Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Giansalvo Pio Fortunato

Poesia e divino: molte domande, poche risposte

La complessa relazione tra poesia e divino si pone entro due sfere assai specifiche ed articolate. In una chiave rigorosamente analitica, la segnicità, insita a qualsiasi forma poetica, si evidenzia in maniera chiarissima nella segnicità del sacro e, con esso, del divino. D’altro canto, una vigorosa esperienza del sacro e del poetico si accomunano per vari punti di tangenza (?), che devono essere adeguatamente posti in risalto. 

Se, infatti, la segnicità trascendentale della poesia si rivede pedissequamente nella segnicità propria del divino (ovviamente in un’ipotesi analitica; non teologica), il diretto legame tra esperienza poetica ed esperienza del sacro non è così strettamente immediato. Non lo è, soprattutto, per me che scrivo. 

Una certa applicazione ermeneutica alla poesia, infatti, vorrebbe un sostrato abissale per il verso ed una ricerca marcatamente svelante – quasi epifanica – da intavolare rispetto ad una congrua dialogica con la poesia. Per intenderci: la capacità della poesia di svelare ciò che sfugge, l’indicibile, ciò che rimane sostanziato in ciascun individuo ed è raccolto con la lenta sedimentazione della propria autopercezione, la capacità poetica di rendere palesi sfere consistenti d’essere che, tuttavia, si mostrano con particolare difficoltà, sono tutti sforzi riconducibili al divino. E ad un divino teologico. 

Il problema insorge nel momento in cui, rispetto al divino, la poesia assume delle fattezze molto più autoriali, molto più fenomenologiche. Nel momento in cui, ossia, non solo è scorta con disincanto l’impronta del poeta, ma questa impronta più che accogliere l’universalità dell’esistenza, istituisce un’universalità particolare e, assai spesso, connotata, non reale, immaginifica ed ideale. In poesia ci si può muovere con una certa facilità entro il segnico, il metaforico ed il simbolico. Riuscendo, addirittura, a confondere queste trame in virtù della loro reciproca coazione. Ed è così che una metafora simbolica diventi segnica; che un simbolo metaforico diventi segnico; che un segno sia, in realtà, metafora e simbolo assurti a segno. 

Riflettiamo assai brevemente! Il gioco poetico è gioco reale: non per simbolo o metafora. In quanto segno, ciascuna unità costitutiva del verso, guarda sì ad una simbolizzazione che amplia il subliminale stato d’essere delle cose fisiche (dove per subliminale, si intenda un significato contestuale distinto rispetto al significato rappresentazionale quotidiano), ma, allo stesso modo, questo subliminale diviene semplicemente significato: non più significato altro. Innanzi ad un simbolo, per intenderci, la poesia non si sforza di valutarne la sua completa e totale alterità ideale; quanto, nella roccaforte dell’alienabilità fisica, induce ad una realtà operante e distinta da quella meramente simbolica. Nel gioco fascinoso e trascendentale dell’allegoria, per esempio, la sostanzialità non sta in ciò che si riferisce a, ma in ciò che si istituisce, preso per se stesso. Stesso gioco è per la metafora. Se la poesia, infatti, è mistica del linguaggio, lo è in virtù della sua azione non strettamente rappresentazionale: piuttosto, strettamente istitutiva e creativa anche dell’inesistente (fisicamente e quotidianamente parlando). 

Ciò che, invece, caratterizza il divino è il gioco (mi si permetta questa espressione, quasi da infante eracliteo) contrario. Il divino, infatti, è nell’esperienza di fede alterità dialogante e sostanzialità intrinseca. Faccio qui, ovviamente, riferimento al credo cattolico: l’unico di cui io faccia esperienza. Il credente, dunque, non istituisce la sua fede (lo fa se deraglia dall’esistenza originariamente ricevuta). Si pone, piuttosto, in ascolto di quel compimento, di quella ricognizione e riconduzione nuova, nella quale in ogni azione personale scopre d’essere a immagine e somiglianza di Dio. La sua stessa azione percettiva, inoltre, non è completamente ignorante e potenziale: risponde, piuttosto, ad una pervasività orientativa (attraverso gli insegnamenti evangelici e biblici), ma soprattutto genetico-costitutiva. È proprio in virtù di questa condizione che l’uomo si professa a immagine e somiglianza di Dio. È proprio in questo stadio, che trova forma la pervasività di Dio, il suo soffio vitale costitutivo. Più che di un trascendentale, in tal senso, è opportuno, allora, parlare di trascendente.

Mentre l’operatività poetica, infatti, è de-sostanzializzata all’infuori della capacità costitutiva dell’autore, in un ipotetico cambiamento delle sorti storiche e cosmogoniche, l’inesistenza dell’uomo, per la fede, sarebbe ininfluente per l’esistenza di Dio. Valutando, per di più, l’esistenza dell’uomo stesso, la sua esistenza particolare è solo contingente rispetto all’esistenza di Dio. Esistenza di Dio, nel dettaglio, che nell’uomo trova sua espressione; ma che, pur senza l’uomo, sarebbe espressa. 

È una questione, potremmo dire, di onnipotenze: l’onnipotenza della poesia è nell’atto umano e nella sua designazione ontologica ideale, che non si preme di rispondere a sostanzialità sussistenti; l’onnipotente del divino è in Dio e nella sua sostanzialità costitutiva e sussistente, indipendente dall’uomo. 

Dunque: secondo una chiave metaforico-simbolica e segnica, c’è realmente questo sostrato di comunanza esperienziale tra la poesia ed il divino? 

Sono alla ricerca di risposte!

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