La parola ai poeti. Marina Massenz

Scrivere poesie è stato il modo in cui, ancora ragazzina, ho scoperto la scrittura; era qualcosa di intimo e insieme rivolto ad altri, un linguaggio elettivo per la sua incisività ed essenzialità. Fu la lettura di alcune poesie di Leopardi che mi aprì questo mondo. Perduto per una certa parte della vita, è tornato poi ad essere necessario dal 1987 in poi; mi ricordo benissimo l’anno, perché coincise con la ripresa da parte mia non solo della scrittura ma anche di un processo di rielaborazione e di recupero di una parte di me, anch’essa in qualche modo perduta. Da allora il “laboratorio poesia” è stato sempre un cantiere aperto, una ricerca che è sfociata in diverse pubblicazioni.

Per la poetica – il senso/contenuto/messaggio del testo – sono stati per me maestri tutti i poeti che ho letto, anche gli stranieri. Per la metrica, per la lingua, per il modo di trattare il testo, ovviamente si può imparare solo da italiani, a meno di non conoscere quasi come propria un’altra lingua. Potrei fare un elenco di quelli che sono stati, nelle varie fasi della vita, i poeti più significativi per me, ma preferisco invece  ricordare solo Giancarlo Majorino che, negli ultimi anni della sua vita, è stato per me un  importante riferimento come intellettuale e come poeta, a cui devo riconoscenza anche per il tempo che ha voluto dedicarmi, leggendo e discutendo il mio lavoro.

                                    Il linguaggio della poesia

Il linguaggio della poesia è illogico. Molti pensano di “non capire” la poesia perché la leggono o ascoltano con mente matematica/razionale e il discorso “non torna”. La poesia parla essenzialmente un linguaggio analogico e metaforico.

Non dico che non ci siano difficoltà nel comprendere il linguaggio poetico; infatti le immagini o le situazioni d’apertura poi si trasformano e qui viene chiesto lo sforzo di seguire queste trasformazioni “illogiche” e di lasciarsi trasportare in un altro luogo, avvenimento, significato. 

Il mondo logico e quello illogico sono mondi diversi, come quello della nostra mente razionale e quello della nostra mente onirica/inconscia, due sistemi che sono sempre presenti in noi e che non si escludono l’un l’altro. La logica diurna, ad esempio, non consente quello che il sogno permette – doppie identità, voli, salti spazio/tempo, etc.. – tutte cose “illogiche”.

Nella creazione poetica (quando riesce) si incontrano pensiero, sogno, inconscio, immagini, suoni, uniti in una particolare sintesi personale, che insieme produce una prima forma; completata, elaborata e rivista poi come in un laboratorio artigianale. In quel momento di sospensione creativa provo una speciale felicità. 

Una poesia deve essere anche musicale, non necessariamente nella forma chiusa classica dei versi: anche se si usa il verso libero, deve risuonare un legame tra le parole, attraverso assonanze, rime, allitterazioni … ma anche in senso più stretto fonologico, nell’alternarsi di sillabe sibilanti, labiali, nasali, vibranti etc. fino al ripetersi di elementi o parole nel testo, così da cucire un tessuto sonoro che tenga la poesia dal primo all’ultimo verso.

La mia scrittura trae sempre spunto dalla realtà, interna o esterna che sia al soggetto scrivente, ma non nella forma di una corrispondenza, bensì nel condensarsi di quel “nucleo di senso” da cui deriva la cosiddetta “ispirazione”. La quotidianità è formata sempre da elementi interni (stati d’animo, lacerazioni, attese, emozioni, passioni…) ed elementi esterni (quando, come, con quali oggetti intorno, in che spazio…). La mia poesia cerca di trovare nessi precisi e significativi tra queste due fonti di elementi e li mette in dialogo in una forma particolare. In poesia non tutto è detto, spiegato, ragionevole. La metafora, ad esempio, è luogo della trasformazione; la casa diventa una nave, i gatti divinità egizie, lo scarabeo un gioiello, e così via … Ogni cambiamento rivela altri significati possibili o associazioni che mantengono un senso, pur trasformandolo.

Noi spesso mentre viviamo passiamo tra fatti ed emozioni senza rifletterci o soffermarci, tuttavia il nostro inconscio le raccoglie… così come è sensibile agli eventi del mondo; ad esempio le guerre, anche lontane da noi, ci contagiano, la natura travolta e non rispettata, sfruttata fino allo sfinimento dall’uomo, ci comunica un senso di disagio per il mondo, gli individui poveri, profughi, sofferenti ce li portiamo dentro insieme alla preoccupazione per il futuro di questa umanità di cui siamo parte.

                           

                                Come nasce poi una poesia?

 

… e come vengono trasformati in lingua tutti questi materiali?

