Credo nella poesia, nella sua forza mite, nella sua capacità di ridestare in noi il senso di un’origine, un senso che le logiche spersonalizzanti del mondo sembrano voler eclissare dal nostro orizzonte. Credo nella sua forza di vigilanza, quasi di profezia, nel suo sguardo che tutto riflette, senza che nulla riesca veramente a definirla o ingabbiarla in pretese concettuali; credo nella poesia perché credere in essa significa coltivare la prospettiva della speranza e della continua rinascita interiore.
Senza la poesia avrei ceduto al mondo, avrei accettato che gli eventi scrivessero il resoconto, in vero deludente, del mio esistere; grazie alla poesia invece mi è stato possibile vivere un continuo cominciamento, considerando il tempo, le persone, gli accadimenti come un dono sempre inedito e salvifico.
Credo nella poesia e nella sua opera ricostruttiva, e dunque credo nella sua parola come unica realtà in grado di ricucire dimensione esterna e interna dell’uomo; le do fiducia perché è grazie a lei che ognuno conserva la memoria fondamentale del proprio essere, che è quella di essere e rimanere “umani”.
Siccome non c’è poesia che non sia legata a vicende umane, proverò a dire come, grazie a lei, io abbia camminato nella vita, e come certi accadimenti abbiano finito per far crescere lei, in me. Se ripenso alla mia poesia la vedo vivere due stagioni separate da un evento importante, costituito da un fatto imprevedibile (un infarto) che alla fine del 2008 e per buona parte del 2009 costituì una sorta di tempo sospeso in cui dovetti imparare a reimpostare il rapporto con me stesso, gli altri, il mondo e, di conseguenza, anche il mio rapporto con la poesia, che da quel momento risultò mutata profondamente. Questo evento separa le due stagioni della mia poesia.
La stagione della ricerca e del domandare (1972 – 2008)
Per un ragazzo di quattordici anni che la notte del 15 gennaio del 1968 vive l’esperienza del sisma nel Belìce, che gli butta giù la casa e lo costringe, insieme alla sua famiglia, a vivere fuori, tra i campi coperti di neve, attorno a un fuoco; per uno che, successivamente, vivrà l’esperienza straniante dell’esilio dalla propria terra per trasferirsi in terre brianzole, dove farà esperienza del distacco totale dalle proprie radici, l’approdo alla poesia non dico fosse obbligato, ma potrà essere visto come uno sbocco del tutto naturale.
Credo d’ aver vissuto e di continuare a vivere ancora su una faglia sismica, nella quale il vecchio mondo, dove avrei potuto identificarmi, è andato irrimediabilmente perduto, mentre l’altro, il nuovo che pian piano nasceva, mostrava un volto di estraneità nel quale era impossibile riconoscersi. Il sisma ci rese, tutti, un popolo senza riparo, costretto a un cammino sorretto a volte dalla speranza, più spesso da una pazienza che rasentava la disperazione.
E dunque vivere per me è stato il continuo tentativo di offrirmi sempre la possibilità di un nuovo inizio, di rinascere; e poesia, sin dall’inizio, è stata la memoria di quest’impegno, di un appello interiore che avvertivo dentro e che mi chiedeva di “rialzarmi” dalle mie cadute.
Quando dopo anni lessi Heaney e il suo l’Uomo di Tollund in primavera, vi scorsi qualcosa che illuminò ancor di più quella mia primitiva percezione, ovvero l’idea che la poesia potesse esprimere una forza riparatrice e ricostruttrice. Dice infatti Heaney in quei versi: ”L’anima trascende le proprie circostanze. Sì / Alla storia non va concessa l’ultima parola…”. E più avanti:” Dissi ai miei polsi palmati di farsi betulle/, alle vecchie mani senza calli giovane erba/ alla pelle offesa dalla vanga di guarire e/ il dirlo bastò a risanarmi…” Ecco, credo d’ aver scritto sempre per offrire la mia voce a una Voce che avesse la forza della chiamata, magari esigente, la forza di una Bellezza originaria capace di risorgere dalle macerie della vita, in virtù di una fede la cui origine può situarsi nel punto di intersezione tra mutevole e duraturo, tra effimero e permanente.
Partendo da questa premessa il mio approccio alla scrittura avvenne abbastanza presto, intorno al 1972, a soli 18 anni, ma è di qualche anno successivo la lettura del primo libro di poesie, Vita di un uomo, di Giuseppe Ungaretti. Conservo ancora quelle poche e prime poesie; ne trascrivo una, forse veramente la prima che scrissi.
Ora
nel buio
mentre ancora giocano cani
gracili raggi
mentre fremono pavidi arbusti
sento una musica strana
portarmi dal cuore
ai monti velati
ove lasciai una vita incolta
a fiorire.
