
Ho iniziato a leggere e scrivere poesia abbastanza precocemente, quando ancora non ero adolescente; sopratutto, in modo del tutto inconsapevole. Il mio apprendistato – se di apprendistato si può parlare – si è svolto in modo del tutto particolare: leggevo molti racconti e romanzi; c’era in me l’idea – anche incoraggiata dagli insegnanti – di voler diventare soprattutto scrittore in prosa. L’esercizio del racconto ha in sé qualcosa di egotistico, ha a che fare con lo scrivere storie in uno stile riconoscibile, personale. Raramente portavo a termine i racconti cominciati: mi venivano incipit che consideravo prodigiosi, ben presto però la vena svaniva. Troppo faticoso, per una mente disordinata come era allora la mia, costruire una storia. Di contro, ogni tanto ero folgorato alla lettura di poesie che ritenevo bellissime, avendo oltretutto l’impressione di non comprenderle appieno. Se ci penso, è ancora questo il compito che assegno a una poesia: quello di aprirci a una dimensione che le parole possono solo suggerire, senza chiarire mai del tutto. Bisognerebbe leggere una poesia con la stessa misteriosa gratitudine con cui si percorre un tratto di strada accanto a uno sconosciuto.
Poesia resta per me ciò che mi permette – magari per un attimo – di affacciarmi sull’ineffabilità dell’esistere, ed eccede sempre il senso delle parole usate per comporla; il suo ritmo suggerisce una dimensione ulteriore, mesmerizza tanto chi scrive quanto chi legge.
E, se da un lato, in narrativa lo stile richiama a una dimensione personale per rendere uno scrittore riconoscibile tra tanti – penso soprattutto alla cifra di scrittori letti in gioventù, a Faulkner, Joyce, Hemingway tra gli altri – in poesia esso corrisponde a una funzione che credo più profonda: consente l’accesso a una voce trans-personale, di cui la lingua non è che lo strumento iniziale. Qui l’ego conta molto poco: col pretesto dell’espressione di sé occorre lambire la dimensione dell’immaginario collettivo, della storia di tutti, persino. Quando penso di avere scritto una discreta poesia, la sensazione è assai netta: è come se non mi appartenesse del tutto, come se in qualche modo mi trascendesse. Mi piace ricordare due versi di un poeta che stimo, Mario Santagostini: “Nei miei momenti più alti,/non sono mai stato io.”
E’ anche vero quello che di recente ha affermato Giovanni Ibello, che cioè la condizione di poeta è sempre una condizione al passato: siamo di continuo stati poeti, quando non del tutto deliberatamente componevamo una poesia; dopo siamo soltanto di fronte al dato di fatto.
Un’altra condizione che vivo costantemente è la condizione della crisi: nessuno mi garantisce che scriverò ancora poesie; oggi, forse paradossalmente, mi interessa anche molto poco.
Ma la crisi è sempre molto fruttuosa, spinge all’azione, al moto, alla ricerca. Una condizione non soltanto ineludibile, ma desiderabile.
Nel corso della mia riflessione ho creduto che la poesia fosse molte cose; stato di trance, espressione dell’alterità in noi stessi; ho talvolta persino sospettato, vista l’affinità con la preghiera, che potesse aprirmi una porta sulla trascendenza. Oggi non ne sono più tanto sicuro, nella stessa misura in cui non sono certo che scriverò mai il prossimo verso, pur coltivando nella pratica un progetto.
Vero è che nell’averla incontrata avverto una cifra destinale: il solo fatto di aver praticato la poesia, di esserne stato almeno qualche volta testimone più che artefice, ha fatto sì che la mia vita si sia trasformata.
In ciò osservo un segno definitivo, e devo dire irrimediabile.
Le ragazze esitavano, e non era
che un confine mai visto: avevano nel passo
un rado smarrimento. Più di una incontrava la caduta
nel suo stesso respiro. Non le avremmo riviste
né mai più conosciute. C’era un’altra stagione
a cui dar nome, e dietro rare nuvole la mente
annaspava come in acqua
la nostra mano in cerca di una pietra.
E adesso tu sei un nome mai sentito
che nomina qualcuno
da lontano. Tutto vacilla ancòra.
Vincenzo Di Maro, nato nel ’69 a Calvizzano (Na) e vive a Varese. Ha pubblicato “La costanza dell’inseguito” (Nuova Editrice Magenta, 2008, selezionato premio Bagutta, selezionato San Pellegrino);“La fine dell’opera – frammenti per un coro” (Lietocolle 2011), “Mitografie” (Kairòs, 2012, con Casulli, Ferraris, Vetromile); “Una stagione nascosta” (NEM, 2019). E’ redattore del blog di poesia Perìgeion. Ha vinto, tra gli altri, il premio Confcommercio Milano per la poesia inedita. E’ presente in varie antologie della poesia italiana.