Io ho un rapporto di attesa con la poesia, nel senso che devono avvenire dentro di me dei processi di senso, innestati sempre da intensi vissuti, sia interiori che provenienti dall’esterno. Attorno a questi eventi, seguendo l’emozione, rivivendo la situazione, si coagulano delle immagini, si fissa una parola o si addensa un nugolo di parole che prende una prima forma. A volte invece la lingua ricrea un sogno, una parte dell’inconscio si attiva nel processo. Da questa prima forma nasce poi tutto il lavoro di rielaborazione del testo poetico. Questo nucleo iniziale subisce numerose revisioni, sviluppi, si ricerca la parola più esatta, quella necessaria, perché la poesia esprime qualcosa che non si può dire in nessuna altra maniera. L’insieme di parole, senso, suoni, immagini vanno a formare una poesia, la forma più intensa, asciutta e significativa della scrittura. Nella poesia c’è in generale un asciugarsi delle parole del linguaggio comune, un ripulire e un qualificare; una parola densa di significato, scelta, curata. 

La poesia può essere poi per chi la legge una importante fonte di apertura di sensibilità, una forma di sollecitazione a conoscere se stessi attraverso l’accesso ad un altro sistema di significazione, con nessi, analogie, metafore, musicalità, immagini… Insomma la poesia può rappresentare un veicolo di saggezza; l’uomo, arpionato dalla realtà e dalla quotidianità, può acquistare maggior spessore, consapevolezza di sé, attenzione e partecipazione alle vicende proprie e del mondo. Poesia come antidoto alla deriva a cui assistiamo, una deriva di senso e di valori, a favore del commercio e dell’accumulazione. Seguire questo percorso non vorrà dire comprendere sempre tutto, ma il valore della poesia sta proprio nella sua capacità di mutare la realtà in altro e/o di aprire ad emozioni, pensieri, analogie, sentimenti diversi dai propri, diversi dal “solito”. Per questo penso anche che leggere o ascoltare poesie sia un apprendimento, oltre che un piacere e un soffio d’aria leggera per l’anima. Così come altre volte può essere inquietante, destabilizzante, può porci domande sottintese di difficile soluzione. Non sempre passare “dentro” una poesia è un percorso comodo o rasserenante; del resto l’arte non lo è mai, eppure ci dà qualcosa di molto importante.

                                     Soggettività e scrittura

La soggettività – la persona di chi scrive – è sempre presente nei suoi testi. Però è molto importante operare un alleggerimento o distanziamento dalla soggettività, perché si possa dire che un testo è ad esempio una poesia, il cui scopo è comunicare qualcosa ad altri. Altri che non sono identici a noi, dunque dobbiamo lavorare per sgrossare il testo di prima stesura fino a trovare le invarianti che potrebbero parlare ad altri. Non dico “a tutti”, perché comunque il linguaggio poetico, come dicevamo, opera una selezione all’origine dei destinatari. Vi è una differenza dunque tra Io dello scrivente e Io autoriale (che può essere anche un noi, voi, forme impersonali, etc.)

La ricerca formale – la forma che il testo assume – costituisce l’elemento primo di distanza dal vissuto personale. Si tratta di trovare questo luogo terzo, dove grazie all’essenzialità delle parole scelte e alla ricerca tecnica, strutturale, fonetica, ritmica, metrica, il materiale personale può farsi di tutti.

Livia Candiani ha parlato di IO LEGGERO riferendosi alla presenza della sua vita e autobiografia nelle poesie che ha scritto. La poetica che sento mi appartiene è forse vicina a questo concetto, ma anche un po’differente. Di che tipo di IO parliamo? Chiuso o aperto al mondo? Il mio pensiero è che ognuno di noi possiede un Io poroso, sensibile e recettore di ciò che intorno a noi avviene; nel mondo prossimo così come in quello distante. Questo non significa che ognuno sia consapevole e/o in contatto con queste emozioni e sensazioni che lo attraversano; anzi si potrebbe dire che nella maggior parte dei casi l’Io si difende, in un atteggiamento di chiusura a testuggine, specie rispetto a tutto ciò che è scomodo, diverso, difficile da integrare nel proprio pensiero cosciente. Chiuso a testuggine, l’io si dimentica della sua porosità, la rinnega, vive cose che non sa da dove arrivino e cosa significhino, è in balia delle situazioni inconsapevolmente.

L’io poroso certo ci espone di più, ma nello stesso tempo ci allena alla continua trasformazione; solo così, senza chiudersi negandosi all’alterità che sempre incontriamo e che ci viene vicino, possiamo essere sensibili recettori (e, in quanto essere umani, lo siamo per natura come ci insegnano le neuroscienze con la scoperta dei neuroni mirror…)

Ho sentito poi in diverse occasioni parlare della “postura autoriale” del poeta. Poiché il termine “postura” appartiene al mio linguaggio professionale (sono psicomotricista) non posso che analizzare questa affermazione facendo riferimento all’equilibrio posturale, appunto, che determina la stabilità di un corpo in una determinata posizione. Allora io vorrei mettere in discussione questo termine, perché mi sembra non risponda all’atteggiamento di fondo che potrebbe assumere un poeta oggi. Inoltre mi viene da chiedere: quale postura? Eretta, seduta, in ginocchio, prona, supina..?

Volendo comunque confrontarmi con questo termine (improprio secondo me) potrei dire che nel presente cupo e opprimente che ci assedia potrei assumere una postura eretta, intendendo con ciò una attitudine a fronteggiare le asperità drammatiche del presente per lo meno con una sorta di atteggiamento di opposizione frontale, dritta di fronte al danno, anche se impotente come tutti ci sentiamo. 

