La parola ai poeti. Stefano Taccone

Perché tu mi dici: poeta?

Partiamo dal presupposto che già il pormi a scrivere per una iniziativa che si intitola “La parola ai poeti” mi destabilizza non poco. Perché? In questo invito è implicito che io sia un poeta. Qualche giorno fa, commentando un post di una pagina social di poesia, un utente scriveva: «Ho pubblicato tre raccolte, ma attendo che siano gli altri a chiamarmi poeta». Ed un altro rispondeva: «Pienamente d’accordo». Ora voi potreste cogliere la palla al balzo per esclamare: «Appunto! Non ti sei autodefinito tale: sono stati gli altri a concederti questo appellativo». Tanto più considerando che anche io ho pubblicato tre raccolte. E allora forse questo esempio è troppo blando. Evidentemente, il problema è più profondo.

Mentre scrivo mi rendo conto che fare il poeta rifiutando l’appellativo di poeta è un gioco vecchio, almeno di un centinaio d’anni. Penso a Sergio Corazzini: «Perché tu mi dici: poeta? / Io non sono un poeta. / Io non sono che un piccolo fanciullo che piange […]» (1906). Penso ad Aldo Palazzeschi: «Son forse un poeta? / No, certo. / Non scrive che una parola, ben strana, /
la penna dell’anima mia: / “follia” […]» (1909). E penso pure a quanti altri esempi in tal senso, anche di maggior peso ed anche precedenti, magari non di italiani – francesi, piuttosto? –, potrebbero proporsi, ma la possibilità di evocarli si scontra con i limiti della mia ignoranza della storia della letteratura. Anche se la critica radicale dell’identità del poeta non credo possa collocarsi troppo più indietro degli inizi del secolo scorso – al massimo se ne potrebbero rinvenire i prodromi nella seconda metà dell’Ottocento.

Ma si dà il caso che il mio non sia affatto un gioco. O meglio: è la poesia stessa ad essere per me un gioco, per quanto serissimo, come tutti i giochi cui valga la pena di giocare. E forse al fondo della mia inquietudine vi è proprio questo: il fastidio per il fatto che la poesia, in quanto gioco, non possa che risiedere su di un piano parallelo alla realtà in senso stretto. In altre parole, ricorro alla poesia come “risarcimento” per la durezza della vita “seria”, ma, in quanto tale, la poesia diviene, appunto, altrettanto seria, benché solo nella misura in cui mi permette di sopportare la realtà, mentre sembra ulteriormente divaricarsi la frattura tra quest’ultima e la poesia. Così posso scrivere, ed anche declamare in pubblico – che poi pure “declamare”… che verbo orrido!!! – le mie “poesie”, o anche le mie prose – nient’altro che piccoli brani nati in contiguità con la mia “poesia” –, mettendo in ridicolo tutto e tutti – presidi, imprenditori, politici, medici, professori, generali, artisti, scrittori, e naturalmente poeti. Nessuno si offenderà mai veramente: «Tanto è poesia; la realtà è un’altra cosa». Ovvero: «Lasciategli pure sfogare la sua impotenza! Tanto i padroni del vapore siamo noi! E, finché la sua rabbia produrrà parole, non si tramuterà in pietre».

Forse sto correndo troppo. Sono già arrivato al dunque, ma ho saltato troppi passaggi, dandoli per scontati. Chiedo all’amica Elisa Longo di dare un’occhiata a quello che sto scrivendo, per un confronto, e lei mi consiglia – tra l’altro – di essere più dettagliato e concreto, senza glissare sul percorso che mi ha condotto fin qui, e di menzionare, senza risparmio, i soggetti e i contesti che mi hanno plasmato ed ancora mi plasmano sul piano dell’attività che in mancanza di meglio chiamerò d’ora in poi poetica.

