Avevo recensito per lo Speciale libri dell’«Unità» il suo romanzo “I cento uccelli” essendo già innamorato dei versi crepuscolari in dialetto santarcangiolese (che Contini aveva definito l’«asperrimo vernacolo»), così mi feci coraggio e gli telefonai. Una settimana dopo andai a trovarlo nel suo appartamento all’ultimo piano d’un palazzo tutt’altro che signorile di piazzale Clodio, a Roma.
«Lasciami indovinare: vuoi che ti presenti a Federico, vero?» mi sussurrò il braccio destro felliniano con un tono malinconico e deluso.
«No, sono qui per lei».
«Davvero? Allora diamoci del tu» e mi portò in cucina poggiandomi una mano sulla spalla.
La teiera fischiava. Prendemmo ciascuno la sua tazza e ci trasferimmo in salotto: pochi libri, due poltrone di panno, prese e interruttori anneriti.
Gli lessi una poesia che gli piacque molto («Hai più ritmo di un congolese») e apprezzò altrettanto un soggetto cinematografico su una banda di scugnizzi napoletani:
«Ma devi sapere che a Napoli è difficile girare, bisogna chiedere il permesso alla camorra per ogni ciak» (il film lo fece poco più tardi a Palermo Gian Vittorio Baldi, stravolgendo la mia idea).
Parlava con lentezza ipnotica movendo le braccia come un direttore d’orchestra insonnolito:
«Hai ritmo da vendere, mio caro, già già, e anche se sei giovanissimo conosci a menadito tutti i segreti della poesia; ma ti posso dire una cosa, una cosa piccina piccina? te la posso dire, sì?».
«Sono qui per questo» risposi con una punta d’ansia.
«Allora te la dico. Metti troppi concetti nelle parole, ecco. Una poesia, come un film, deve avere un’unica idea forte».
Da allora, ogni volta che scrivo un verso penso a quella cosa «piccina piccina».
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 32
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