[Is. 25,6-10a; Mt. 22,1-14]
“Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto, finché non trovi in te il suo riposo”
Così, s. Agostino.
Che altro è l’invito alla festa di nozze, se non questa inquietudine da cui siamo abitati?
Ad ognuno è rivolto l’invito. Ognuno lo percepisce e lo intuisce. Non c’è data, non c’è ora, ma l’invito alla festa è talmente presente che anima, in un modo o nell’altro, tutto lo svolgersi di una vita.
La consapevolezza di questo invito, poi, accende il desiderio. Qui è il discrimine di un’esistenza: acconsentire a questo desiderio o farlo tacere. Accettare l’invito o respingerlo, o far finta di nulla.
Abbiamo i nostri affari, siamo presi dalle nostre occupazioni, ma potranno affari ed occupazioni rispondere alla prepotenza del desiderio che inquieta? Potrà la sazietà che mi viene dalle cose soddisfare la fame di infinito che solo nell’infinito potrà essere soddisfatta?
Il banchetto a cui siamo invitati non è per la fame possessiva di cose, ma per fare festa per le nozze.
Il cibo che ci viene offerto è per una alleanza, per una relazione. Obbliga a lasciare le proprie case, ma anche le proprie cose, per entrare in una dimensione in cui non è importante null’altro se non la relazione. È qui che si vive la festa delle nozze. In questo spazio non dato, che solo il desiderio riconosce, in cui la mia identità si manifesta nell’incontro.
L’invito alla festa non parte dalla frustrazione dei miei desiderata,oggetti di desiderio non realizzato; non nasce nei meandri dei miei fallimenti, ma si origina lì dove ogni desiderio nasce, dalla scaturigine prima che sempre si sottrae allo sguardo e all’abbraccio, ma che si promette come fedeltà nuziale. Per questo, accettare l’invito non è facile. Per quanto obbedienti ad un desiderio che è più nostro di noi stessi, ci troviamo nell’angoscia di chi intuisce la via, ma sente di non avere buone gambe per camminare. Non importa. La fedeltà si costruisce giorno per giorno, fino a diventare un habitus. Sarà questo l’abito della festa che ci verrà chiesto. Null’altro. È un abito che riveste tutto ciò che siamo e che manifesta ciò che è nascosto. Ha l’abito della festa chi fa della fedeltà al proprio desiderio il filo conduttore di una relazione che ha oltre noi stessi il suo inizio e la sua fine. Solo questo viene richiesto per partecipare alla festa. Non conta quello che diciamo buono o cattivo. Conterà solo avere l’abito, l’essersi lasciati abitare dall’infinità del desiderio che oggi ci inquieta e che sarà lampada ai nostri passi e luce sul nostro cammino, verso una gioia piena e una dolcezza senza fine.
Fecisti nos ad Te, et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in Te (Agostino, Confessioni 1,1)


Solo un lungo Silenzio tra le onde del mare che non muoio no mai e il profumo di terra bagnata ci lasciano percepire la poesia che scatena la sindrome di Stendhal