Daniele Beghè, Chicane

di Margherita Rimi

Daniele Beghè, Chicane, Roma, Avagliano, 2024

Questa nuova raccolta del poeta parmigiano Daniele Beghè si compone di versi e prose: narrazioni brevi dallo stile essenziale come è sempre stato nella scrittura di questo autore. Il libro contiene 55 testi ed è articolato in 5 sezioni: Rettilineo, Chicane, Andirivieni, L’altra campana, Buonvento.  Beghè, in questo libro, affida alle parole la custodia del passato. Le parole operano in un tragitto con rallentamenti, riprese e accelerazioni, così come avviene nel percorso di una chicane, in un circuito dove i ricordi si intrecciano con il presente e viceversa.

Un passato riconosciuto che, per eredità e responsabilità assunta, si fa presente: «Vivo/fra le stesse mura costruite/dai miei nonni, nelle feste comandate/pranzo nei piatti con filo d’oro/del loro matrimonio, /dormo nel letto dove concepirono/la vita che mi generò» (Riflessioni su una stanza d’albergo, p. 45). Nelle poesie emerge un forte e pacato sentimento del ricordare: oggetti, materiali, luoghi che descrivono parte di un’epoca che ritroviamo nella «fòrmica», nei «ghiaccioli», nei «tubi al neon» (La voce roca, p. 51); poi nella «tinozza di moplen» (La funzione dei pioppi, p. 31) e, ancora, nella «cabina che non c’è più» (L’ultima mosca dell’autunno, p. 44).
Oggetti, luoghi, fatti e vicende scomparsi si ricompongono alla luce della memoria e vengono riconosciuti come luoghi identitari, senza suscitare estetizzazioni del sentimento o fantasmi del rimpianto. Così scrive Daniela Marcheschi nella quarta di copertina del libro: «un io mai autoreferenziale privilegia lo sguardo orientato verso il quotidiano […] preveggenza delle parole che dicono la nostra vita umana prima che essa accada, perché già accaduta».
A tratti emergono delle punte di malinconia, dove le parole mai cedono al sentimentalismo o all’autocompiacimento, anzi queste segnano uno scatto, come all’uscita da una curva della chicane, che impone una riflessione ferma sul presente, coraggiosa: «La mia minima storia vive attraverso/un luogo che non c’è più. Non posso/attraversare indenne la ferita, /se quella ferita è ovunque».
Ci può essere, a volte, una uscita fuori dal percorso, uno sbandamento in curva. Ma la capacità di controllo delle parole, il tratto pacato, permettono di rientrare nel viaggio, senza paura di infrangersi. Altri luoghi e fatti, invece, sono identificati nello scarto, se non nel contrasto, con quanto è stato conosciuto prima, in un tempo precedente: «Le stesse insegne, /gli stessi desideri contamineranno/i luoghi percorsi, nessuna isola/sarà risparmiata dall’omologazione. /Anche la via del ritorno un’illusione» (Itaca non avrà senso, p. 60); e ancora: «incontro otto rotonde al posto dei semafori dell’infanzia» (La traversata, p. 65).
Altri luoghi e fatti si ritrovano anche nelle «Mappe» di cambiamenti, a causa non solo dello sfruttamento edilizio: «fra i muri di mattoni rossi a faccia vista/trovi i volti di vite spostate/da riorientare e tutto quel mondo/che sta intorno» (Legge regionale n.14, p. 72); o in mappe che falsificano la realtà della condizione umana, come quella di Londra: «È un’inutile finzione questa mappa, solo il 45% sta sotto del percorso, /non mostra spigoli, non gradi di separazione o alterità, /non volti diversi. Niente degrado, né umano, né urbano. Nessuna resistenza» (London underground, p.61). Come ad affermare che “la mappa non è il territorio”, concetto di Alfred Korzybski (1879-1950) a indicare la differenza tra la realtà e la sua rappresentazione.
La poesia di Beghè è una poesia che affronta anche temi sociali, sentiti profondamente dall’autore, come lo sfruttamento e le morti sul lavoro, la “sopraffazione edilizia”, l’inquinamento: esiti delle politiche dell’ipercapitalismo, un abuso sull’umanità. E, ancora, l’autore raffigura alcuni aspetti del mondo tecnologico posti in rapporto con la condizione di solitudine umana.
Ma chicane è anche quel percorso imprevedibile e senza prove preliminari, come la vita stessa, è l’azzardo della fantasia: «Voglio per un giorno sparigliare le carte, sottrarre un giorno al moto rettilineo del tempo, forgiare con la mente una chicane» (Il soccorso della parola, p.35).

Margherita Rimi (Agrigento 18-02-2025)

 

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