Non sarà difficile cogliervi la presenza di quegli elementi cui accennavo prima: la ricerca di un “luogo” ( i monti velati…) dove l’io pensa di poter ritrovare una vita “incolta” ( credo volessi dire autentica, o forse selvatica, nel senso di integra e innocente).
Altro poeta che conobbi ben presto fu Pablo Neruda: mi colpì la sua poesia materica, legata ai luoghi, quel modo unico di parlare della Bellezza partendo da qualcosa di reale; mi colpirono soprattutto alcuni versi che trovai illuminanti per la comprensione della mia condizione: “…La poesia/venne a cercarmi (…) . Non sapevo che dire, la mia bocca/ non sapeva/ nominare, / i miei occhi erano ciechi,/ e qualcosa batteva nel mio cuore…”(La poesia – Memoriale di Isla Negra). Anch’io, come lui, avvertivo un mondo davvero esorbitante dentro, un mondo cui non riuscivo a dare adeguatamente nome e immagini; la poesia fu la chiave per imparare a dare lettura a quel mondo e a comunicarlo.
Intanto vivendo, come tanti altri giovani, la vita in parrocchia (allora unico centro aggregativo e culturale in quei luoghi distrutti dal sisma) conobbi un sacerdote che aveva conosciuto Clemente Rebora, e parlandomi di lui, suscitò la mia curiosità, tanto che cominciai a leggere qualcosa che lo riguardava: uscii dal Magistrale con un tema sul confronto tra due poesie: Veglia di Ungaretti e Viatico di Clemente Rebora, non nascondendo tutta la mia predilezione per i versi crudi, aspri e strazianti del poeta lombardo. Di Rebora mi colpì il rapporto combattuto col mistero e con Dio; mi inseguivano alcuni suoi versi: “Urge la scelta tremenda:/Dire sì dire no/A qualcosa che so.
Ma la nascita della poesia vera la devo a un secondo esilio, quando, una volta maestro, iniziai a lavorare in una scuola di campagna del Lazio, nel Braccianese, a Vicarello. La mia piccola biblioteca di poesia si accrebbe di nuovi nomi (avevo ora la possibilità di acquistarli): Luzi, Caproni, Mallarmé, Baudelaire, Cendrars, Lorca, Quasimodo…Letture caotiche, intendiamoci, senza un vero “piano di studio”, ma che influirono molto nel confortarmi sulla mia attività di scrittura, la quale mi appariva sempre più totalizzante ed esigente tempo e passione.
Questa seconda separazione dalla mia terra acuì la percezione dell’esilio e, sulla lezione di Quasimodo, stesi le mie prime silloge organiche che confluirono in una raccolta, rimasta inedita: Le strade dei ritorni, la quale ebbe i primi riconoscimenti in concorsi di poesia locali (erano i primi anni ottanta). Ecco, di quella raccolta riporto qualche verso:
Non nascerà altra parola/che dal cuore che ti avrà trovato.//Mai più ti trarrò – croce
della speranza – dalla cieca disperazione.//(…) L’ultima sillaba, mio Signore, sarai tu./Poi venga il silenzio, e il tempo/chiuso nelle tue mani copra le ferite/della lotta, il segno della tua eternità.
Intorno alla metà degli anni ottanta vissi una breve esperienza all’interno dell’Antigruppo, che mi servì a prendere confidenza con la lettura pubblica (allora si organizzavano i recitals), ma la fisionomia fortemente politica del movimento e un poesia per me lontana dai bisogni dell’anima, molto venata di retorica (così la percepivo io…) mi allontanarono da quella esperienza. Da allora la poesia restò un’occupazione esclusivamente privata, lontana da ogni riflettore, mentre i miei interessi andarono a focalizzarsi sul volontariato in Agesci e sulle ricerche archeologiche.
Se penso all’io che parlava in quelle poesie, risento una voce che andava alla ricerca delle sue radici, dunque un io teso a indagare, a cercare, ma anche a imprecare o pregare: sentivo forte il peso di una condizione esistenziale che non si risolveva e la realtà di un Dio ( di una dimensione trascendente) avvertita come fortissima, ma irrisolta sul piano esistenziale. Non sarà difficile vedere in quella stagione una versificazione abbarbicata alle tematiche irrisolvibili dell’io, fra l’altro percepito come ancora avulso da un contesto spazio – temporale: le cose, le cose di ogni giorno, che costituiscono la nostra benedizione e la nostra salvezza, non erano ancora entrate nel corpo della mia lirica.
