20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Per sempre vivi (Luigi Pellegrini Editore, 2024), l’ultima raccolta di Alessandro Moscè, è una Recherche poetica molto intima. Mi sono quindi messo a cercare il suo personale sapore di madeleine. Ho scoperto, invece, che il suo tempo perduto si ritrova grazie agli odori, che addolciscono come quello di vaniglia, oppure che curano come l’odore di alcool. Nelle prime tre sezioni – Silenzi, Sogni e Apparizioni – leggiamo una poesia descrittiva, scarna fino all’osso, prosastica e quotidiana. Questo andamento ordinario possiede una sorprendente forza ipnotica. Potremmo definirlo il canto di una sirena urbana che ciascun lettore sente familiare e profondamente magnetico. Eppure, penetrati dentro questo luogo domestico, veniamo ridestati da improvvisi cambi di forma. Inattesi versi compongono costruzioni inusitate e visionarie che ci proiettano in un altro mondo, immateriale se non irreale. Ritrovo solo l’ippocastano del millennio/ respirare nel suo regno di terra e fuoco/ fino al cuscino del letto vuoto/ mentre un taxi passa ancora tra le case.

Siamo ugualmente attratti, ad agire non è più la nostalgia ma una seduzione vertiginosa. Mi sembra che questo passaggio di stato sia proprio l’effetto del dialogo con i morti. Proprio questo ci rende vivi. La raccolta termina con due sezioni finali in cui la memoria ritrovata prende il luogo del verso: Dialoghi con mio padre e Guarigione. Qui il pensiero della morte riafferma la propria centralità notturna. Viene ripercorsa una via crucis umanissima in cui la vita non ha avuto bisogno di resurrezione. L’intensità sentimentale ed etica raggiunge il suo vertice, a costo, forse, di una discontinuità con la complessa armonia della prima parte. Ridiamo, ridiamo a crepapelle/ con mio padre che ha settant’anni/ mentre attraversa la pista ciclabile/ e mio nipote calcia un pallone verso la spiaggia/ bollita di sole a picco sull’Adriatico./ Siamo tutti sopravvissuti al rito delle assenze/ nel mare dei cormorani fissi sul molo.

 

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