“Era una casa interrata: il piano basso dell’edificio era scavato nel dorso della montagna. Era il nostro vicino, dall’altra parte del muro: un inquilino pesante, introverso e silenzioso, un vecchio e malinconico monte con le sue inveterate abitudini di scapolo e una fissazione per il silenzio”.
È Una storia di amore e di tenebra quella che racconta, sul filo teso e tagliente del Ricordo, agli inizi del Duemila, sessantenne, Amos Oz, consacrato narratore israeliano. La storia di una vita e di un paese che palpitano assieme, che crescono assieme, abbarbicati l’uno all’altro come la casa e la montagna: la casa interrata, che avverte tutto il peso della montagna; il narratore, il figlio nato in quella casa, che cerca di scavarsi la propria tana, alla luce del sole, nella vita quotidiana e nei solchi intellettuali di un paese in fulminea formazione, il paese di un popolo che fa ritorno alla propria terra – intanto abitata, coltivata, amata da altri popoli – dopo venti secoli di esilio.
E come la casa nei confronti della montagna, anche il ricordo risulta inscindibile, finisce per formare un’unica densa massa. Quello privato, intimo, si insinua nella pubblica memoria, subisce l’inevitabile accelerazione che gli imprimono gli eventi, ma non si scioglie, non si annulla in essi, trova comunque la sua ragion d’essere, la sua individuale irriducibile necessità. I pionieri che tornano nella mitica terra degli avi, per scelta o perché cacciati dai paesi in cui avevano costruito la propria esistenza, “erano tolstojani appena usciti da un romanzo di Dostoevskij: disgraziati, verbosi, soffocati dagli istinti, rovinati dagli ideali. Ma tutti, tanto i tolstojani quanto i dostoevskijani del nostro quartiere, cioè Kerem Abraham, erano in fin dei conti al soldo di Cechov”.
Tra quei pionieri, i nonni del narratore: lei gran dama, superba, ambiziosa, amante dei libri, animatrice di un circolo letterario; lui immerso in piccoli traffici, poi commerciante all’ingrosso capace di crearsi una piccola fortuna. Giunti nella terra promessa, per sottrarsi agli sconvolgimenti di un’Europa orientale sull’orlo della rivoluzione, si chiudono in una casetta dove lei, igienista implacabile, costringe il marito ad accanirsi ogni giorno col battipanni su materassi e cuscini, a disinfettare lavandini e rubinetti, mentre il bucato bolle assieme alla frutta e alle stoviglie: “Una colonna fumosa di alcol, sapone, detersivi, spray, esche, insetticidi e talco abitava perennemente nelle stanze e un qualcosa di esse emanava perfino dalla pelle di nonna”. Eppure i due non si perdono d’animo, patiscono ma resistono, si industriano, vanno avanti. Ci provano in qualche modo anche i genitori del narratore: il padre, studioso e aspirante accademico, “traboccante di aneddoti e detti, sempre felice di citare e spiegare”; e la madre, che “propendeva per la malinconia della rassegnazione e la nostalgia”. Quella madre che tuttavia, progressivamente, si lascia andare ed a 38 anni sceglierà di uscire dal flusso della vita. Un suicidio, una resa alle tenebre, mai perdonata, mai dimenticata; che si intreccia con la tragedia di due popoli la cui lotta è senza tregua, casa per casa, quartiere per quartiere, tra agguati e nefandezze e sogni di gloria. Gli eroi di Israele il narratore li inquadra, per diretta conoscenza giovanile, sfrondando ogni retorica: Menachem Begin non è “un gigante sputafuoco di mole smisurata, bensì un uomo fragile e mingherlino”; David Ben Gurion, all’apice del suo carisma, si rivela “una sorta di villano visionario”.
E comunque, ciò che permane come costante sul filo teso e tagliente del Ricordo, ciò che attraversa le vicende familiari e supera gli accadimenti storici, ciò che rappresenta il rifugio estremo ed al contempo la spinta propulsiva ad uscire da sé, ad esplorare orizzonti diversi, è la passione inesausta per la lettura. Memore della lezione materna – “mamma mi disse che i libri erano capaci di cambiare, con gli anni, proprio come cambiano le persone”, aggiungendo subito dopo, proprio lei, che però a differenza delle persone loro non ti abbandonano mai – il narratore, lo scrittore si chiede: “Come s’intitolava il primo libro che lessi da solo?”.
Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli 2003


