Lo stato dell’arte. Isabella Bignozzi

La poesia, è bene dirlo, è ancora piena di salvezza: in quanto arte simbolica, eccedenza di senso, che scaturisce da lunga contemplazione, potente e silenziosa.
Non nella scrittura, non nell’esser letti o commentati vi è rimedio al male, ma nello sguardo al mondo: puro sulle cose, privo di desiderio e giudizio. Poesia è essere nella pienezza di creatura vigile, presente, che s’inscrive nella durata, e risuona del proprio timbro lirico, nel grande coro del creato.

Il diesis di una creatura senziente non è necessariamente vibrato in scrittura, né in canto o pittura, o in altra forma d’arte. È il suo modo di esserci, e delinearsi attorno un kosmos: universo ordinato, recinto sacro dove, secondo Mircea Eliade, ognuno è in asse verticale con le cose celesti, e con i regni sotterranei della conoscenza e del destino: qui il singolo pulsa di carità perfetta – guardare, essere guardato – con ogni altrui respiro. E con la natura madre, che lo include e pervade, benedicendolo di precarietà.
La poesia aiuta la postura verticale: lo sguardo attento, il sincero incanto, la dismissione di ogni concupiscenza e prevaricazione; l’arte poetica può aiutare a riaccendere, incontrandole nella luce interiore, le adorabili cose che esistono: persino il dolore, cratere cupo, scarlatto, è nel centro del petto come un continuo battesimo, a ricordarci di essere vivi, poter amare ancora. Sentire pienamente: stare immobili. Non sottrarsi ma accogliere. È qui la salvezza.
Poi però, se c’è visione e sensazione, viene il desiderio di esprimere: scrivere, dipingere, comporre.
Ebbene, il terreno è accidentato, pericoloso: se poesia è vanità del creare, prepotenza d’imporre i propri contenuti, brama d’essere chiosati e lodati, si cade nella più terribile idolatria. Che ci pone gli uni contro gli altri, nell’ombra dell’immaginazione che tutto deforma: il reticolo dell’io è patria di una sete inestinguibile. Quanta opacità, quanta cupidigia e malanimo nella poesia contemporanea. Contendersi il nulla.
La vera arte è un brillare limpido, gratuito, senza nome: un’estasi nuda e abbandonata. La forma materiale che può rimanerne nel mondo è un precipitato, un residuo; “immagine abolita, desiderata” direbbe Jean-Baptiste Brenet: crocevia del cuore verso l’intima conoscenza. La figura artistica è tentativo di materializzare quel corrispettivo diafano dell’intelligibile che rimane terso e inviolato: fantasma, evocato per affezione, di ciò che è il purissimo oggetto d’amore, cui tendersi come un arco.
Gli ikonniki, e in generale gli artisti profondamente simbolici, sono consapevoli che le cose supreme non si sanno, si adorano; l’arte è una lode, un salmo. Amare l’inafferrabile, ciò che trascende, mediante una “conoscenza” che è solo del cuore. Scavandoci e creando alveo, acquisiamo l’oggetto amato – o temuto, patito – per assimilazione, sottraendo spazio a noi stessi. Affetto come atto d’intellezione, conoscenza come atto d’amore: nella contemplazione vi è reciprocità tra ardore e intendimento: Ubi amor, ibi oculus.
È lo sforzo contemplativo il seme di salvezza: attesa, nepsis, nello svuotamento: pensiero rivolto al vertice, desiderio di fusione nel sentire. Desiderato culmine d’intensità cui ci si volge con la mediazione interiore di un’immagine: cercando non di imitare ciò che esiste, ma di salire, nel dare accoglienza al percepito. Ecco dunque le metafore, le diramate analogie, i ritmi e le sonorità, a tentare di restituire lo splendore del vero; la vera poesia, guglia di fulgore, è concisa, simbolica, anonima.
