
Dopo l’amore c’è la paura. Qual è il film più pauroso nella storia del cinema? Per la classifica di Broadband Choices il film più spaventoso a tutto il 2024 è Sinister (2012) di Scott Derrickson, secondo il criterio scientifico di misurare il battito cardiaco per l’intera durata del film. Devo ammettere che il film non è male. Ma non mi ha scosso più di tanto. Si segnala, invece, per essere una sorta di somma teologica del genere. Tutti gli elementi classici sono presenti: misteri, possessione, suspence, violenza, agnizione, ambiguità infantile. In questa classifica non ci sono film italiani. Neppure un film culto come Profondo rosso (1975) di Dario Argento. Per me, invece, il più spaventoso è The ring (2002) di Gore Verbinski, di cui ho visto prima il remake occidentale e dopo l’originale giapponese del 1998 diretto da Hideo Nakata. Qui scatenante è l’elemento familiare della follia. Determinante, poi, è la terrificante figura iconica di Samara con i lunghi capelli neri che le coprono il volto. L’ambiguità dei capelli lunghi, da elemento di bellezza e vanità femminile a inquietante immagine di dannazione l’intuisce anche un regista che con il genere non c’entra niente. Infatti, Andrej Tarkovskij ricorre alla stessa immagine ne Lo specchio (1975).
Le figure iconiche sono fondamentali in questo genere. Moltissime sono nate negli anni ’70, da Leatherface di Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre) del 1974 di Tobe Hooper all’Uomo nero di Halloween – La notte delle streghe (Halloween) del 1978 diretto da John Carpenter; da Freddy Krueger di Nightmare – Dal profondo della notte del 1984 alla maschera di Scream – Chi urla muore del 1996 entrambi di Wes Craven. Affidandomi ancora alla memoria personale, aggiungerei – sebbene si tratti di una serie televisiva del 1965 – Belfagor. La stessa immagine ho ritrovato altrettanto terrificante nella suora di The Conjuring – Il caso Enfield del 2016 diretto da James Wan. C’è chi ricorda, infine, di aver avuto paura di dormire al buio per giorni dopo aver visto L’esorcista (1973) di William Friedkin, oppure Zombi (1978) di George A. Romero, capolavoro profetico sull’alienazione da centro-commerciale.
Un filone che ha rilanciato il genere è stato quello del real-movie (che imita uno snuff movie, con riprese in diretta di violenza), inaugurato da The Blair Witch Project del 1999 diretto da Daniel Myrick e Eduardo Sànchez, e da Paranormal Activity del 2007 diretto da Oren Peli. In quest’ultimo si registrarono numerosi malori nel corso della visione. Un film che simula questa tecnica, come se fossimo davanti ad una pellicola ritrovata, scovata in chissà quale misteriosa cineteca proibita, è Bigotten di E. Elias Merhige. Il film è del 1989 ma sembra un vecchio film muto. Si tratta di un vero e proprio esperimento al limite estremo del riproducibile. È curioso che, come in molti altri casi, primo fra tutti, The Ring, l’orrore sia abbinato al bianco e nero. Forse perché questo è il colore degli incubi.
