La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Stefano Taccone

Sono nato nel 1981, l’anno in cui Enrico Berlinguer dichiarava esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione di ottobre, per quanto probabilmente si fosse già esaurita da tempo. Mi sono formato in una scuola e in università in cui la complessità del sapere e la ricchezza della lingua sembravano tutto sommato ancora un valore; poi piano piano, già nel percorso intermedio, di passaggio dall’altra parte della cattedra, mi è stato detto crescentemente che la mia formazione era antiquata, poco smart, che dovevo rivedere radicalmente tutti i metodi, gli obiettivi etc. se volevo diventare comunicativo, inclusivo, attrattivo… In altri termini, se volevo evitare di finire nella pattumiera della storia. Ho avuto vent’anni ai tempi dei fatti del G8 di Genova – che solo col senno di poi può considerarsi l’inizio del declino del movimento – ed ho pagato la mancanza di memoria storica diretta, a causa della quale mi sono illuso che le società, il mondo intero, non sarebbero stati più come prima. Per la verità, naturalmente, come prima non lo sono più stati, ma non nell’accezione che preconizzavo.

L’11 settembre e seguenti fenomeni terroristici, la crisi economica, la pandemia, le guerre sempre più prossime all’Europa, quando non proprio dentro l’Europa: tutte occasioni formidabili per restringere maglie del controllo, tanto più che oggi esso dispone di mezzi mai così potenti e solo marginalmente necessita di censura e repressione – persino nella tanto, per certi versi a ragione, vituperata Cina. Le tecniche di persuasione più o meno occulta sono senza dubbio lo strumento prioritario. Le masse si rifugiano con piacere nelle dimore dalle mura trasparenti che sono state pensate per loro, si sentono a casa perché ormai non ricordano altre forme dell’abitare. Forse è persino eccessivo parlare di seduzione, ché le sirene contemporanee possiedono una voce roca, prendono frequenti stecche, ma laddove non vi è più chi abbia orecchio per il bel canto va bene lo stesso. Esse attraggono infine più per paura e stanchezza, e quando piano piano cominciano a sbranarti vivo sei talmente anestetizzato che non te ne accorgi. Gli scheletri possono anche non giacere, come un tempo, immoti sugli scogli, ma continuare a camminare credendo di vivere, un po’ come il cavaliere inesistente di Italo Calvino, benché senza possedere lontanamente il suo ambiguo fascino.
Fin da molto piccolo insomma, anche per particolari vicende familiari, oltre che per il risuonare dentro di me del corso generale della storia umana, ho avvertito fini di mondi e sono spesso stato tentato di crederle fini del mondo, giacché non vedevo l’alba di quello nuovo o, meglio ancora, mi piaceva poco. Superata la soglia di quei vent’anni ho inoltre cominciato a non credere più in certe albe, o meglio a percepire il loro carattere effimero, per quanto bello, a intravedere, pertanto, già il loro tramonto. Le gabbie di acciaio invisibili, parafrasando Max Weber, attraverso le quali ci illudiamo di esercitare la nostra cittadinanza attiva mondiale – io stesso me ne sto servendo in questo momento, soggiacendo a questa illusione – non sono che l’ultima, più efficiente blindatura per la nostra interiorità. Così il vento dello Spirito continua a soffiare dove vuole, ma, al pari del Figlio, non è uno scassinatore di porte: «Ecco: sto alla porta e busso» (Ap 3, 20).
D’altra parte l’Invisibile non smette di agire ed operare, indipendentemente dal fatto che l’uomo pensa ormai una foresta come un insieme di alberi di n anni, di n specie, di n altezza etc. e nulla più; un fiume come un insieme di n cubature d’acqua, esteso per n km, in cui abitano n specie di pesci etc.

È ancora eden

la moquette tappezza
le stanze dei bambini
perché diventi prato
per i loro animaletti giocattolo

una manopola rotonda
quando è l’ora di fare la nanna
tempera lo scuro
perché i fantasmi non giungano
a turbare il loro sonno

Ammasso globulare

non sei un cittadino globale
se non hai un account gingimail

non sei un cittadino globale
se non metti storie su insistagram

non sei un cittadino globale
se non prendi sul seriale
ammazzon e netfrisc

non sei un cittadino globale
se non vuoi regalare tuoi dati
ai 5 giganti dell’hi-tech
e qualcosa avanza pure per il sesto il settimo e l’ottavo

non sei un cittadino globale
se non ti emozioni davanti alla Girotonda
– con o senza mustacchi –
e non la vuoi esportare in tutto il mondo

non sei un cittadino globale
se non hai visitato le capitali
con i voli solo crosta
– e poca polpa –
in compenso tanta ciodue
mentre parli del tuo futuro
da prima deglaciazione

non sei un cittadino globale
se non metti una parola inglese
in ogni frase in italiano
o magari pure in dialetto
come fa il cantante-voce
liberatosi del corpo
– però in effetti
se parli dialetto
sei già più sul glocal
quindi nun dà retta!

non sei un cittadino globale
se non selfieggi a manetta
un bagno pubblico o la Ziggurat di Ur
un muro imbrattato o i guerrieri di Xi’an
tutto fa sfondo
e se sono fuori mano
puoi sempre giocare
con l’intelligenza artificiale

egli ha un sogno
perfezionare il globale
del celebre villaggio
perché non ci siano più scemi
non connessi col tutto
è apparso ai Marubo
nelle sembianze di un mago
se non di una divinità
prendendo sulle spalle
l’antico fardello
della sua civiltà
dal colore pallido
nove mesi ed ha partorito
il suo esperimento più riuscito
ora anche loro
sono eroinomani della rete
ora anche loro
hanno la bibita
che produce sempre sete
ora anche loro
sono flaccidi e distratti
ora anche loro
apriranno palestre
ora anche loro
produrranno autoritratti
ora anche loro
grazie al visionario
sudafricano-canadese-americano
non potranno più non dirsi
ammasso globulare

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