Eugenio De Signoribus, Ceneri germogli ceneri, Mondadori, 2025
Questa volta sarò davvero breve, perché così richiede l’occasione. E dico subito che Ceneri germogli ceneri di Eugenio De Signoribus, uscito in libreria a marzo di quest’anno è una vera e propria novità nel panorama della produzione poetica degli ultimi decenni. Infatti, siamo ormai abituati, negli ultimi anni, a poeti che pubblicano libri con testi più o meno del tutto inediti, oppure a poeti (o a chi per loro) che fanno una scelta dei loro testi editi in libri già pubblicati e in tal caso ne vengono fuori raccolte antologiche, che spesso sono implementate da sparuti testi inediti a conclusione del libro, che fanno da apristrada al nuovo libro inedito in divenire che verrà pubblicato di lì a poco (o a molto tempo dopo). Ecco, Ceneri germogli ceneri è invece un libro originale, sui generis direi, dal momento che il poeta “riscrive” un libro di poesia ex novo, avvalendosi, però, di testi già editi, ripresi pertanto da raccolte precedenti, ma che spesso sono rimaneggiati, rivisti e soprattutto spesso ri-scritti e modulati in una architettonica del libro a far sì che con l’innesto di alcuni testi del tutto inediti si ottenga un libro nuovo.
All’inizio del libro è posta una Introduzione, davvero magistrale, e mi sia consentito l’uso e l’aggiunta di questo aggettivo, di uno dei critici più defilati, ma di notevole spessore intellettuale e culturale, che è Stefano Verdino.
Dopo l’introduzione, segue un breve esergo in versi tra parentesi a mo’ di dedica (a chi ha coltivato / il verbo del confido/ nell’universo nido) e quindi il libro inizia con la poesia dal titolo/non titolo (racconto), quindi seguono le 14 sezioni numerate con numeri romani, che sono: I. IN INTERIORE, II. MOTI INTERNI, III. INDIETRO-REMOTO, IV. GRIDELLE, V. CAMPALI E RITROSE, VI. BELLICHE, VII. LUOGHI INTROVERSI, VIII. VERSO IL DUE (NEL PASSAGGIO DEL MILLENNIO), IX. ARIE E CONTRARIE, X. D’ACQUA E D’ARIA, XI. L’ERA DELL’IMPERDONO, XII. L’INNOCENZA, XIII. ESODI, XIV. NUOVE FOGLIE e a seguire ancora ci sono le sezioni non numerate SUMMA MINIMA e CONGEDO. Il libro contiene in toto 116 poesie: le 14 sezioni numerate comprendono ciascuna 7 testi, mentre Summa minima è composta da 15 testi e infine Congedo consta di 2 testi. Come sottolinea Stefano Verdino, nella sua Introduzione anche l’architettura del libro ha la sua rilevanza, perché conferma la consueta presenza in De Signoribus dell’importanza data dal nostro poeta alla simbologia affidata alla numerologia, considerando il 7 come il numero perfetto, come suggeriscono i giorni serviti per la Creazione, e il numero 14 che è tale e quale al numero delle stazioni della Via Crucis. E neppure a dirlo, o meglio a ripeterlo, del ruolo dell’educazione cattolica ricevuta dal poeta (alla stregua di tanti altri poeti come Giovanni Giudici e Mario Luzi e altri e altri, che bisogna pur dirlo a volte sono stati osteggiati dalla critica – per fortuna non sempre ideologizzata – proprio per questo fare allusione all’educazione cattolica e a quei semi che hanno, in qualche modo, contribuito ai propri vissuti per come sono rispecchiati nei versi; ma questo è un discorso che andrebbe approfondito in altra sede).
Ceneri germogli ceneri va preso, pertanto, come detto prima, per quello che è, ovvero una novità, o innovazione che dir si voglia, nel panorama della produzione poetica contemporanea, a cominciare dal progetto stesso e dall’architettonica del libro.
Il filo rosso del libro, che, come detto, non dobbiamo considerare una silloge, ma un libro di poesia per antonomasia, è da considerare in qualche modo come un’autobiografia interiore. Il poeta naviga nel mare magnum della sua produzione poetica, frutto del suo viaggio interiore fin qui compiuto, e si accinge a una scelta dei porti in cui ri-fermarsi con i loci delle 14 stazioni. Si ferma, ma non ripete, evita il copia-incolla, rimugina nell’anima, ri-visita, ri-formula, ri-modula, trasmuta, trasfigura e ri-scrive, offrendo a lui stesso e, nello stesso tempo, a noi, un’opera poetica del tutto nuova, anche se in divenire, come avviene per la vita, che si muove nel suo divenire temporale. In quel tempo nudo nel quale la parola, risemantizzata, sia capace di rivestire il tempo. Nella sua autobiografia, mossa tra cenere germogli e nuovamente cenere, tra bene e male, bello e brutto, il più o meno vero, il poeta non racconta i fatti in modo oggettivo, ma lo fa soggettivamente, come del resto ha da sempre fatto, con un procedimento di analisi interiore, psicologica, con scandaglio introspettivo di fondo che determina la cifra del libro – come però anche dei libri precedenti – che possiamo definire come la fenomenologia di un’anima. È qui che emerge la sua vicinanza alle Confessioni di Agostino e a quella postura di tipo introspettivo e meditavo nello stesso tempo. E se nelle Confessioni trionfa la prosa, in Cenere germogli cenere trionfa la poesia col suo afflato lirico.
