I am a Man of Constant Sorrow

preso da Fratello, dove sei?, film di Joel ed Ethan Coen (2000).

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C’è un momento nel film dei Coen, quando Ulysses Everett McGill (George Clooney), piccolo truffatore dalla parlantina sciolta (e imbrillantinato “Dapper Dan”, fedele alla marca fino a rischiare la cattura pur di non rinunciarci), galeotto in fuga con i suoi compagni di catena (chain gang), per l’occasione improvvisatisi musicanti della buona tradizione popolare con l’improbabile nome di Soggy Bottom Boys, con tanto di barboni finti, accorre al microfono alle prime strofe di Man Of Constant Sorrow, una canzone popolare fortunosamente registrata in una radio locale durante l’evasione e divenuta, all’insaputa del gruppo, un grande successo, e davanti all’assolutamente imprevisto entusiasmo della sala piena guarda stupefatto la folla acclamante, si volta dietro verso i compagni di fuga con uno sguardo che esprime tutto il senso del film: che diavolo succede? Ce la caveremo? Comunque, diamoci dentro! E si lancia in una danza buffonesca. Il pubblico adora il clown buono. Un climax irresistibile, un pezzo di cinema da antologia.

È il momento in cui l’epos diviene azione corale. La sala è il luogo dove il viaggio degli sgangherati ulissidi termina e il pubblico letteralmente risolve in trionfo la matassa dei fili narrativi del film.

Folks don’t mind they’s integrated! alla gente non importa vedere insieme bianchi e neri, esclama stupito il vecchio politico, tutto calcolo e paternalismo, e coglie l’occasione.
You’s miscegenated!, “siete dei bastardi!” strepita fuori di sé, con la parola della segregazione, del codice penale razzista, il “nuovo” politico razzista/fascista/demagogo, convinto di avere con sé “la gente comune”, con ammiccamenti e urla, e per una volta esce di scena come davvero si merita, espulso dalla sala come spazzatura sociale e morale, in realtà solo perché ha interrotto lo spettacolo. Nessuno, in America, interrompa lo show!

L’intento pedagogico del film è palese: rivela che la chiave della creatività, della libertà americana è la convivenza e il mescolarsi di razze diverse. Un messaggio assodato che è più uno strizzare l’occhio allo spettatore, nella consapevole e ironica decostruzione delle strutture narrative dell’epica, delle storie di carcere e fuga, dei musical. Soprattutto nel rendere macchiette l’immensa tragedia dei conflitti razziali e la miseria nell’America della depressione, nel forzare un surreale happy ending che pare il film rivisto, ripensato, smontato e rimontato in un sogno.

L’ironia tuttavia non impedisce di sentire qualcosa simile a una certa nostalgia dei tempi della depressione e del fantasticato Sud rurale, dove abitano i prototipi della razza umana, e delle specie dei viventi. In questo senso, la ripresa dell’Odissea fornisce il materiale dei personaggi: Ulisse e compagni, le sirene, le metamorfosi, il ciclope, una Cassandra/Omero che prende la forma di un vecchio cieco che avanza lento commentando e vaticinando sulla ferrovia, una Penelope isterica che ha sette figlie e non ne vuole più sapere del marito. Il Mississipi in luogo del Mediterraneo: fattorie pignorate dalle banche, mucche e mitragliatrici, gangster maniaco-depressivi, movimenti evangelici, processioni, acqua e polvere, battesimi di massa nel fiume, seduzioni e sortilegi, politici astuti, croci fiammeggianti e incappucciati del Ku Klux Klan, un nero da linciare. E le gag del cinema muto.

Soprattutto tanta musica, che ogni buon pubblicitario sa associare ai “buoni tempi andati” (mai stati buoni, i tempi… anche questo è un trucco). Il bluegrass bianco dei monti Appalachi, il blues nero cresciuto nel Mississipi sulle radici strappate in Africa, le canzoni popolari dei contadini (country) e dei lavoratori, venute dall’Europa (e ti ricordi magari della sequenza dei madrigali, delle quadriglie, delle ballate…), le canzoni dei carcerati incatenati (chain gang songs). Ingredienti del calderone che ha cucinato l’esperienza musicale del Nordamerica.

T-Bone Burnett ha scelto le canzoni del film, tutte tradizionali e affidate a solidi e stagionati musicisti del circuito folk. Esperienza, furbizie, trucchi di produzione: pare di sentire il suono dei primi anni ’30, Dock Boggs (l’autore di Sugar Baby), Blind Lemon Jefferson, Robert Johnson, Mississippi John Hurt, gli artisti della Anthology of American Folk Music, tutte vite non facili. Questo film è stato poi al cuore di un piccolo revival in America della musica popolare più autentica, folk, blues, bluegrass, gospel.

I am Man Of Constant Sorrow fu scritta da Emry Arthur negli anni ’20 (prima incisione nel 1928). Arthur, che accompagnò Dock Boggs alla chitarra nel 1929, non poteva suonare certi accordi perché una pallottola di fucile gli aveva trapassato la mano. Dock Boggs da giovane aveva visto uccisi un fratello e un suo maestro di scuola, e per tutta la vita fu ossessionato dall’idea di ammazzare.
Nel film il pezzo è cantato da Dan Tyminski, che fu premiato per questo con un Grammy Award.

In constant sorrow all through his days.

I am a man of constant sorrow,
I’ve seen trouble on my day,
I bid farewell to old Kentucky,
The place where I was borned and raised,
The place where he was borned and raised.

For six long years I’ve been in trouble,
No pleasure here on Earth I’ve found,
For in this world I’m bound to ramble,
I have no friends to help me now,
He has no friends to help him now.

It’s fare thee well, my only lover,
I never expect to see you again,
For I’m bound to ride that Northern railroad,
Perhaps I’ll die upon this train,
Perhaps he’ll die upon this train.

You can bury me in Sunday valley,
For many years where I may lay,
And you may learn to love another,
While I am sleeping in my grave,
While he is sleeping in his grave.

Maybe your friends think I’m just a stranger,
My face you’ll never see no more,
But there is one promise that is given,
I’ll meet you on God’s Golden Shore,
He’ll meet you on God’s Golden Shore.

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