
Che cos’è la poesia religiosa? Quando la poesia ha a che fare col senso del divino? Si possono intendere tali dilemmi come semplici questioni di contenuto, rispondere dunque pensando ad una poesia che comprenda personaggi e fatti di un determinato sistema di credenze o anche riconducibili ad una concezione più personale e meno istituzionale della vita spirituale. Da questo punto di vista non cambia nulla. Oppure si può adottare una visione più sostanziale, ritenendo cioè che la poesia schiuda la dimensione del divino nella misura in cui mette in opera un mondo altro rispetto a quello più prossimo ai nostri sensi, generi un sentire che lambisca l’indicibile, a prescindere dalla storia che racconta o dal pensiero che illustra. Continua a leggere
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La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Stefano Taccone

Sono nato nel 1981, l’anno in cui Enrico Berlinguer dichiarava esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione di ottobre, per quanto probabilmente si fosse già esaurita da tempo. Mi sono formato in una scuola e in università in cui la complessità del sapere e la ricchezza della lingua sembravano tutto sommato ancora un valore; poi piano piano, già nel percorso intermedio, di passaggio dall’altra parte della cattedra, mi è stato detto crescentemente che la mia formazione era antiquata, poco smart, che dovevo rivedere radicalmente tutti i metodi, gli obiettivi etc. se volevo diventare comunicativo, inclusivo, attrattivo… In altri termini, se volevo evitare di finire nella pattumiera della storia. Ho avuto vent’anni ai tempi dei fatti del G8 di Genova – che solo col senno di poi può considerarsi l’inizio del declino del movimento – ed ho pagato la mancanza di memoria storica diretta, a causa della quale mi sono illuso che le società, il mondo intero, non sarebbero stati più come prima. Per la verità, naturalmente, come prima non lo sono più stati, ma non nell’accezione che preconizzavo. Continua a leggere
La parola ai poeti. Stefano Taccone
Partiamo dal presupposto che già il pormi a scrivere per una iniziativa che si intitola “La parola ai poeti” mi destabilizza non poco. Perché? In questo invito è implicito che io sia un poeta. Qualche giorno fa, commentando un post di una pagina social di poesia, un utente scriveva: «Ho pubblicato tre raccolte, ma attendo che siano gli altri a chiamarmi poeta». Ed un altro rispondeva: «Pienamente d’accordo». Ora voi potreste cogliere la palla al balzo per esclamare: «Appunto! Non ti sei autodefinito tale: sono stati gli altri a concederti questo appellativo». Tanto più considerando che anche io ho pubblicato tre raccolte. E allora forse questo esempio è troppo blando. Evidentemente, il problema è più profondo. Continua a leggere


