Ma voi?
(Mark Rothko)
“In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.” [Mt 16,13-20]
Negli anni ’70, si moltiplicavano i gruppi giovanili, sulla spinta del Concilio, e il tema più in voga delle riunioni e degli incontri era: “Chi è, per te, Gesù Cristo?”.
Quel “per te” restituiva alla soggettività tutto il patrimonio di partecipazione personale che la tendenza definitoria e dogmatica dei secoli precedenti aveva sottratto, in nome di una necessità di verità non relativa.
“Ma voi, chi dite che io sia?”: la domanda è restata inevasa, o meglio, incompiuta, nonostante la risposta così apparentemente spontanea di Simon Pietro.
Si fa presto a dire “Tu sei il Cristo”. Non costa molto, per chi, come noi, è così lontano da una logica messianica di compimento di una storia di popolo. Lo stesso Pietro non esitò nel dimenticare questa affermazione così chiara e perentoria, quando affermò con forza: “Non lo conosco”.
La domanda non chiede una risposta definita e definitiva, chiede, piuttosto, una messa in crisi del sistema teologico (che diventa anche politico, sociale, culturale) di riferimento. È in questa crisi che si “rivela” ciò che “non la carne né il sangue” rivelano. Non è un’appartenenza che può rivelare, soprattutto, non è un’appartenenza etnica, che può essere la matrice di rivelazione. La risposta non viene dall’ethnos, ma da un superamento di questo, in ordine ad una appartenenza “che solo amore e luce ha per confine” (Dante, Par. XXVIII). Su questo superamento si fonda la comunità cristiana. Pietro non è il rappresentante o il portavoce di un movimento religioso. Pietro è la voce che supera i deserti, la risposta che non definisce, ma apre spazi e processi in cui incamminarsi.
Come in un’opera di Rotko, il colore non definisce lo spazio: nei colori, ci si immerge. Non c’è uniformità, ma ricerca di percorsi. Ognuno è chiamato ad incamminarsi nella chiara consapevolezza che l’essere verde del verde o l’essere azzurro dell’azzurro non ci appartiene; ci vengono offerti come realtà da vivere e, vivendo, da comprendere, mano a mano, passo dopo passo, fallimento dopo fallimento, immergendosi sempre più verso una verità che si propone sempre altra, sempre oltre.
“O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” dice Paolo ai Romani (11,33). Come si può pretendere una risposta definitoria a questa “profondità”? Ogni definizione, sia pure necessaria, porta in sé un percorso che è cammino di donne e uomini nella loro concretezza. E spesso è cammino di sofferenza e di sopraffazione subita. Ogni tentativo di risposta rischia l’inautenticità se non assume per sé l’umiltà della “insondabilità” e della “inaccessibilità” al mistero. L’essere Chiesa non si fonda sull’esattezza della risposta, quanto piuttosto sulla partecipazione al mistero che sorge e si manifesta, con “profondità”, nella concreta storia delle persone. Qui, il cammino si compie. Qui, “si lega e si scioglie” ciò che concerne il “Regno”.
E “beati sono i poveri, perché loro è il Regno”.