Il poeta che s’illuda di plasmare, affermare, brillare di abilità; di essere letto, ammirato, commentato, e in questo trovare gioia, è nella più terribile e dolorosa chimera. Nulla è nostro, il vero Autore (Lauretano) è altrove, è assente. Più il poeta è attento – vuoto, ubbidiente, umile nel servizio – più la bellezza allegorica, la figura aurea, con tutta la sua avvenenza tremenda, acconsentirà a posarsi nei versi.
Sentirsi insignificanti. Pronti a essere usati, ignorati, abbandonati. Lasciare piccoli varchi all’inesprimibile. Questo è tutto.
Quanto ai maghi della tecnica: più l’arte è simbolica, intrisa di senso sacro, più appare ingenua, a volte digiuna delle regole di rappresentazione, o volutamente in prospettiva inversa: perché non vuole essere ammirata, ma aprire una via. Il punto di fuga, in molte icone – Florenskij bene lo spiega – non è al fondo della tela, ma siamo noi. Chi assiste non è colui che guarda, ma colui che è guardato.
Lo splendore già esiste, nelle sue crudeli maestà, e ogni prodigio si riversa nell’interminabile, dissipando smeraldi in uno sfolgorare micidiale. La poesia, mentre ci affanniamo a catalogarla, ci osserva: con occhio gelido, eterno: saremo capaci di incontrare gli angeli presenti nelle cose?
Con unità e intensità, nel lucore di un’immagine che apra. Essere, anche solo una volta, sommità significante, parola che rischiara, fremito di devozione. Esercitare la tecnica, sorella vicaria dell’intensità del sentire, solo per sfibrarsi in testimonianza.
È il centro radiante di ogni creatura che ne segna il passo, l’intelligenza madre che custodisce alla vita. Lì dimora una saggezza che trascende la legione dei pensieri, ed è intima alla matrice dei mondi: il cuore prega continuamente in noi e, col proprio persistere in purezza, distende la nostra esistenza nel tempo.
Un grande pericolo in poesia è la caduta dalla dimensione spirituale a quella letteraria, mondana. Nell’oppressione di dottrine e teorie, nel dedalo delle vanità, il poeta che non ascolta più la sua intelligenza prima, quella dello Spirito, cade nella disgregazione intellettuale, nel sofisma, radica nell’io. Ecco i poeti senza grazia, gli uni contro gli altri: nelle vane discussioni senza fine, senza pace.
Solo l’esistente ha ragione: col suo pulsare nella vita, con la sua muta asserzione di splendore. Il perfetto equilibrio tra scomparsa della creatura e durata del creato nel mistero, questa è l’unica verità. E la bellezza insostenibile che il vero Autore, il vero poeta ha posto ovunque, per non lasciarci soli.
Non siamo soli.
Ogni forma d’arte sia garbata, leale all’Essere: alluda simbolicamente, concisamente, nell’unità che solo lo Spirito può donare. Affinare l’intelletto vale soltanto a salire più in alto, sulla via dell’attenzione purissima, che è sinonimo di preghiera (Weil). Il vero non si può esprimere pienamente con alcuna tecnica artistica. Ma si può percepire per un attimo: con nudità, nell’umiltà. E questa è la salvezza.
Prendere parola è una grande responsabilità: riunire in sé, farsi apice, accendere una fiamma: che non si può ghermire, ma solo adorare; far ardere nel cuore: pronunciare piano, con tremore.
Fino al momento, puramente teorico, in cui la parola sarà talmente alta, risonante di amore e vicina allo Spirito da essere fulgida, un cristallo perfetto, senza nome. Iconostasi che da sola aprirà le ali, svanendo. È solo un sogno: salire al radioso vestibolo dell’azzurro, dove l’invisibile, poeta segreto, sarà presenza compiuta, carità altissima.
La vera poesia è piena di salvezza. Lo stato dell’arte è fermo da millenni.
Il vero poeta non esiste. È il santo che sta in silenzio, e tanto ama da dimenticare sé stesso. Tentare di somigliargli, e sempre fallire, questa è la poesia.

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