Fernando Gioviale, La poetica narrativa di Pirandello (LIC)

di Fabrizio Centofanti

Fernando Giovale, La poetica narrativa di Pirandello, Bologna, Patron, 1984, pp. 216.

Il dramma di Pirandello teatrante è l’attore, che sconvolge la natura del testo, lo reinterpreta, lo riscrive, anzi, lo ridice. È il dramma di una paternità defraudata, derubata, che soffre per il figlio che gli viene sottratto e che tornerà inevitabilmente “cambiato”. Ma è Pirandello un padre che non vuol staccarsi dal figlio, che non vuol riconoscere la sua vitale e necessaria spinta autonomistica, o è semplicemente un artista e un pensatore che teme uno stravolgimento, una deformazione, o comunque una fruizione non corretta del suo messaggio e della sua visione del mondo e degli uomini?

In ogni caso c’è una via d’uscita: l’opera dell’attore ma soprattutto del regista è inevitabile; ma il prodotto artistico ha una sua inviolabilità, una sua difesa naturale e inattaccabile, perché è «coerente in ogni punto a se stesso». Che poi Pirandello si conceda a una maggiore liberalità e tolleranza, non più, da genitore geloso e possessivo, nei confronti del regista, può essere anche dura necessità di lavoro e di successo, più che profondo e convincente ripensamento. Interpretazione come deformazione, recitazione come menzogna: è il dramma del signor Ponza e della signora Frola che in Così è (se vi pare) sono costretti, dall’indiscrezione altrui, “a dire, a mentire, a RECITARE”. È lo scarto tra persona e personaggio, tra realtà e finzione, tra maschera e interiorità; è la difesa che l’uomo si crea per sottrarsi all’attacco di chi lo vuole denudare per poi coprirlo di ridicolo. È per questo che “la donna velata non svela nulla”: perché il personaggio non può rivelare ciò che esula dalla sua natura e che riguarda soltanto la persona, l’uomo nella sua realtà e verità individuale. Sono i primi accenni a quello che sarà il “discorso contro il teatro”, che Pirandello svolgerà senza riserve o attenuazioni nei Sei personaggi e in Questa sera si recita a soggetto. Chi è l’autore che rifiuta i personaggi? Per Gioviale è Pirandello narratore, che denuncia ciò che il teatro “come genere letterario”, non può realizzare sulla scena. A farne le spese è ancora l’attore, che risulta più falso e inconsistente, più “fantasma” del personaggio stesso. Non è un caso che Mommina muoia sulla scena artificiale di Questa sera si recita a soggetto: è la rivolta dell’autore e del testo contro il diaframma di falsità e deformazioni introdotte dalla tecnica, dal regista, dall’interpretazione dell’attore. Con l’uso della didascalia, sottolinea Gioviale, si possono addirittura distinguere, nell’opera pirandelliana, due strutture nettamente distinte: una narrativa e l’altra drammatica. Ma la distruzione del testo, l’antinarratività del teatro, è simbolizzata proprio nella “recitazione a soggetto” in cui l’autore viene teoricamente e praticamente eliminato come creatore e organizzatore dell’opera nella sua vera essenza e nel suo senso originale e autentico. Se il teatro di Pirandello è conflitto, il romanzo costituisce invece la piena espressione e la libera manifestazione della sua vena fondamentale e del suo “messaggio integrale sulla crisi della società e dell’uomo contemporaneo”. L’umorismo pirandelliano diviene in quest’ambito la coscienza sepolta del personaggio e del lettore, della persona e della società, che sotto una patina di superficialità decorosa e “accettabile”, nasconde una paurosa mancanza di certezze e una pericolosa e patologica scissione della personalità tra verità e apparenza, tra realtà del proprio essere e maschera sociale. Lo scrittore è confortato, in questa sua ricerca di base, dalle punte per lui più avanzate e convincenti della narrativa “umoristica” novecentesca: il Tristram Shandy di Stern e il Peter Schlemihl di Chamisso, ribadendo tuttavia, con evidente atteggiamento di difesa nei confronti della propria “sperimentazione” narrativa, che il vero artista è creativo e originale, e non cerca la sua strada sulla scia di modelli o di piste già battute. È proprio nella forma del romanzo che – può racchiudere in sé “la struttura dell’epica, del dramma, della lirica, della saggistica” – che lo scrittore – umorista “può smontare e rimontare i meccanismi” della propria invenzione, facendo sì che la “coscienza narrativa” sia infine “la protagonista vera della costruzione romanzesca”. L’espressionismo con cui questa coscienza delinea i tratti e i colori del narrato, è uno strumento in più per smascherare, questa volta, la coscienza o l’incoscienza di persone e personaggi che resterebbero altrimenti protetti dall’apparente razionalità del loro vivere al di fuori di se stessi. Fernando Gioviale ci mostra, in questo libro, l’immagine di uno scrittore e di un uomo pienamente inserito nella ricerca esistenziale e letteraria dell’intelligenza e della coscienza novecentesca; di un Pirandello che strappata via ogni maschera rimane, come il suo Serafino Gubbio operatore, “la voce di un dramma esistenziale non privo di verità, il lamento stravolto di chi vede consumarsi in pochi decenni accumulazioni secolari di valori e di certezze”.

[da “Letteratura Italiana Contemporanea”, Anno VI, n. 14, gennaio-aprile 1985]

Un pensiero su “Fernando Gioviale, La poetica narrativa di Pirandello (LIC)

  1. S&R

    “imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai molte maschere e pochi volti”, scriveva Pirandello. Jung spiega il motivo di questa forma di ipocrisia, spesso inconscia, quando dice: “La gente farebbe qualsiasi cosa, non importa quanto sia assurda, per evitare di guardare la propria anima”.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *