Fare un passo (e cambiare l’alfabeto)

di Raffaela Fazio

 

  1. Il passo in avanti: per superare la delusione

 

A ben riflettere, la persona, la cosa che ci delude non è responsabile del sentimento che noi proviamo. Il sentimento è “nostro”.

Quando ci rendiamo conto di questo, ecco allora che spesso ci sentiamo in colpa. In colpa perché non abbiamo guardato con sufficiente attenzione chi/cosa ci stava davanti, perché abbiamo visto ciò che volevamo vedere, perché, insomma, non siamo stati in grado di valutare in modo obiettivo la situazione senza lasciarci influenzare dai nostri desideri. 

Certo, uno sguardo lucido aiuta. In qualsiasi rapporto, sarebbe bene non percepire l’altro come azionato da meccanismi interni uguali ai nostri e sarebbe sano non pensare che tali meccanismi trovino un unico canale di espressione. Ma, anche se ci sforziamo di ripulire il nostro sguardo, rimane il fatto che siamo esseri complessi, animati da aspettative. 

La nostra stessa natura in tensione costante verso ciò che ci sfugge ed il mistero insito nella realtà a noi esterna (che si tratti di una persona o di una circostanza) rendono l’esperienza della delusione quasi inevitabile. Ma, proprio perché essa fa parte del nostro modo così umano di essere, non serve né esorcizzarla né inscriverla all’interno di un sistema di colpe. 

La delusione arriva quasi sempre senza preavviso. Non possiamo impedirle di entrare in noi, ma possiamo incanalarla e trasformarla. Come? Forse facendo un passo in avanti. 

Per me, questo significa qualcosa di abbastanza elementare, che però non riesco a mettere in pratica quanto vorrei. Nel momento in cui avverto delusione, so che è perché non trovo ciò che mi ero aspettata di trovare. Ma invece di prendere atto di quel che manca e fare un passo indietro, dovrei dirmi che il vuoto non esiste e che si tratta solo di capire cosa c’è al posto di quel qualcosa che pensavo di incontrare. Se non c’è una cosa, ce ne è un’altra. E quest’altra può essere ancora più stimolante. Basta lasciarsi sorprendere. È così che la delusione può trasformarsi paradossalmente in opportunità. 

Il nostro interlocutore non risponde nel modo in cui speravamo? Non allontaniamoci, ma continuiamo a prestare attenzione. E forse scopriremo la parola o il gesto che ci indicano l’esistenza di un altro percorso. Non osserviamo la situazione solo frontalmente, ma giriamole un po’ intorno, anche di pochi gradi. 

Vorremmo più intraprendenza in una persona e non la troviamo? Se continuiamo a camminarle accanto potremmo scorgere in lei pazienza, lungimiranza… Vorremmo più apertura? Guardiamo oltre e magari scopriremo dedizione. Ci aspettiamo più dolcezza? Troviamo ironia. Più ironia? Incontriamo generosità. Pensiamo che non ci sia abbastanza comunicazione? Se usciamo fuori da noi stessi sarà forse più facile vedere che nell’altro il desiderio di contatto c’è: è semplicemente là dove non siamo ancora stati. 

 

  1. Il passo indietro: per accettare il limite

L’onestà è certamente la condizione sine qua non per ogni vero incontro con l’altro. Per entrare in un rapporto profondo, infatti, non comunichiamo semplicemente informazioni, spezzoni di conoscenza, ma comunichiamo noi stessi. Onestà, dunque, in primo luogo. 

Tuttavia, quando comunichiamo la nostra realtà, la comunichiamo nella sua verità ma mai nella sua interezza. Nella comunicazione è di fatti impossibile avere una contemporaneità di intensità e di complessità a livello delle molteplici sfaccettature che ci appartengono. Penso che sia importante non solo accettare questa parzialità naturale, ma anche apprezzarla nei suoi contorni.

Chi comunica con tutto il cuore, in tutta autenticità, spesso trova difficile fare un passo indietro. Questo accade in particolar modo con le persone che condividono parti importanti della nostra vita, che conoscono aspetti profondi del nostro carattere, magari anche quelli più vulnerabili. Con queste persone molto forte è la tentazione di un’identificazione. Più ci sentiamo vicini (soprattutto nell’amore) a qualcuno, più siamo spinti a credere che ci possa essere una coincidenza di pensiero e di intenzione, di desiderio e di volontà. Diamo per scontato il fatto di poter essere compresi pienamente. 

Ma, come noi non abbiamo i mezzi per attingere alla complessità dell’altro, così l’altro non è in grado di capirci nella nostra totalità. Non si tratta di cattiva volontà, ma di limite umano. La struttura interna è diversa, diversi sono i bisogni, diverso è il modo in cui percepiamo ed esprimiamo la realtà. L’amore rimane. Anzi, precisamente a causa di questa non-coincidenza, esso acquista un valore fondante: è l’unico vero ponte verso gli altri. 

Ma amare significa anche saper fare un passo indietro. Capire che, ad un certo punto, dobbiamo lasciare all’altro il suo spazio, uno spazio di cui non possiamo impossessarci, né a livello di azione, né a livello di comprensione. E anche noi dovremmo imparare a tenerci il nostro spazio, accettando la solitudine di alcune pieghe del cuore. Invece di sforzarci illimitatamente e di pretendere che gli altri facciano altrettanto, dovremmo riuscire a dire: “Va bene, fino a qui siamo arrivati; oltre non è più possibile. Non ti posso capire in questo, non mi puoi capire in questo, ma lasciamo che si formi un diverso alfabeto”.

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