Intervista a Biagio Accardo

di Massimiliano Bardotti

1-Come e dove nasce l’idea di questo libro? E potresti dirci qualcosa sul titolo?

Mi accingo con qualche dubbio a scrivere queste righe che precedono o vanno in contemporanea con l’uscita del mio nuovo libro di poesie, Esercizi di riparazione, per conto di peQuod, collana Portosepolto. E questo perché noi poeti rischiamo sempre di dire troppo, facendo ombra alle nostre stesse poesie, le quali dovrebbero poter parlare da sé, senza ulteriori commenti. Proverò quindi a rispondere a ciò che mi viene chiesto nella maniera più sobria possibile. 
Questo è un libro che amo, e lo amo perché finalmente la parola lasciata sul foglio è impronta alquanto fedele di quella sperata e attesa. Entrambe sono in un certo equilibrio, senza eccessive asimmetrie tra momento intuitivo e quello realizzativo. Sono sincero: aspettavo il momento in cui poter scrivere qualcosa di questo tipo e in questo mondo; il tempo e gli incontri hanno permesso che ciò accadesse.
Posso tranquillamente dire che questo libro non nasce da nessuna idea, ma semplicemente da una variazione di rotta, o da un cambio di prospettiva. Penso infatti di stare scrivendo, da una vita, sempre le stesse cose, ma in modi e forme che vanno sempre più approfondendosi e chiarendosi. In questo processo, anche gli incontri hanno avuto il loro peso, e quindi quello con la poetessa Mariangela Gualtieri e la sua poesia, ha inciso notevolmente sul mio modo di posizionarmi rispetto alla realtà  e anche a me stesso.
Ma andiamo al titolo: perché Esercizi di riparazione? Credo che la poesia sia sempre pratica riparativa; essa risarcisce l’individuo di qualcosa che è costretto a perdere nel suo rapporto col mondo e la sua logica, logica spesso di necessità, logica di adeguamento a certi ferrei statuti del vivere. Ciò che perdiamo in questo nostro rapporto col mondo, la poesia può restituircelo, nei termini di una ricomposizione dell’unità interiore e di restituzione di una bellezza che il quotidiano fa di tutto per cancellare o  far percepire come del tutto inessenziali. 
Come dicevo alla base di questo libro c’è una variazione di rotta, un cambio di sguardo o di direzione. Ciò che andavo cercando solamente in me, e in una forma di quasi esclusivo dialogo interiore, non potevo e non dovevo più cercarlo in quel modo, ma nell’apertura agli altri, a un mondo, a una memoria. E benché di quegli altri, di quel mondo e di quella memoria  non mi rimanessero ormai che resti o scarti fossilizzati nella coscienza, questa operazione di ricucitura mi appariva come un compito sempre più stringente, ineludibile, da portare finalmente a compimento.
E ciò perché quello che un giorno era stato diviso fosse riunito, ciò che si era separato potesse finalmente ricomporsi.
Ecco, questo è stato l’intento soggiacente al libro, il cui senso mi si è pian piano imposto a partire da una nuova disponibilità a lasciarmi interrogare meglio e più a fondo dalle cose. Non c’è dubbio, almeno per me, che si sia trattato di una sorta di colloquio sottovoce con realtà dismesse, cose che un giorno furono vive e funzionali, ora giacenti in una sorta di silenzio sacrale e radiante.
Naturalmente anche la parola non poteva dirsi estranea a tale indirizzo, e quindi essa ha avvertito l’esigenza di andare a porsi in una dimensione “nascente”, non ancora gravata dai gesti ripetitivi del vivere o, da questo, disillusa. Nel fare ciò credo di aver voluto restituire dignità alle cose stesse, salvandole dall’oblio.
Ciò non significa che questa mia sia una poesia frutto dell’immediatezza ( è vero essa ha voluto restare fedele a una insorgenza prepotente), anzi essa è frutto di un lungo lavoro di revisione e di cura, perché l’eccesso fosse tolto e rimanesse solo ciò che poteva realmente rimanere. Ecco, riparare significa anche questo: avere chiaro ciò che veramente vale la pena di salvare.
Questo del “riparare” è probabilmente l’atto che più di ogni altro ci rende umani: consci delle nostre fragilità, avvertiamo meglio il valore della vicinanza, della  prossimità che un certo tipo di esaltazione identitaria, sempre più dilagante, vede come una debolezza da cui starsene alla larga. Ed è proprio in questa pratica della riparazione che io vedo il sigillo della nostra figliolanza divina. Come Dio infatti si china sull’uomo, in Cristo, per riscattarlo dalla morte, così anche noi dovremmo imparare a chinarci sugli altri, a fare qualcosa di buono, per ridare a noi stessi, ma anche a chi ci sta vicino la gioia di essere al mondo.