Possiedo una formazione storico-artistica e continuo a scrivere di storia dell’arte in varie forme, ad insegnarla nella scuola secondaria di secondo grado e ad occuparmene in tante altre modalità possibili, con una costante problematicità sui suoi confini soggettivi e oggettivi. La sottolineatura della non certezza dei confini fornisce già una prima chiave per comprendere il mio bisogno di e la mia tendenza a volgermi anche ad altri linguaggi, nonché trasformare il mio ruolo – non più commentatore, ma produttore. Si tenga conto, inoltre, che ben presto il mio oggetto di ricerca storico-artistica principale è divenuto l’arte delle avanguardie – e dintorni ? intese come superamento della divisione della specificità dei linguaggi e infine dell’arte stessa.

D’altra parte, alla poesia – come del resto alla narrativa – ci sono arrivato prima ancora che alla storia dell’arte, perché già verso i 6-7 anni ho cominciato a scrivere le prime poesie e i primi racconti, che però erano appunto non più che conformi ad una tale età. Successivamente, durante l’adolescenza e la prima giovinezza, ho continuato a scrivere poesie e racconti ad ondate saltuarie, senza però mai pubblicare e neanche avendo l’idea di come si facesse, e non lasciando leggere nulla a nessuno o quasi. Del resto all’epoca l’online era nella sua fase archeologica. Verso i 22-23 anni ho cominciato a scrivere i primi testi critici sulle arti visive e per lungo tempo, fino alla soglia dei 40 anni, ho riversato la mia vocazione creativa prettamente in quell’ambito. Solo successivamente sono riuscito a liberare finalmente la narrativa, e poco dopo anche la poesia, dalla cappa di ombra in cui la tenevo relegata. Credo sia dipeso da un processo di mia trasformazione interiore, causato in parte dalla mia volontà e in parte da contingenze esterne.  

Tutto ciò ha avuto inizio negli ultimi mesi di permanenza napoletana, quando ero in procinto di trasferirmi a Milano, dove sono rimasto per quasi cinque anni. Così il primo ambiente di poeti che realmente ho frequentato è stato, appunto, quello milanese. A Napoli conoscevo già dei poeti ed avevo avuto occasioni di dialogo, e talvolta di collaborazione, con loro, ma sempre nell’ambito di eventi che tenevano insieme arti visive e letteratura e nei quali, naturalmente, io partecipavo in qualità di afferente alle prime. Di Milano voglio ricordare – tra gli altri – gli eventi della Casa della Poesia al Trotter, allora diretta da Giusi Busceti, dove ho avuto occasione di conoscere Luigi Cannillo, Nino Iacovella, Elisa Longo, Alessandro Magherini, Alessandra Paganardi… Quest’ultima si faceva inoltre promotrice di un salotto letterario nell’ambito del quale invitava autori provenienti anche da altre regioni. Così ho conosciuto Marco Ercolani e Lucetta Frisia, Fabrizio Bregoli, Raffaele Floris, Sergio Gallo, Gianfranco Isetta… Non c’è luogo però in cui mi sia sentito più a casa che alla Libreria Popolare di Via Tadino, dove ho incontrato il napoletano a Milano Biagio Cepollaro e sono stato letteralmente folgorato dalla performatività del “franco-casertano” Francesco Forlani. 

Questo accadeva negli ultimi mesi del 2019, ma contemporaneamente coltivavo anche contatti con poeti di area campana e centro-meridionale in genere. Agli inizi di settembre dello stesso anno, ad esempio, mi sono occupato di selezionare alcuni poeti campani per un evento basato sulla piantumazione di alberi, organizzato tra Napoli e dintorni insieme a miei amici artisti visivi – Enzo Calibé e Daniela Di Maro, cui si sono repentinamente aggiunti Domenico Di Martino e Rose Selavy, fondatori fin dal 2014 del progetto artistico a vocazione ecologista ORGH Project – ed altri soggetti, raccogliendo l’invito del poeta e cineasta cileno Alejandro Jodorowsky ad una giornata che provasse a riparare il disastro che si era verificato nelle settimane precedenti in Amazzonia. Avevo in corso di stampa la mia prima raccolta di poesie, ma ho preferito, anche in quanto selezionatore, non essere tra i partecipanti del reading che avrebbe accompagnato le operazioni di piantumazione. Non di meno è stata senz’altro anche quella un’esperienza formativa per la mia futura attività poetica. Marco Amore, Alfonsina Caterino, Marco De Gemmis, Costanzo Ioni, Lia Manzi, Ketty Martino, Paola Nasti, Marisa Papa Ruggiero, Enza Silvestrini, Ferdinando Tricarico: questi i nomi dei poeti partecipanti, anche se non tutti sono riusciti ad essere presenti, ma alcuni di essi hanno inviato un loro contributo che si è incaricato di leggere qualcun altro. Quasi tutti sono stati però, negli anni immediatamente successivi, importanti per il mio percorso, sia per il confronto che ho intrattenuto con essi che per gli incoraggiamenti che mi hanno elargito. 

