“questo nido sulla vostra fronte”
Quello che ho detto ho detto, eppure nel momento della deposizione, laddove il movimento di gravitazione è segnato per sempre in quelle carni, in quel sangue, chi è davvero per noi quell’uomo nel cui sudario è tutta la risposta ad una contrastata e disordinata oscurità d’amore? Sciolti i lacci, strappati i chiodi chi ha volto nell’abbandono tra quelle donne, tra quelle mani nel riflesso di uno sguardo cui va ad affidarsi?
In realtà, forse, solo la madre sembra saperlo davvero (in una raffigurazione che ha per me la sua immagine nell’affresco della cappella di Santa Giuliana Falconieri in via dei quattro venti a Roma, nel quartiere dove abito).
Nell’umiltà di quella forza in cui il mondo continua a reggersi prima della domenica, prima di tutte le albe e le domeniche delle nostre resurrezioni, è la coscienza di un carico portato non nell’immagine di un credo nel recinto delle proprie attese ma raccolto nello spazio di una incarnazione nel compimento definitivo della sua Parola.
Di una salvezza al cui illimite, nella rivelazione nella sua notte di tutte le notti, Maria non si è esclusa, fedele a una verità non mitigata nella sua intrusione al suo esser creatura, e al suo esserlo donna.
Di un saperci (oltre la ragione direbbe Padre Turoldo) che ha come da profezia la sua entrata in Gerusalemme al passo paziente del somaro, nel peso di un Cristo che ha nella misura del trasporto il richiamo dell’altro.
Nella docile determinazione di questo passo, entro questo passo vogliamo apprenderci, feriti, gonfi, stanchi, perché ecco è nell’altro che sempre si torna, laddove la vita ci chiama a vivere oltre la figura che abbiamo di lei.
Un passo congiungendo i nostri piccoli piedi come queste creature; laceri come detto ma possibili nel riflesso di altre piaghe, di un’Altra piaga nell’immagine della via maestra, a proposito di mansuetudine, a noi consegnata da uno dei tanti piccoli uomini sul cui pensiero la poesia ha provato a incamminarsi in relazione alla Croce.
Parliamo di Francis Jammes, il solitario, il contraddittorio ma magnificamente nudo servitore dei Pirenei, il cui Le Crucifix du Poète (1934) può esserci ancora utile nel breviario di confidenza che insieme stiamo provando a scrivere.
E c’è subito, a proposito di Maria, un lapsus nella lettura di queste pagine che può aiutarci. Ossia, in luogo di :”.. è venuto, ma è inchiodato alla croce”, è venuto, mi ha inchiodato alla croce.
Perché questo è accaduto alla Vergine, è venuto il Figlio e l’ha inchiodata alla Croce in quel cammino in cui in realtà nella custodia il divin grembo è sempre stato davanti all’evento. In tal senso quando lo stesso Jammes si arresta nel riflesso della Croce nuda che attende Cristo dal pretorio appare chiaro nel segno la direzione di un compimento che solo nella sequela, silenziosa, assertiva nel totale abbandono del suo senso non indagante, è possibile compiere.
Arrivare a precederLo, a precederci, reciprocamente in medesima adozione (“Ecco, è dietro il nostro muro”- Ct 2,9) , l’insegnamento, non più trascinati come Simone di Cirene ma trascinanti inchiodati ma fedeli a ciò che il giorno chiama ad essere, la realtà aperta, libera dai meccanismi di un moderno che ha nel controllo dell’abitudine l’irrigidimento e dunque l’irretimento del presente, della persona come ebbe a ricordare Peguy.
Così nella lettura delle nostre storie, della Storia alla luce della fede, essere prima è essere davvero nella possibilità di scoprirci all’interno di una passione (di una pietà) figlia di una medesima adozione e di un medesimo riscatto innalzato, che ci innalza, agli occhi di noi stessi.
Questo è l’albero piantato nel nostro cuore, cui nella separazione non la durezza ma la tenerezza della Parola allora appare più facilmente spiegabile (“ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli lo avete fatto a me”- Mt 25,40).
Questo è il legno divino ed umano di una eternità reclamante nei suoi pellegrini , nei suoi indovini, “parsimoniosamente commisurato alla taglia dell’uomo”, di ogni uomo ma di cui Jammes (siamo nel 1934) ne va a segnalare proprio dell’uomo l’abuso, non più utilizzabile per quanto a lui necessario: “il letto, la ruota, del carro, la mola, il torchio, la madia, la tavola”.
Senza foglie fiori e frutti, obliata “la voce degli uccelli” di cui proteggeva i nidi. Non scossa dal vento facente cantare le aste del suo ventaglio.
