Frammenti di Cinema # 82

di Pasquale Vitagliano

Ci sono le città del cinema e le città nel cinema. Dipende se la città è la protagonista del film oppure si limita a prestarsi come scenario della storia, seppure caratterizzante. È inutile dire che la linea di confine tra queste due ipotesi è sottilissima. Per esempio, come si fa a fare questa distinzione dopo aver visto Manhattan (1979) di Woody Allen? La medesima storia potrebbe svolgersi in una qualsiasi altra città? Direi proprio di no. Anche il regista ha finito per identificarsi con essa. Siamo di fronte ad un vero e proprio “luogo dell’anima”, tanto fisico, visitabile, quanto immaginario. Diversamente, in New York, New York (1977) di Martine Scorsese la metropoli è lo sfondo per uno splendido musical sul jazz come paradigma della libertà e della pace conquistata alla fine della Seconda guerra mondiale.

Una città del cinema è la Roma (1972) di Federico Fellini. Anche in questo caso il luogo si stacca dalla sua concretezza per diventare un paradigma. Non è un caso che il capolavoro di Alfonso Cuaròn su Città del Messico come metafora delle contraddizioni dello sviluppo economico porta il titolo Roma (2018), come uno dei più importanti quartieri residenziali della capitale latino-americana. Anche Luchino Visconti riesce a trasfigurare Venezia attraverso lo sguardo interiore del protagonista in La morte a Venezia (1971), restando fedele al racconto di Thomas Mann. Una delle città più importanti nel cinema, invece, è Parigi. Capitale della modernità, è il fondale ideale per qualsiasi tipo di storia, capace di esaltarla e di rilanciarla idealmente in innumerevoli e diversi mondi immaginari. Questa potenza parigina viene fuori in modo fantasmagorico in un altro grande musical, Moulin Rouge! (2001) di Baz Luhrmann. Come Bagheria di Baarìa nel film del 2009 di Giuseppe Tornatore e diversamente dalla Napoli di Parthenope (2024) di Paolo Sorrentino. La prima non è metafora ma ambientazione meridiana di una storia italiana nel dopo-guerra, mentre la seconda riesce a proporsi come un paradigma dell’esistenza umana.

Sia come modello che come scenografia, infine, la città è spesso anche il campo di azione delle dinamiche sociali di una comunità. Sotto questo profilo, Cristo si è fermato a Eboli (1979) di Francesco Rosi, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Levi, è esemplare dell’intimo legame tra il cinema, il territorio e i suoi abitanti. Capace più di un’analisi teorica o dell’azione politica di dirci dove siamo e con chi schierarci. Miracolo a Milano (1951) di Vittorio De Sica, Il cielo sopra Berlino (1987) di Wim Wenders e Miracolo a Le Havre (2011) di Aki Kaurismaki ci dicono chi siamo più di un intero corso di laurea. Dunque, ha proprio ragione il prof. Marotta di Parthenope, l’antropologia è vedere.

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