Al radicale cambiamento del mio stile nel passaggio dalla prima raccolta, Alienità (Edizioni DivinaFollia, Caravaggio, 2019), a quelle successive, Terrestri d’adozione (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2021) e Sciogliete le rime (Campanotto Editore, Pasian di Prato, 2023), non credo sia neppure estraneo lo stimolo prodotto dall’attenta lettura dei versi di qualcuno di loro. Alienità consta di «poesie spesso brevi, quasi epigrammatiche», come Ivano Mugnaini, scrivendo la prefazione, non poteva evitare di notare. Le due raccolte successive accolgono invece componimenti spesso anche molto lunghi, magmatici, pieni di rime ed assonanze che contribuiscono largamente a quel «sottotono canzonatorio tipico del genere satirico-didascalico» opportunamente colto da Letizia Leone nello scrivere la postfazione di Terrestri d’adozione. Per quanto non intenda nella maniera più assoluta sostenere che la mia poesia si sia avvicinata a quella di Costanzo Ioni o di Ferdinando Tricarico – ove mai sussistessero analogie non spetterebbe certo a me rilevarle -, ritengo che la riflessione sui modi del primo – e in parte anche su quelli del secondo – abbia contribuito ad incoraggiarmi nell’adottare quel «flusso incantevole e multicolore» di cui ha parlato Antonio Spagnuolo a proposito di Sciogliete le rime, ma che credo possa riferirsi un po’ a tutto ciò che ho scritto in versi da Terrestri d’adozione in poi.

Stavamo parlando però della fine del 2019, quando è uscita finalmente la mia prima raccolta. Va da sé che agli inizi del 2020 io abbia cominciato a programmare le prime presentazioni nelle varie città d’Italia: Milano, Roma e Napoli erano gli “obiettivi minimi”, ma chiunque abbia un po’ di memoria potrà facilmente intuire che non ho tenuto alcuna presentazione a causa dell’inizio della pandemia che è venuta a sconvolgere le vite di ciascuno. Un po’ per motivi di cautela e un po’ per pressanti impegni lavorativi, non sono riuscito a presentare nuovamente un mio libro in presenza prima dell’estate del 2022, e non si è trattato neanche di un libro di poesia. Tuttavia, questo tempo nefasto non mi ha certo indotto a riporre tutto nel cassetto. Nei primi giorni di chiusura, l’instancabile Elisa Longo si è inventata l’appuntamento settimanale Così vicini, così lontani: reading in cui ciascuno era necessariamente collegato da casa propria attraverso Zoom. Tornato a Napoli non appena è stato possibile e opportuno – non prima di maggio –, ho avuto occasione di leggere finalmente le mie prime poesie da Alienità davanti ad un pubblico non virtuale, partecipando a Veduta Leopardi, importante evento che da ormai un decennio organizza annualmente Costanzo Ioni. Nel mese di giugno mi sono quindi aggregato al gruppo dei Poeti allo scoperto, con il quale abbiamo tenuto reading in suggestivi luoghi di Napoli come il Pontile di Bagnoli o il Parco Virgiliano. Se il nome del gruppo conteneva in sé tutto il desiderio di tornare alla “vita normale”, senza gli ormai pesantissimi divieti, il principale animatore di esso era senz’altro Pino Vetromile, già vulcanico organizzatore di eventi di poesia nonché valente poeta egli stesso. 