A dire questo l’unità di un cammino, del Cammino nell’arco di iscrizione di un Tempo sacro del quotidiano, scandito dai lavori dei campi, dall’avvicendarsi delle stagioni, dal ciclo di morte e nascita proprio della semina e della raccolta (ben sottolineato da Matteo Veronesi nell’edizione italiana del 2012 per Medusa), della Chiesa, nella sua definizione di Corpo mistico, che è quanto più andiamo a dimenticare forse non avendolo mai davvero compreso.
Corpo nel cui albero, nella giusta sottolineatura tornando a questo, Jammes nel mistico commentario alla Croce non nel motivo teologico ma nella lode iscrive e approssima la sua poesia, in un movimento che ha nell’assommato patire vegetale del regno, di tutti gli alberi della Scrittura la sua purificazione, gli organi tutti di Cristo contemplati, toccati, compianti nel suo ricominciamento.
Nel suo invito allora a risalirvi e a discendere nella carne di occhi, orecchie, odori nella traccia e nell’assorbimento di strazi e miserie umane, di tradimenti e oltraggi di falsari dell’anima nell’umiliazione degli innocenti, è allora la rimessa evocazione di un versificare che ha lì in quell’essere dell’uomo ora il colpitore ora il battuto la misura di un’umana condizione che non sa più corrispondere.
Ma che però può non cessare di apprendere, dalle corsie, dagli uffici, nella sostanza di una salvezza che ha anche nell’altro la propria liberazione.
Chi ha dato allora e dà intralcio a quelle spalle che sorreggono il mondo nelle sue impalcature?
Chi le sostiene piuttosto, ancora, e le reclama nei portatori di peso, dal Golgota aperta la via?
Non è infatti questa poesia l’astratto laudario di una realtà compiuta ma nelle domande il canto preciso di una ferita, di una bellezza dimenticata nella sua realtà più intima, di dita, mani che hanno separato la luce dalle tenebre, plasmato quell’uomo e quella donna cui poi con Maria e Giuseppe hanno avuto modo di partecipare.
E ora spezzate, a dirla proprio con Maria, nel labirinto di un pensiero che ha i suoi effetti nelle piaghe di ultimi cui non ci riconosciamo, e non riconosciamo , torvi sovente alla verità di Cristo nella sua incarnazione.
“Ti accetto Cristo, non ti accetto Dio”, ancora il timore, lo scandalo nelle nostre relazioni, nella nostra poesia.
Più che reclamare il corpo allora con Giuseppe d’Arimatea, e di piangerlo ed ungerlo con le pie donne, con la Madre e Giovanni, o di lavarcene con Pilato le mani, forse di quelle ginocchia, di quei piedi, di quel costato dovremmo ripercorrerne l’infanzia, quell’infanzia, (la nostra stessa infanzia) nel movimento inverso al mondo e ad ognuno di noi ridonata.
Inizi di una relazione, e di un incontro con una creazione che ci coinvolge, nello stupore e nell’abisso dei suoi contrasti anche, delle sue morti, nella cui estremità è la comprensione in noi della parte, non del possesso, nell’immenso sudario che reclamandolo geme l’uomo nella grazia già data e dove la prova non è il buio ma il sì nella densità di figli toccati e accesi, e ricontrattati secondo un termine così caro a un’economia del bisogno che ha nel profitto sull’uomo le sue esclusioni (“Nella grande arena deserta/muggiva la testa bovina appena tagliata/ed erano duro cristallo definitivo/le forme che cercavano l’anello della serpe” ebbe a scrivere qualche anno prima Lorca in Poeta a New York).
Il varco nel vociare confuso di tanti binari e strade risalite e scambiate è nel volto di Dio che si apre dal costato, ci ricorda non voltandosi l’uomo di Tournay.
E noi con lui, nel “calice degli spiriti inquieti”, perché farlo nell’incalzare della luce significherebbe negarla, e addentrarsi in quel varco addentrarsi reciprocamente in se stessi, nel ritrovamento o nello smarrimento, nell’accoglienza o nel rigetto del nome nell’uomo rivelato e sposato dal Cristo lungo il bordo di una vita che ha conosciuto il suo vuoto nelle tante figure incontrate e sollevate con lui poi ovunque “fino ai confini della terra”.
Dalla pietà deposta allora la pietà raccolta, come uomini e come autori, anche noi come Jammes nella constatazione sì del bando del sacro, di una disgiunzione se possibile ancora più violenta da un Dio abbandonato ed assente in una dispersione di fatica e di morte cui non abbiamo lasciato prendere parte alcuna ma anche nella consapevolezza di un tempo in realtà ancora nella sacramentale presenza dell’eternità di una raccolta che non intende cessare di fiorire e a cui sulla soglia del silenzio la stessa parola poetica consegnandosi la serve e rimette laddove, soprattutto, sovente la vita è solo nuda croce:” “Vieni, ti darò la veste di tuo Fratello,/ che si sono giocati a dadi”.