 

2-Da dove nasce, per te, la necessità, o l’intenzione, di scrivere poesia? Si tratta più di una scelta o di una risposta a una chiamata?

E’ difficile rispondere a una simile domanda: sembra che rispondendo in un certo modo, un’ altra dimensione ci venga preclusa, ma forse non è così, e proverò a spiegarlo.
Intanto premetto che in ogni essere umano esiste la dimensione del “poetico”, ovvero dell’atto col quale si sovverte un po’ l’ordinarietà del vivere, scoprendo una prospettiva nuova, non considerata, capace di ridare slancio e forza alla vita quotidiana: tale è un bacio improvviso, il vaso di fiori che ti sorprende entrando in casa, il gesto di un perdono inaspettato, che rompe logiche e schemi costrittivi…
Sì, sono convinto che solo l’amore genera il poetico (e dunque anche la poesia), perché solo l’amore è capace di dare rigenerazione e speranza alla fatica del vivere. Ecco perché solo coltivando la dimensione poetica nell’uomo, noi coltiviamo anche la vocazione alla poesia intesa come attività specifica di scrittura.
In fondo la poesia ha questo di suo: riconduce ogni uomo al suo destino più vero; restituisce l’uomo a se stesso, invitandolo sempre a rialzarsi e a scrivere una pagina nuova della propria vita.
Ora, nel rimanere fedele a questo amore, che ispira gesti sempre nuovi e inedite forme di realtà simboliche, il poeta è sicuramente il più esposto al passaggio di questa forza che nel suo continuo esondare lo spinge a dar conto di ciò vede, che sente e prova.
Questa è la sua chiamata: restare nei pressi, nella vicinanza del luogo più intimo in cui sempre la vita insorge, e insorgendo può essere di nuovo disegnata, ancora una volta immaginata,  vissuta, ma anche rivissuta, per certi versi.
In questo luogo, il poeta vive la sua posizione di confine: egli è nel mondo ma è pure fuori dal mondo, in un mondo altro, che pure è vivibile, che pure è possibile. Egli sa di vivere della pienezza di un dono di cui fa partecipi gli altri, e sa anche che una volta sparso quel dono, egli sarà fra tutti ancora il più povero. Pienezza e assenza, silenzio e parola sono gli estremi di una condizione di cui ogni poeta non può spogliarsi, non può, anche se lo volesse, liberarsi.
Ma rimanendo esposto a questa realtà, il poeta sa anche che deve fare i conti con una lingua, con un grumo di sentire che caratterizza una comunità civile. Egli avverte quindi, insieme alla fedeltà al suo sentire, anche la responsabilità nei confronti di ciò che dice, nei confronti della lingua di cui si serve. E dunque il suo dire non sarà un dire immediato, di tipo profetico, ma una dizione che deve saper incarnarsi nelle forme necessarie della comunicazione.
Ecco, chiamata e scelta (magari in quest’ordine) credo non possano essere disgiunte. In alcuni poeti il dato di partenza sarà il reale, in altri le esigenze più intime, quello che conta è che tutto sia autentico, che la parola abbia la sua magia (come ci ricorda Florenskij) e compia il miracolo per cui è chiamata in causa.

 

3-Cos’è per te la parola? Che valore le attribuisci? Quale potere credi possa avere?