Un lungo viaggio, dunque, nella propria poetica e nella propria poesia, che è fondamentalmente un viaggio attraverso la propria interiorità. Un tirare le fila e fare la somma della propria vita interiore, attraverso una full immersion nella parola dettata in interiore hominis. Nella fattispecie, mi preme sottolineare ancora una volta la vocazione agostiniana del poeta, che, anche come messo in evidenza nella prefazione al libro, è molto vicino alle dinamiche del pensiero di Sant’Agostino. Nella poesia di De Signoribus è vero che predomina l’interiore, ma vi è anche un profondo afflato morale e civile per lo sguardo sempre rivolto anche all’esterno. Lo dicono i fatti personali, a cominciare soprattutto dai vissuti nelle diverse epoche della sua vita, e soprattutto a cominciare dall’infanzia – infanzia sempre così determinante per molti poeti – ma anche i fatti delle persone circostanti, tutte care in un modo o nell’altro, persone vicine e lontane, e dunque i sentimenti, le passioni, le ragioni, le incertezze, le poche certezze, gli amori, tra cui spicca l’amore per la lingua, laddove si rapprendono tutti gli altri amori, e ancora le vicende e i problemi sollevati dalle guerre, e più in generale i problemi della vita e la problematica principe legata alla necessaria morte, e la fede, la fedeltà, le illusioni e le disillusioni, le gioie e i dolori, l’estenuante malinconia, e l’angoscia che ne deriva, ma anche la speranza che si affianca alla disperazione in quel male di vivere, che sembrerebbe predominante in un mondo nel quale i valori de-cadono e la cultura, la conoscenza e la sapienza, per non dire l’insipienza, vengono affidati, in questa straniata attualità che non sapremmo definire se umana o disumana, a milioni e milioni e milioni di schermini-lumini e oggi, aggiungo, a una intelligenza artificiale, che potrebbe preludere – con quei lumini, così legati agli schermini dei nostri smartphone – alla morte dell’uomo dopo la morte di Dio. E sono qui innumerevoli le confessioni del travaglio dell’anima del poeta che medita e prega in sordina perché il male non prevalga e sopravanzi a prevalere tra gli uomini la musica armoniosa del bene. Forse la sua fedeltà alla poesia, senza rassegnazione al male, consiste proprio nel vedere nella parola poetica uno degli spiragli che potrebbero salvarci:
L’amore per la lingua
L’amore per la lingua è il più fedele.
Ha in sé la potenza unica della scoperta della parola.
Il poter dire ciò che si è e ciò che si diventa.
Il confronto, il mondo. L’affronto e il conflitto.
La possibilità di rispondere alle ferite e di curarle.
Il suo nascere antico e sempre nuovo, il suo andare
nel tempo, malgrado esso, fuori di esso.
L’amore per la lingua contiene gli altri amori,
dal loro annuncio alla loro consumazione.
Va oltre. Salva. (Forse salva).
***
(non mi rassegno)
chissà se dopo un tortuoso arrancare
s’arriva a un chiaro punto di snodo
da cui scorgere un luogo senza danno
oppure, abbandonata la finestra,
scavare sotto la propria soglia
e scansare imbucarsi scurricolare
e inoltrarsi fino alla caverna
dove ci scoprimmo umani
e nei graffiti reperire il segno
d’un’altro seme e nel silenzio
entrare in quell’inizio
che non conosce il male
e nessun pegno
Uno dei libri più belli e più convincenti è stato e è, per me, questo Ceneri germogli ceneri, libro tra i tanti libri di poesia letti negli ultimi anni. E per me non è stata una novità la poesia di De Signoribus, che per quanto sia riservato e lontano dal bagliore dei palcoscenici, è in mezzo a noi, da qualche decennio, con la forza della sua sola voce poetica ed è quanto basterebbe per un vero poeta e per la sua e nostra gratificazione. Perché a pensarci bene il poeta non ha bisogno di visibilità se non di quella che riesce a emergere dal suo dettato, dalla sua parola, dalla sua poesia, da quell’arte di tessere, in lirica, un messaggio che si de-cifra nella misura in cui riesce a emozionare con la sua cantabilità e musicalità di quell’ordito, che tocca le corde di chi legge, senza intellettualismi e artifici di sorta, senza avanguardismi, ma solo con la ricerca nel linguaggio e per il linguaggio, a beneficio della poesia. Senza quelle mode utili soltanto per apparire e essere visibili per la durata di una scintilla, un poeta dovrebbe mirare al fine di raggiungere con la propria voce, solo con quella voce, che lo rappresenta e che, reciprocamente, dà parola alla vita, come la vita fa con la parola, attraverso dinamiche reali e oneste, illuminando così, solo così, e dando lustro in modo duraturo all’arte poetica. Conosco e seguo De Signoribus, che pertanto non è per me una novità, da qualche decennio e ho apprezzato da sempre la sua poesia per il fatto che riesce a provocare in me emozioni e vivi sentimenti. Istmi e chiuse, Ronda dei conversi, Trinità dell’esodo sono i libri che nel passaggio di secolo mi presero da subito. E anche qui, in Ceneri germogli ceneri, ne ritroviamo alcuni testi, così come ritroviamo anche altre poesie tratte da altri libri. Ma quello che si può apprezzare, e l’ho apprezzato, è l’architettonica di questo libro che, come già detto, fa il punto di un’autobiografia dell’anima di uno dei nostri maggiori poeti. Ceneri germogli ceneri con le XIV Sezioni, a guisa delle stazioni della Via Crucis, come detto più sopra, compendia l’essenzialità di un percorso poetico che è soprattutto un percorso esistenziale. Questo a sottolineare ancora una volta come la poesia di De Signoribus, agita su un terreno fenomenologico-esistenzialista, si collochi dal punto di vista anche estetico nell’orizzonte dell’arte poetica intesa come performativa, secondo la visione del filosofo personalista Luigi Pareyson.