Da allora in poi – tanto più con l’allentarsi della pandemia e con il mio ritorno a Napoli nell’estate del 2022 – posso legittimamente dirmi parte integrante del suo “giro”, composto da autori disparati per età, formazione e poetica, per lo più campani ed operanti in Campania – benché talvolta non si disdegnino incursioni fuori regione, specie nell’area laziale o comunque nelle aree limitrofe -, ma tutti accomunati da una concezione della poesia come esperienza di socialità e confronto. Accanto ad esso, non posso non menzionare ancora altri due operatori che con le loro, pur assai differenti, riviste – e talvolta connessi eventi – mantengono viva e vivace l’eredità delle avanguardie dello scorso secolo in Campania: Giorgio Moio con Frequenze Poetiche e Maurizio Esposito con Dia logue. La prima è anche uno spazio di approfondimento critico, mentre la seconda è più concentrata sulla presentazione delle opere letterarie o visive, ma proprio questo convivere tra il mondo letterario e quello delle arti visive, rinverdendo i modi di grandi nomi dell’avanguardia campana come Luciano Caruso e Stelio Maria Martini, rende – tra l’altro – il mio puntuale contributo alla vita di tali riviste qualcosa di assolutamente conforme alla mia vocazione intellettuale.

Ma se mi arrestassi qui il cerchio non si chiuderebbe. Negli ultimi capoversi più andavo avanti con la scrittura e più mi sembrava di restituire tutto sommato l’idea di una condizione edenica, cosa che non è. Tutto ciò entrerebbe del resto in evidente contrasto con i toni tragici della prima parte dello scritto, improntato invece ad additare un profondo disagio. Esso rimane tutto e tale – apparente – discrasia si spiega considerando che la poesia rappresenta per me una sorta di pharmakon: come in greco antico questo termine significa tanto veleno quanto medicina, così per me la poesia è per me tanto una malattia che una cura. 

Resta sempre però il desiderio più o meno conscio di spezzare questo circolo, di approdare un giorno, presto o tardi, verso quella dimensione in cui della poesia non c’è più bisogno, perché è la vita stessa ad essere poetica. Allora non vivrò più un senso di alienità rispetto al mondo che mi circonda, allora non dovrò sarò più in adozione presso un pianeta che non è il mio, allora portò finalmente sciogliere le rime e i versi tutti senza sperimentare la vertigine del vuoto.

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Stefano Taccone è nato a Napoli nel 1981. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica all’Università di Salerno. Attualmente è docente di Storia dell’arte nella Scuola secondaria di secondo grado. Ha pubblicato le monografie Hans Haacke. Il contesto politico come materiale (Plectica, 2010), La contestazione dell’arte (Phoebus Edizioni, 2013), La radicalità dell’avanguardia (Ombre Corte, 2017), La cooperazione dell’arte (Iod Edizioni, 2020), La critica istituzionale. Il nome e la cosa (Ombre Corte, 2022); le raccolte di racconti Sogniloqui (Iod Edizioni, 2018) e Morfeologie (Iod Edizioni, 2019), il romanzo Sertuccio (Iod Edizioni, 2020) e raccolte di poesie Alienità (Edizioni Divinafollia, 2019), Terrestri d’adozione (Edizioni Progetto Cultura, 2021) e Sciogliete le rime (Campanotto Editore, 2023). Ha curato le raccolte di saggi Contro l’infelicità. L’Internazionale Situazionista e la sua attualità (Ombre Corte, 2014) e Religione/arte/rivoluzione, anche (Massari Editore, 2020). Collabora stabilmente con le riviste “Frequenze Poetiche”, “Segno” ed “OperaViva Magazine”.   

2 pensieri su “La parola ai poeti. Stefano Taccone

  1. Anselmo d'Aosta

    Ma non mi sembri tanto alieno dal mondo, visto che sei così coinvolto nella mondanità letteraria…

    Rispondi
    1. Stefano Taccone

      Ah certo! Partecipo a tutti i festival letterari. Sono pluripremiato…

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