Come detto in precedenza, tra questo tempo e il secondo si colloca un evento centrale che ha cambiato non solo la mia poesia, ma anche il mio modo di concepire il rapporto con la realtà: un infarto, alla fine del 2008, mi costringe a un lungo periodo di stasi. Fu quella un’esperienza che paragonai alla caduta di Paolo di Tarso, mentre era in corsa verso Damasco in cerca di cristiani da arrestare e condannare. Ne uscii fuori con una strana sensazione: quella dell’inizio, anzi di un nuovo inizio. Il molto tempo che vissi lontano dal lavoro mi permise di rivedere i miei studi, sistemare le carte, acquistare nuovi libri che mi aprirono a una nuova stagione della poesia: sentivo che dovevo semplicemente lasciar parlare, che non dovevo più cercare, costruire, montare e smontare una testualità che mi appariva ripetitiva e avvitata su tematiche contorte. Dovevo semplicemente lasciar venire fuori, dare cittadinanza all’ombra che mi ero per così lungo tempo portata dentro.
Nel tempo “nuovo” in cui pian piano entravo, ero in buona compagnia: Bonnefoy, Pierluigi Cappello, Borges, Donne, Hopkins, Heaney e altri mi tenevano per mano, guidandomi verso un nuovo orizzonte, quello della naturalezza in poesia.
Il tempo della rinascita
La naturalezza in poesia è tutto, ma questa è molta difficile da raggiungere; si è vicini a questo traguardo quando decidiamo di morire un po’ dentro, lasciando spazio ad altro, agli altri, lasciando spazio perché qualcosa o qualcuno venga a visitarci. Dire naturalezza significa riconoscersi pienamente in ciò che si scrive; significa la profonda identificazione tra parola e interiorità. Per questo naturalezza per ogni poeta significa anche, e soprattutto, “ verità”, se volete “destino”, perché nessun poeta può permettersi di tradire le proprie parole, di non scorgere in quelle la forza di un appello che chiede adesione e scelte concrete. Il mio cammino verso questo orizzonte inizia quando decisi di dare alle stampe il mio primo libro, La notte ha lunghe radici. L’uscita di quel libro segnò l’inizio di una nuova stagione, stagione che non fu più solo mia, ma che, da quel momento, implicava un noi: accanto a me ora c’erano gli altri, c’era il pubblico. Sentii nascere una nuova e acuta responsabilità che mi spingeva a colmare i miei vuoti culturali, e quindi divorai libri e antologie poetiche. Oltre alla scrittura in versi, la poesia cominciò a interessarmi come questione in sé.
Fedele al compito che sentivo di avere, mi convincevo che non poteva esserci vera poesia se non quella che avesse avuto la forza di scendere nell’abisso di ciò che chiamiamo io; e scendere per me significava non tanto andare a rivedere gli eventi, ma l’anello che li teneva, il legame per cui qualcosa dentro continuava a vivere nonostante le tante esperienze di morte. Non sono mai stato convinto che il fondo dell’io sia solo un’illusione, un fondo vuoto, tanto che in quel primo libro scrivevo: E’ un vento che muove/ la nostra carne:/ ora smuove desideri/ languori fremiti…//Qualcuno scrive sotto/ la pelle, ma non la mia mano/o i miei pensieri.
Abbarbicato alla convinzione che più si scende giù, in noi, e più ci si incontra, resto convinto che non esista poesia che non nasca da un fondo di mistero, un mistero che ci fonda, che si dà temporaneamente e fragilmente nel corpo della parola, ma che sa anche sottrarsi a ogni nostra pretesa di definibilità.
Ma perché ciò avvenga è necessario che si crei una condizione: scrivere per me è stato un esercizio che ho potuto svolgere solo abbracciando il silenzio e, soprattutto, il cammino, quello vero, quello che mette anche alla prova. Solo il cammino rende limpido lo sguardo, consente un rapporto diverso con le cose e le persone; non c’è poesia che non si nutra di ciò, dato che non c’è poesia che non si traduca in una celebrazione autentica della vita, lontana dalla legge del calcolo e dell’utile.
Il cammino, iniziato tanti anni fa con La notte ha lunghe radici, passando per Fratello in ombra, e poi per Ascetica del quotidiano, fino a Luce del più vasto giorno, è stato ( ma me ne accorgo solo ora) un itinerario per giungere al traguardo della mia naturalezza.
Nel mio caso è stato un cammino difficile, che forse comincia a trovare il suo sbocco ora, all’approssimarsi della vecchiaia. L’ho compiuto procedendo sulla strada della rivisitazione e della rievocazione, guidato da una memoria che spero sia stata più una memoria d’amore che di giudizio; l’ho fatto provando a portare in luce il “fratello in ombra” che sentivo chiedere la parola, perché imparassi da lui lo sguardo che comprende, colmo di pietà, capace di amare e non di separare. L’ho compiuto provando a dare ascolto a quei “gemiti inesprimibili” di cui parla Paolo di Tarso nella sua lettera ai Romani (Rm,22-27).