Una sorta di resistenza senza nascondimento che tiene la posizione, la saldezza della propria contrarietà. Dunque eretta, ma non rigida; infatti l’urto del presente comunque arriva e solo con la necessaria flessibilità lo stelo si può piegare al vento senza spezzarsi. 

In una o forse diverse mie poesie questa ricerca si trasforma nell’osservazione della natura, in particolare degli alberi; come resistono al gelo, al vento furioso, alla gradine, al peso della neve? Li osservo e con ammirazione noto che non crollano a terra, come a me a volte verrebbe naturale. No, è naturale mantenere la propria posizione; come loro, gli alberi, tenendo i piedi/radici ben saldati ancorati alla terra e lasciando che la testa vaghi tra le nuvole, oscillando senza imbragatura e piegandosi al peso senza spezzarsi. Sono in gioco le due diverse dimensioni – orizzontale – il radicamento al suolo, la terra, le radici che si espandono orizzontalmente e costituiscono anche una dimensione nascosta, dove potersi riparare, sfuggire allo sguardo altrui – e verticale, che allude allo sfidare la gravità, allo staccarsi da terra, al salire in alto e al guardare il mondo e le vicende umane come da sopra. Entrambe queste due dimensioni hanno anche un evidente significato metaforico. Come in questa poesia:

                                           Corpo corteccia 

Abbracciata stretta stretta
all’albero corpo corteccia
braccia alzate e poi lo scorrere
lento degli occhi alla cima.
Visioni più ampie si cercano
orizzonti invisibili da pianoterra
oltre lo spazio di ascisse e ordinate
sahel faggete foreste tristi tropici
e a nord enormissimo paesaggio.
E poi su oltre nubi e luminarie
notturne fino al rarefatto
atmosfera refrattaria oltre pulviscolo
occhi lanciati all’alto per poi
ributtarsi giù quasi un crollo
come toboga cade per arrestarsi
rasoterra tra radici e zolle
a osservare la minuscola perfezione
dell’insetto il lavorìo delle ganasce
spolpare erba tenuta con zampa
quasi mano incantamenti del basso.
E ancora risalire occhi rivoltati
lanciati verso la chioma
avvertire il flusso interno
sanguevita che si slancia e ristagna
e così via tobogando veleggio
senza appoggi funi corrimani
o legami né imbracature né cinture
in perfetta sospensione instabile
in moto ascensionale o discesa libera
avvertire il flusso interno il sanguevita
che saliscendi pure quello in vitalità
embricato al corpo corteccia
nell’oltremondo diffuso nell’alto espanso
agganciato in microanalisi ai misteri del basso.

Mi ha stupito poi e interessato scoprire, quando la poesia era già stampata in un libro e aveva già preso il via, che per i nativi del Nord America gli alberi sono i protagonisti principali degli spazi aperti e li chiamavano il Popolo in piedi. Le mitologie antiche  di tutti i continenti considerano gli alberi degli antenati mitici e custodi dell’armonia cosmica. Poiché affondano le radici nella terra ed elevano i rami verso il cielo, garantiscono l’equilibrio tra il mondo oscuro che sta nel sottosuolo, quello terrestre, visibile, abitato dagli essere mortali e quello celeste, territorio delle divinità. Costituiscono anche l’allegoria della vita e della ciclicità del tempo, con l’alternarsi delle stagioni. 

C’è un vissuto di rispecchiamento che da sempre accompagna il rapporto tra l’uomo e la natura, e così è stato anche per me. Il popolo in piedi è quindi per noi un riferimento ancestrale, che nel mio caso è tornato in poesia senza avere io chiavi di conoscenza in questo senso. Come il salire sugli alberi ripercorre le strade del mito della salita, con il corpo e, a livello metaforico, con una mente che riesce a staccarsi da terra e prendere il volo. Anche se non ne siamo coscienti, il desiderio di volo è altrettanto anticamente umano. E forse la poesia vuole rappresentare anche questo desiderio di trascendenza.

Nota biobibliografica

 

Marina Massenz è nata nel 1955 a Milano, dove vive. Neuropsicomotricista, si occupa di terapia e formazione, ed è stata docente a contratto per l’Università statale di Milano. E’ autrice in questo ambito di tre libri e numerosi saggi. Ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, Nomadi, viandanti, filanti, Amadeus, Cittadella (Padova), nel 1995; il suo secondo libro, La ballata delle parole vane, è uscito nel 2011 per la casa editrice L’Arcolaio di Forlì, con postfazione di Andrea Inglese. Del 2018 è la  raccolta Né acqua per le voci, edita da Dot.com.Press, Milano, con prefazione di Vincenzo Frungillo. Nel giugno 2021 da Puntoacapo editrice, è stato pubblicato Ossa e cielo, con prefazione di Alessandra Paganardi. L’ultimo suo lavoro, Rumori con sfondo, una raccolta di racconti brevi, è uscito nel gennaio 2024 con la medesima casa editrice. 

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