Ottobre, di Enrico Fraccacreta

Ottobre, me lo dici tu perché i ciclamini dormono ancora?
certo la terra non si è liberata dal caldo
dell’estate torrida di quest’anno,
è così che anche tu ti allontani?
forse è stata troppo fredda la mia atmosfera
in questi ultimi tempi.
Soffriamo le stagioni eccessive
i nostri stati d’animo si gonfiano di colpo
alla prima frottola burrascosa,
la pioggia siglerà una specie di armistizio
tra noi, l’aria e i ciclamini.
La pioggia che fa parlare i sordi e i germogli
stuzzica la spinta decisiva al fusto sotterraneo
distende i nostri nervi, cade in terra feconda
dopo aver sgocciolato a lungo sui nostri sorrisi,
decide il colore dei nuovi ciclamini
noi li vedremo tutti bianchi
salendo sempre più in alto
sino al cuore di dicembre,
l’anno scorso, ti ricordi? Scoprimmo i pulcini
fare le moltiplicazioni, io non ci credevo
troppo perso a contare la polvere
non vedevo le onde traslucide nell’aria,
troppo poco so ancora del silenzio
anche se vado tutti i pomeriggi a lezione
dallo sparviero sul filo del telefono alla Motta del lupo,
mi guarda come un arciduca e stiamo lì un paio d’ore
le sue orgogliose piume mosse dal vento
prima del tramonto, quando d’un tratto si alza
va via senza rumore senza neanche salutare
per chissà quali strade della notte
con l’ultimo sguardo che è già un appuntamento.

Ottobre, com’è bella la terza fioritura del glicine appoggiato al pino
la mano nella mano del padre a spasso col figlio più debole
la venatura sensuale delle foglie principali nelle magnolie
quando stillano gocce linfatiche,
come è difficile restare nell’odore del lillà
se passa una ragazza con le cicatrici sulle braccia
lucide come le foglie della magnolia, le stesse linee scure
senza linfa, né pioggia sotto i contorni delle nuvole autunnali
ma lacrime incanalate sulla superficie, pianto.
Ottobre, me le spieghi tu le conseguenze delle azioni?
veramente sarà così dura la mia lingua?
riusciranno i miei piani sotterranei a ribaltare quel che doveva essere
per condurre a termine una nuova realtà?
altrimenti potrei ribellarmi come gli abitanti fuori dal giardino
ignorando il fallimento lo difenderei con le lance del biancospino,
il risentimento ammala le radici, verranno fuori piante crudeli
sortiranno foglie trasformate più che piccoli fiori nel biancospino,
tutti gli anni ne facciamo una corona
di peccati intrecciati che stillano sangue innocente.
Possa il vento trattenersi nella sera
in questa vertigine di freddo
questi brividi di colpa, per una volta
possa tacere un attimo il soffio continuo e lo stormire delle foglie
così che si fermi per sempre la mia mormorazione.
Seguendo il tempo, potrei mettermi d’accordo con novembre
il mese delle morti apparenti, andare a cercare i suoi incantesimi
vedere apparire i suoi fantasmi, la tortora sull’acero
col volto di zia Emma, la vespa di zia Elena
che canta le canzoni in estate entrando dal terrazzo
il nonno gufo che ruota la testa dietro l’orizzonte
per vedere la mia vita sconosciuta
ammonendo con il grande occhio giallo
avvisando delle volpi che gireranno intorno
sino al termine della radura, al principio delle ombre
quando si infittiranno e piano o improvvisamente
non vedrò più nulla, nemmeno i funghi che volevo suscitare.
Ricordi, quando ti dissi che con la mia concentrazione
avrei riunito le proiezioni dei nostri cari attorno?
sarebbero venuti con un segno, il solco flebile o profondo
della loro esistenza, il significato delle direzioni prese
ci avrebbero informato sull’indifferenza con un distintivo diverso
ognuno per il proprio peccato,
ma non riuscii a far nulla
nacque solo un prataiolo nel frattempo
l’attimo di un temporale liberò dal caldo la vegetazione
lo spirito dalle intenzioni
creando dal nulla pozze d’acqua morta
quelle che il vento leggero la superficie attraversa
nella serie di minuscole increspature lente
che specchiano i lineamenti distorti
e avvisano chi sei veramente.
Poi solo silenzio
quasi una percezione diversa del tempo, della realtà,
silenzio, la foglia del platano è caduta
copre un micromondo che resiste
uno scialle verde pallido sulla terra che nasconde
l’opera incessante, poi s’abbrunisce in un tramonto terrestre
si rapprende, si disfa, la luce della verità torna a brillare
su una minima superficie come una piccola nuova alba,
il lavoro dei vermi e delle formiche
le lumache senza guscio che s’affrettano a rientrare a casa
i lombrichi che strutturano il terreno
gli agenti patogeni che cercano una casa
i ragazzi chiusi nelle stanze, nella rete disconnessa del sentito dire
lo spiraglio di luce che comunque arriva, si spegne
dalle finestre aperte, le famiglie perse
qualcuno che sparisce, ritorna
i capelli delle ragazze ritrovati sotto foglie disseccate
impronte frettolose, sanguinose sui tronchi
dopo una corsa, un inseguimento,
la natura tradita che non tradisce.
Ascoltare, e riavvolgere le scelte
aspettare dicembre, le luci sulle case
le luci sulle nuvole, i fuochi sulle stelle
che cominciano a divampare già dai primi giorni del mese
le moltitudini si avviano anche se ancora non lo sanno
i falò all’Immacolata che illuminano la notte
il giorno della santa dei non vedenti,
i giorni dell’orazione e dell’obbedienza
dell’umiltà mai amata abbastanza
del candore silenzioso bianco della neve
nel bianco purissimo della veste della madre
che scalda la prospettiva sino quasi in fondo al mese
dopo aver attraversato tutto l’autunno
quando tutto pareva dover morire,
attraversato tutte le acque,
chissà se strillerà quando nasce
come tutti i bambini del mondo
chissà da che parte volgerà il primo sguardo
il braccio ancora tenero, la piccola mano
l’unico nato nuovo al mondo.
Chissà come saremo noi, cosa faremo
quando anche quest’autunno finirà.

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