Lo zoccolo duro della poesia di De Signoribus è da sempre il suo lavorìo sulla parola poetica con la ricerca di un calibrato impasto della lingua madre, del dialetto, di termini mutuati dalle lingue classiche e dalle lingue straniere con l’innesto di neologismi; il tutto armonizzato da una ritmica e da una sonorità, per quanto a volte petrose, che rendono il suo dettato tipico e originale nel panorama della poesia contemporanea, tanto da conferire ai suoi versi una inconfondibile riconoscibilità. Così come rende riconoscibile la poesia di De Signoribus un marcato uso dell’allusione, dell’allegoria, della trasmutazione e della trasfigurazione dei dati della realtà, che nel passaggio dall’esteriore all’interiore spesso assumono anche la forma onirica e visionaria. Anche se, nonostante tutto, emerge dal significante, se non un significato vero e proprio, l’essenza del senso, che è il messaggio al quale tende l’intenzione del nostro poeta. Detto questo, si capisce quanto sia importante questo nuovo libro non solo a suggello del valore della poesia di De Signoribus, ma anche nella misura in cui viene a contrastare e a mettere in discussione e sub judice l’andazzo della maggior parte della poesia che circola in questi tempi oscuri, nei quali si nota sempre più una volgarità e una crescente patologia degenerativa dello stile e dei contenuti della parola poetica, che spesso si trasformano in un mainstream omologato da buona parte dei critici e dalle scelte dei direttori editoriali di alcune delle maggiori case editrici.
Sono così giunto alla fine di questa voluta, come annunciavo all’inizio, breve nota; breve perché i capolavori hanno bisogno di poche parole e non vi è la stretta necessità di scendere in una analisi particolareggiata, perché la poesia, quando ha voce autentica, parla da sé.
Ora, se è vero che <> (L. Wittgenstein), nella misura in cui ci troviamo davanti al mistero, e nel caso della parola poetica possiamo davvero dire che spesso, come nella poesia di De Signoribus, vi abitano il mistero e la meraviglia dell’indicibile che si rende visibile e udibile, mi fermo qui, per aver detto più di quanto avrei dovuto e mi taccio, lasciando la parola al libro, e a voi l’ascolto, perché possiate sentire in assoluto la voce del poeta, la bella voce di Eugenio De Signoribus, e non da ultimo lascio la parola anche a Stefano Verdino, che con la sua prefazione al libro, sintetica ma assai puntuale ed efficace, vi potrà aprire meglio di me la strada alla lettura e alla comprensione di questo straordinario libro, del quale anticipo qui altre due poesie in aggiunta alle due già presentate più sopra.
Congedo
Camminavo lungo una linea indistinta
al tramonto di un comune giorno.
Camminavo da tempo, al tramonto
D’ogni comune giorno. E vedevo
il sentiero solo per il solco tra l’erba
pestata tanto da far trapelare sassi
lucidi come punti di luce.
Ero uscito dal mio punto oscuro,
per disperazione, così dal villaggio oscuro,
così dall’oscuro villaggio planetario.
Ovunque l’aria era grave di pena.
Mi trovavo lungo un sentiero ignoto
in cui tutto sembrava andasse a ritroso.
Mortificata l’immaginazione, ero
al lento declino della mia vita:
mentre il folle mondo perseverava
nei suoi mali
dissolvendosi inesorabilmente.
***
(voce fuori campo)
l’ombra che s’accasò dal nascere
col rotto pianto della prima fonte
ora a tutto in vaso, dentro e fuori
e avanti riconduce fino a dove
la vista non coglie più il confine
tra la banda nera e la sepolta luce
(non poserò un’altra volta il sasso
in quella landa di stele, inconsolata
E tu, che sei sul ponte mentre l’acqua
Sotto spunti figlia in lingue cinema brine,
tu, che da bambino sai del dolo
che t’annodò in mai sciolte serpentine,
accompagnami fino al monte-cenere
col passo che farà di due uno solo
poi, io che aspetto di iniziare a vivere,
entrerò nel dopo senza addio

