Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Amor che per amore
illumini la notte
accendi la mia vita di dolce umanità” [antico inno]

«Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». [Gv 13,1-15]

[Marco Beconcini, Lavanda, acquerello]

Non una estraniazione, oggi si realizza. Non un’estasi amorosa. Non un desiderio lacerante. Oggi si realizza l’umanizzazione dell’umano. E la sua divinizzazione.

Solo un Dio che lava i piedi può compiere dall’interno ciò che l’uomo non è capace di compiere. Liberare l’umano dai vincoli religiosi che lo legavano ad una teologia asfittica e asfissiante.

“Capite quello che ho fatto per voi?” Non è solo un gesto, è sacramento: produce realtà mentre la significa. Ed ecco che per voi si spalanca la stessa realtà che è realtà divina: lavare i piedi, lavare i piedi l’uno all’altro.

Non è ideale filantropico, è carne e sangue. Non è sogno che muore al sopraggiungere del reale, è concretezza del servire.

Non è di facile comprensione, anzi, non è proprio comprensibile. Non capisce Simon Pietro e non capiscono gli altri. L’amore non si capisce, l’amore si realizza, si fa e si va facendo, nella via dell’alterità. È altro da noi, l’amore, non nasce da bisogni o da conquiste, non da scoperte o frustrazioni. Tanto è altro, l’amore, da essere più nostro di noi stessi.

Proprio come Dio è tanto altro da essere il cuore di ogni cuore. Ed è qui, “intimior intimo meo”, come dice s. Agostino, nel più intimo di noi stessi, che ci appare l’inquietudine del desiderio che, solo, risponde alla scaturigine che chiama.

“Un abisso chiama l’abisso, al fragore delle sue cascate” (Salmo 41). Non capisce Pietro, ma lascia che accada, obbediente non ad un disegno o ad una strategia, ma ad un desiderio di “compagnia”: “Se non ti laverò, non  avrai parte con me”. Fino alla fine.

Come il chicco di grano che muore non resta solo, così chi ama non resta solo, ma genera “compagnia”. E compagnia è mangiare lo stesso pane, fare la stessa strada, abitare la stessa casa della festa. Condivisione di storia e di destino. Compagnia è trovare il proprio posto e scoprire che è un posto condiviso, che è mio, fino in fondo, proprio perché condiviso. Compagnia è scoprire che il proprio tempo è tempo condiviso e non è sprecato, che il mio per sempre è un fino a che, un fino a quando.

In questo lavare i piedi, per ogni piede lavato, la liberazione della storia. E la storia, liberata, si fa attesa.

E il tempo, liberato, si fa occasione di libertà.

Se dovessi scegliere una reliquia della tua Passione
prenderei proprio quel catino colmo d’acqua sporca.
Girare il mondo con quel recipiente
e ad ogni piede cingermi dell’asciugatoio
e curvarmi giù in basso,
non alzando mai la testa oltre il polpaccio
per non distinguere i nemici dagli amici
e lavare i piedi del vagabondo, dell’ateo, del drogato,
del carcerato, dell’omicida, di chi non mi saluta più,
di quel compagno per cui non prego mai,
in silenzio,
finché tutti abbiano capito nel mio
il tuo Amore.

(Madeleine Delbrel)

10

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *