di Franz Krauspenhaar
Dino Meo è un artista possiamo ben dire indipendente, parente non lontano di quel fenomeno underground che ha coperto, dal Novecento in avanti – fino ai nostri tribolatissimi giorni – le produzioni “ fuori dai circuiti” di molta arte contemporanea, in buona parte letteraria. Dino fa parte di questa nutrita, anzi autonutrita compagine di artisti liberi e indipendenti. Nel suo caso, addirittura, troviamo l’abiura di qualsiasi prospettiva di pubblicazione tradizionale. Il poeta – perché egli è, a tutto tondo, un poeta – non vuole far parte, fin dai lontani esordi datati 1970, di alcuna “pelosa scuderia”, soprattutto di editori a pagamento.
Si autoproduce, pertanto, divenendo in un sol colpo editore, ovviamente autore, e infine regista dell’operazione. La trovata più particolare ed efficace è quella di far accompagnare i suoi testi da filmati ( curati in maggior parte dal fratello Antonio Meo); veri e propri saggi filmati in interni ed esterni ( a seconda del luogo prescelto), nei quali Dino si produce in veri e propri drammi poetici, monologhi davanti ai quali non si può restare indifferenti, dentro i quali dispiega a piacimento anche la sua sofferente e senz’altro indubbia bravura di dicitore. Ecco quindi che il poeta raddoppia la sua capacità comunicativa: le letture poetiche, spesso tenute a Milano, sua città d’adozione ed elezione, sono soltanto il primo passo della fruizione. Il secondo passo è quello calcato dalla ripresa video, fatta con cura e professionalità, perché il “messaggio” sia lanciato anche in altra maniera, divenendo più completo e avvolgente. In questo libro summa dell’opera di Dino Meo, dal 1970 al 2025, troviamo tutto quello che di lui è possibile trovare. Il suo poetare è spesso febbrile, pessimistico, addirittura, in non pochi casi, apocalittico. I sogni sono non di rado incubi, il mondo è orripilante come nella realtà che viviamo, specie in questo periodo di guerre; ma Dino non ha alcun timore di scontrarsi con la sofferenza e finanche con la morte; egli la morte addirittura la attraversa, come un lunga lama di samurai attraversa corpi contrari. Dino Meo è in maniera decisa e definitiva un guerriero della parola, senza aver calcato le penose scene di scuole accaparratrici di intelligenze; non deve dire grazie a nessuno, e in questo è sicuramente un privilegiato. Corre per la sua autostrada da solo, senza spinte gratuite e con, appuntato al petto come una medaglia, il grande orgoglio di percorrere, per l’appunto, quell’autostrada da solo, dentro un modo di scrivere originale. Non so a chi apparentare la sua poesia; forse a un Lautremont, forse a un Baudelaire ancora più adulterato, forse al folle e definitivo Artaud “. Questo copioso Lunghi sogni divini, (pag. 257, euro 15), come detto vera e propria summa del suo lavoro lungo più di cinquant’anni di attività poetica, è un libro che è grande e fitto come un romanzo americano di grande sostanza. È un libro contenitore, appunto, l’estremo balzo in avanti di un anima irrequieta, rabbiosa a tratti, un’anima che però non si dà mai per vinta. A volte i suoi versi liberi tracimano nella prosa, con un effetto straniante; ci troviamo in questo caso di fronte a una poesia che si sospinge verso una prosaicità credo liberatoria. Tutto nella poesia di Dino è spurio, graffiante, viscerale al massimo grado, pronto a ferire e a ferirsi. Lasciata la paura una buona volta a casa, senza alcuna costrizione editoriale e con l’intento di arrivare al proprio bandolo della matassa con le proprie forze, Meo ha dimostrato che non per forza bisogna passare dalle solite strade battute, da tutti e in lungo e in largo, per essere accolti. Cito ora un verso esemplificativo: “Ho solo un modo per scongiurare imbarazzanti complicità, vivere da disadattato”, da “Sposto il limite”, uno dei più efficaci episodi della sua vasta produzione. Il poeta non vuole fare comunella con nessuno; ognuno stia al posto suo, e per il resto ognuno faccia la sua corsa, nel bene e nel male. Meo detesta i “carri bestiame” della letteratura, detesta i lecchini posteriori, non sopporta né cori né evviva gratuiti. Crede fermamente in questa espressione nuova, la “video-poesia”, cavalcando un genere quasi cinematografico: la sceneggiatura è il suo poetare ferrigno e sempre drammatico; le riprese, il montaggio e persino la colonna sonora sono invece del talentuoso fratello Antonio. Abbiamo nelle mani e soprattutto nello spirito, dunque, un’opera, anzi un gruppo di opere, di genere collettivo, come appunto lo è il cinema. La manifattura di questo potente manifesto (e manifestazione) poetica è altresì notevole: rilegatura eccellente, carta di pregio anche, stampa a regola d’arte. E, a corredo, non poche fotografie, prese in molti casi dai video, nel finale del volume. Il video diviene dunque un prolungamento dell’opera poetica, forse addirittura un superamento. Spostando sempre il limite con tutta la forza che si ha nel cuore e nel corpo. Perché viene servita “la Poesia come non l’avete mai vista, come non l’avete mai ascoltata.”