E dunque eccomi arrivato a questa età a riguardare il cammino che ho fatto grazie alla poesia. Adesso per me è venuto un altro tempo, quella della “restituzione”, e quindi, forse, un nuovo capitolo per la mia poesia, che desidero sia ancora di più incastrata tra le cose del mondo, incarnata vorrei dire, poco preoccupata di sé, ma assetata di verità. So che l’interlocutore col quale da anni mi scontro e incontro, continuerà ancora a inquietarmi, a interrogarmi, a invitarmi a un cammino di cui saprò sempre meno, e che mi accingo a compiere certo che lui è il primo a mettermi in strada, il primo a sostenermi nel percorso, e sarà anche il primo ad accogliermi all’arrivo.
Ecco, ho dato asilo a questa voce, a una voce che si è fatta pian piano parola, che ha vissuto in me più il tempo della doglia che quella del parto; una voce che ancora non ce la fa compiutamente a nascere, perché nel momento in cui nascesse definitivamente, finirebbe per essere altro, forse religione, forse pensiero, di certo non più pianto o riso, non più gioia o dolore, non più sgomento o stupore; di certo non più poesia.
*
Nota biobibliografica
Biagio Accardo è nato a Santa Ninfa nel 1954, paese della Valle del Belìce distrutto dal sisma del 1968. Il suo esordio poetico avviene nel 1980 con la partecipazione alla “Rassegna internazionale d’Arte Siciliana” – Valle del Belice, promossa dal Comune di Vita (TP); in quell’occasione una sua raccolta inedita (Le strade dei ritorni) si classifica al 2° posto. Dopo una breve partecipazione all’esperienza dell’Antigruppo, coltiva l’esercizio della poesia lontano da ogni evento pubblico, dedicandosi al volontariato.
Il ritorno al pubblico avviene nel 2009, quando dà alle stampe il suo primo libro, “La notte ha lunghe radici” il quale, in versione inedita, aveva ottenuto il 2° posto all’VIII edizione del Premio Internazionale di Poesia “Festa della poesia a Salaiola” di Arcidosso.
Nel periodo che va dal 2010 al 2015 sue poesie compaiono su varie riviste e antologie italiane. Nel 2016, per la casa editrice Aletti, esce la raccolta poetica “Fratello in ombra”, che otterrà diversi riconoscimenti in vari concorsi letterari italiani. Nel 2019, per i caratteri della Samuele Editore, pubblica “Ascetica del quotidiano, un libro, scrive Massimiliano Bardotti nella sua prefazione, “che aspettavo di leggere con la speranza della gioia. Trovarmi immerso in questi versi mi ha rinfrancato. Ed è sempre rinfrancante, credo, incontrare la poesia di chi ti prende per mano e ti accompagna ad indagare il mistero di questo nostro essere al mondo”. Dal 2020 al 2022 alcune sue raccolte inedite ricevono menzioni di merito e segnalazioni in vari concorsi italiani (Premio Letterario Internazionale Montefiore, Premio Santa Margherita Ligure, Bologna in Lettere, Premio Lorenzo Montano e Città di Como). Nel 2023, per la collana Portosepolto della casa editrice peQuod, dà alle stampe Luce del più vasto giorno che ottiene un attestato di merito al Premio Lorenzo Montano 2023. Un libro, secondo Giannino Piana, teologo, di “rara suggestione, la cui singolarità consiste nello spaziare oltre il contingente e l’immediato, per proiettarsi costantemente in avanti e “oltre”, nella ricerca dell’inedito e del non circoscrivibile”.



Complimenti, Biagio Accardo per la sua produzione poetica e per queste sue considerazioni sulla poesia che condivido ampiamente!
“…Solo il cammino rende limpido lo sguardo, consente un rapporto diverso con le cose e le persone; non c’è poesia che non si nutra di ciò, dato che non c’è poesia che non si traduca in una celebrazione autentica della vita…”. Trovo in questa dichiarazione di poetica un afflato sincero, consapevole del significato più alto e nobile della poesia.
Un cordiale saluto,
Rosaria Di Donato
La poesia nasce dal profondo intimo dell’essere, connaturata com’è al proprio DNA e legata al mistero del bisogno di esternare i propri pensieri con una ‘parola naturale’ intellegibile che il cuore sente mentre la mente li elabora e le trasferisce su un foglio. . . dove si accavallano i sentimenti, le immagini, il peso della vita in questo grande Universo che è il mondo.