di Maria Teresa Carbone
È in corso in questi giorni (fino al 5 febbraio) la Fiera del libro del Cairo, di cui due anni fa, nel 2007, si era fatto un gran parlare da noi perché la vetrina d’onore era dedicata all’Italia. Ora che il paese ospite è il Regno Unito, l’interesse è molto minore, anche se con i suoi due milioni di visitatori la manifestazione egiziana è, nell’ambito delle mostre-mercato, una delle più grandi al mondo. E un po’ di attenzione la merita comunque un brano dell’intervista che il direttore del British Council in Egitto, Paul Smith, ha rilasciato al settimanale cairota «Al Ahram» appunto in occasione della Book Fair: «La cultura – afferma Smith – oggi è più importante della politica. I politici, i commentatori e i diplomatici sembrano essersi resi conto negli ultimi anni che la politica è un “derivato” della cultura… Temi e evoluzioni culturali rappresentano le correnti profonde e durature dell’umanità, mentre la politica per lo più coincide con le onde e le increspature, più visibili ma superficiali». Una rivelazione che in Italia, purtroppo, non è ancora arrivata. Come del resto non lo è in tanti altri paesi, a cominciare dagli Stati Uniti.
Ancora in questi giorni i redattori culturali americani sono in lutto perché «Book World», il supplemento letterario domenicale del «Washington Post», è stato soppresso e a partire dal 22 febbraio le pagine dedicate ai libri verranno inglobate nella sezione «Style» del quotidiano. Facendo buon viso a pessimo gioco, Rachel Shea, la giornalista chiamata a occuparsi di questa versione ridotta di «Book World», ha ammesso – dalle colonne dello stesso «Post» – che si tratta di una decisione «deludente» e che «era bello avere maggiore spazio da riservare ai titoli più importanti», ma che è inutile «sbattere la testa contro il muro troppo a lungo». Ma Motoko Rich sul «New York Times», dopo avere ricordato che la decisione di sopprimere il supplemento domenicale del quotidiano di Washington è la conseguenza di un costante calo della pubblicità sulla carta stampata, ha scritto – naturalmente rammaricandosene – che si tratta «di un ulteriore segnale della perdita di importanza della critica letteraria sui giornali americani».
Del resto, a cosa serve la critica se la maggior parte dei libri ben presto saranno autoprodotti? È ancora Motoko Rich sul «New York Times» a cominciare un articolo sostenendo che «prima di non molto tempo ci saranno più persone che vogliono scrivere libri rispetto a quelli che sono disposti a leggerli». E cita uno studio recentissimo del National Endowment for the Arts, da cui viene fuori un dato all’apparenza schizofrenico: sono sempre più numerosi i lettori di narrativa, e sempre meno numerosi i lettori di libri. Proprio inserendosi in questa forbice si moltiplicano, e prosperano, le aziende che chiedono agli aspiranti autori di pagare per la pubblicazione. Per la verità, come nota anche Rich, non è un fenomeno nuovo. La novità è che adesso «autopubblicarsi non è più una parolaccia». Tanto che gli editori «veri» vanno a caccia di nuovi talenti su siti come, in Italia, ilmiolibro.it, che porta l’audace sottotitolo: «Se l’hai scritto, va stampato».
Pubblicato su Il Manifesto, 31 gennaio 2009