La parola è e resta un mistero. Essa ci precede e ci succederà. Alla fine saremo solo parole o, forse, memoria delle nostre parole. Per quanto ognuno si sforzi di comprendere questa realtà, così dinamica ed essenziale, la parola sfugge al suo controllore, per cui ciò che di essa resta, una volta consumata, è del tutto insufficiente e inappropriato. 
Quello che mi pare possa essere condivisibile è che la parola compie sempre una sorta di miracolo: rende manifesto ciò che manifesto non è. E nel dire ciò non voglio esclusivamente riferirmi a quel qualcosa cui abbiamo dato nome “inconscio”, ma proprio a quell’evento di svelamento per cui qualcosa che prima non era adesso è.  Ma questo venire alla luce è solo un lampeggiare, un dono mediante il quale posso dare un nome al me stesso che sono e che ancora non conosco, a tutto ciò che mi sta accanto e che posso avvertire come prossimità oppure come estraneità.
E’ solo nel nome, o nella parola, che salvo ciò che vivo, conferendogli il privilegio di essere strappato alla corrente del puro divenire, elevandolo alla forma dell’ esistenza. Dunque tutti siamo mistero, siamo buio, inediti, finché una parola non ci strappi al grembo in cui oscuramente le cose vivono e ci modellano a nostra insaputa. Eppure si tratta di un miracolo fragile, di breve durata, di un lampeggiare, come dicevo prima. La parola non assicura, svela ma non conserva: la perdita è ciò che la contraddistingue. Sicché nel rapporto con la parola noi siamo sempre nascituri, sempre agli inizi, sempre a dover nuovamente imparare. Ed infatti il rapporto con la parola non è mai di tipo quantitativo. Con ciò voglio dire che non saremo certamente migliori conoscendo un numero maggiore di parole. La parola ci chiede sempre un approccio diverso, di tipo qualitativo; essa ci invita ad approfondire l’essere che il lampo ci ha donato, ci chiama a penetrare sempre di più il mistero che siamo, senza che tale mistero possa trovare il suo ultimo e definitivo esaurimento.
Se tutto ciò è vero per tutti, è ancora più vero per il poeta, il quale è come un neonato che deve sempre imparare a fare della parola la finestra spalancata attraverso cui il suo essere può farsi manifesto. Non strumento inerte, dunque, o almeno non solo strumento, non solo realtà convenzionale ( anche se la parola deve poter anche essere ciò, attingendo a quel fondo prezioso che è la lingua, di cui debbo e posso nutrirmi), ma realtà viva, per cui ogni poeta intento a scrivere una poesia è un uomo che di nuovo sta imparando a parlare. Nel fare ciò ogni poeta si allontana quel tanto che può dalla referenza, si chiude allo scenario esteriore, perché ciò che viene detto sia prossimo al dolore e alla gioia stessa del parto, sia cioè fedele all’atto stesso del venire al mondo.
E’ per questo motivo che tra poeta e parola non esiste separazione, alcuna frattura: la parola è il poeta e questi è la sua poesia, per cui meno i poeti parlano è meglio è: bastano e avanzano e loro poesie.

 

4-Tre poetesse o poeti (e relative opere) imprescindibili, secondo te, per chi si avvicina, ama e scrive poesia.

Credo che nel libro ci siano già le mie preferenze, circa il tipo di poesia che amo e i poeti che meglio la incarnano. Da giovane ho amato Ungaretti, Lorca e Neruda. Poi ho molto ruminato Luzi e Caproni. Dopo il duemila ho scoperto la bellezza di Heaney, Bonnefoy e della Gualtieri. 
Di Heaney ho molto apprezzato District e Circle, edito da Mondadori nel 2009. Si tratta di una poesia molto circostanziata, che sa rimanere legata alle cose, pur potendo da queste spiccare il volo verso un senso nascosto, tutto da portare alla luce. Nelle sue poesie un’incudine, un dente d’erpice, un tagliarape, un casco…, diventano le chiavi di accesso a una realtà che, seppur presente, appare come velata, in attesa della parola che la sveli. Ecco, di fronte a certa poesia che a volte finisce per sfiorare i  territori della mistica  o della metafisica, questo riferimento alle cose è salvifico, sia per la poesia che per l’uomo. E’ una lezione di misura e di equilibrio.
Altrettanto importante è il tentativo di Bonnefoy, soprattutto quello de Le assi curve edito da Mondadori nel 2007. E’ chiaro l’intento di riscoprire un linguaggio purificato dalla logica del superficiale e dell’ovvietà, per ricondurlo a una sorta di ingenuità e purezza infantile. Nelle sue poesie la memoria, con tutti i suoi resti, è come un deposito fondamentale cui attingere per un’azione di ricomposizione dell’unità dell’essere umano.
A questi aggiungerei “Bestia di Gioia” della Gualtieri (Einaudi 2010), un libro che mi ha veramente cambiato. A partire da quella lettura ho compreso che il ciclo della poesia del Novecento si era definitivamente concluso. Con la Gualtieri non siamo più nel tempo del “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato…”, ma in un tempo nuovo in cui, a partire anche da uno scarto, anche dal poco che abbiamo, una parola può essere detta e  può compiere il suo mistero.
Ecco, questi, ma non solo questi, sono gli autori che amo: in essi c’è la conferma di ciò che per me è poesia: fedeltà all’uomo, fedeltà al mondo, fedeltà alla parola.

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