e lo stesso accade per chi invece è attratto da una lettura più psicologica e personalizzante. Non si tratta di “scegliere” una lettura, ma di capire che cosa ci sta attirando come una reazione rivelatrice della nostra interiorità. Solo così il singolo/a può capire meglio se stesso/stessa –– e accettare meglio l’altro, con la sua diversa reazione.
Grazie. Forse il vero timore era togliere il senso della complessità . Il che risulterebbe castrante per ogni possibilità ermeneutica. Grazie davvero.
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Sottolineo solamente l’effetto “pratico” della resurrezione: “Vivevano insieme e tenevano ogni cosa in comune”.
Tu sai che cosa voglia dire per noi “vita comune “