Enrico Ghidetti, Il caso Svevo (LIC)

di Fabrizio Centofanti

Enrico Ghidetti, Il caso Svevo. Guida storica e critica, Bari, Laterza, 1984, pp. 218.

Dopo il saggio Italo Svevo. La coscienza di un borghese triestino (Roma, 1980), Enrico Ghidetti torna a portare ordine nella storia di un destino: un destino letterario tormentato e singolare, specchio di una vita altrettanto complessa nella quale Schmitz, il commerciante, convive in qualche modo con l’artista, ma in una zona più esterna, più superficiale, che non affonda le radici in quell’anima ebraica naturalmente e impietosamente analitica cui solo Svevo, lo scrittore, può approdare. E lo scrittore ben sapeva che non era Schmitz la sua vera vocazione, il suo essere autentico: si spiega, in questa luce, l’« atto di ribellione », l’appello all’amico celebre che dopo la pubblicazione dell’Ulisse non è più lo “strambo professore di inglese” che butta via il suo tempo nelle bettole con operai e portuali. Fino a quel momento, ricorda Ghidetti, per la Coscienza di Zeno solo sei frettolose recensioni, la più sostanziosa delle quali parla di “lingua alquanto dura e strana e da doversi compatire”. Le millecinquecento copie della prima edizione, intanto, gravano nella soffitta dell’autore. Ultima speranza: una segnalazione anonima sul “Corriere della Sera”, in cui si parla di libro « abbastanza interessante, ma scucito ». È a questo punto che il Nostro scrive a Joyce, aprendo così, con la forza della disperazione, quello che fu e rimarrà nella storia letteraria come « il caso Svevo ».
Ghidetti sottolinea come il sentimento irredentistico della Trieste italiana giochi subito contro lo scrittore, “italiano a metà fin nella scelta del NOM DE PLUM”, e il racconto La tribù, pubblicato nel ’97, fa convergere per giunta, sul conto dell’autore, sospetti fondati di filosocialismo. Ma il bersaglio preferito della critica è un altro: “Lo si teneva come uno che VOLESSE SCRIVERE, non come uno che sapesse e potesse”. Culto puristico della lingua, secondo Benco e il fratello di Joyce, Stanislaus. Per Niccolò Vidacovich, presidente della “Minerva”, Svevo non solo scrive male, ma deprime e corrode, invece di esaltare e infiammare i cuori per il tricolore d’Italia. Devoto e Contini, a questo punto, insorgono e fanno quadrato intorno allo scrittore: solo i retori superficiali e vuoti possono pensare e sostenere che Svevo scriva male.
Gli opposti schieramenti vengono i così inquadrati da Ghidetti: da una parte la letteratura militante che fa di Svevo un esempio di forte vocazione, dall’altra la critica letteraria che si presenta in un atteggiamento di completa indifferenza e noncuranza nei confronti del triestino. Fedelissimi sostenitori di Svevo si rivelano invece Montale, Debenedetti e Bazlen, che insieme a Joyce, Cremieux e Larbaud, sono anche i primi e più autorevoli a propulsori di una critica “intelligente” e favorevole. Frutto maturo di questa critica saranno, negli anni cinquanta, le monografie di De Castris, Luti, Bruno Maier; ma Ghidetti ricorda, e lamenta, le evidenti lacune nella compilazione e nello studio filologico dell’OPERA OMNIA sveviana, e il fatto che la riflessione critica si sia appuntata prevalentemente sull’ultimo romanzo: la coscienza di uno Zeno immaginario, cui Italo Svevo “affida il compito di recitare la biografia esemplare del borghese Ettore Schmitz”: opera complessa, a più piani, in cui l’anima duplice del triestino si fa duttile strumento di indagine psicologica e fantastica. È un’opera in cui, nota Ghidetti, “si dice tutto” (quasi una seduta analitica) e in cui si può anche dire, dunque, che la malattia di Zeno come quella di Alfonso e di Emilio, che non ne erano coscienti è una malattia di tutti: la salute, per l’umanità intera, arriverà solo con la bomba, con la catastrofe finale, la distruzione del mondo e della letteratura.
Come incontrare Svevo? Come definirlo, studiarlo, “aggredirlo”? Ghidetti individua tre modi, tre percorsi della critica odierna.
Il primo vede nel triestino un cantore della crisi della borghesia europea nell’atmosfera crepuscolare della decadenza asburgica. Il secondo lo considera un liquidatore dei miti del decadentismo e un inesorabile demolitore della scrittura naturalistica. Il terzo, infine, cerca il volto di Ettore Schmitz dietro e dentro la sua opera, che meglio di altre si adatta ai rischi e agli allettamenti di una psicanalisi selvaggia.
Questa guida storica e critica al caso Svevo, di Enrico Ghidetti, è un itinerario appassionante che si snoda attraverso le voci più stimolanti di un dibattito e una polemica che hanno fatto storia: da Debenedetti a Bazlen, Joyce, Montale, Prezzolini, Piovene, Saba, Vittorini, Devoto, Contini, Robbe-Grillet, Savarese, Maier, Musatti, Lavagetto ed altri scrittori, critici e studiosi di primissimo piano nel panorama letterario e culturale dall’ultimo decennio del secolo scorso ai nostri giorni, in un’edizione curata in modo organico, agile e completo, sia nell’illuminante introduzione sia nella scelta degli articoli e dei saggi.

[da “Letteratura Italiana Contemporanea”, Anno V, n. 12, maggio-agosto 1984, pp. 479-480]

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