Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Morte 5

La Morte 5. Un accenno di inchino

In una stanza chiusa, dai pesanti tendaggi, dai fitti parati, dai mobili di pregio, una signora accarezza, lieve, le fotografie dei defunti disposte in semicerchio sul tavolino, tra rosari sgranati, piccoli crocifissi e resti di candele. In un’altra casa, in un altro paese, in una stanza che appare più ampia ma meno sontuosa, forse una cucina, teli coprono un lavabo con il relativo rubinetto, il tubo a vista di una stufa penetra nella parete, parenti e amici vegliano addolorati le spoglie di un uomo adagiato in una bara scoperta.

Diverse nella cornice, simili nella sostanza, le due istantanee rivelano un modo vigile e composto, intimo e partecipe di vivere il dolore, di farlo proprio, di superarlo. Siamo in Sicilia. È lì che ci ha portati, è lì che ci invita a compiere un viaggio per immagini, immagini in bianco e nero di lutto di arte di preghiera, il fotografo messinese Armando Rotoletti. Le cui parole, sfogliando il volume, Morte in Sicilia, risultano e risaltano evidenti: “Quando ho immaginato questo lavoro, non avevo ancora chiaro che la fotografia rappresentava per me la forma espressiva più vicina alla morte. L’ho capito mentre cercavo i miei soggetti: la fotografia in sé è morte, attimo cristallizzato di una cosa, di un gesto, di un’intenzione, che non sarà mai più. Ma è anche vita eterna, memoria, perché consegna al futuro un’immagine che non potrà più perdersi”.
E sono tanti gli attimi cristallizzati, le immagini consegnate, sottratte all’oblio. Quelle donne che in fila, a pochi passi l’una dall’altra, salgono gli ampi gradini che conducono in chiesa, sullo sfondo la piazza deserta, le abitazioni fuse in un unico blocco, sbuffi di nuvole a riempire un rettangolo di cielo; i “lamentatori” della Confraternita, uomini di tutte le età che vestono panni medievali e cantano in gruppo, la mano accanto alla bocca a mo’ di megafono, il volto concentrato, serio. Oppure l’anziana vedova che in campagna “copre ancora lo scifo (u scifu) – con il quale abbevera gli animali – con un velo nero affinché l’acqua non ne rifletta l’immagine”; e qui si ammira la sapienza compositiva del fotografo, che riesce a tenere tutto dentro, s’intende, tutto ciò che conta: le dita dei piedi dell’anziana, che sporgono dai sandali, in basso; le braccia e le mani che si accingono a deporre il velo, simmetriche, ai bordi dello scatto; la cornice pietrosa, rotonda dello scifo; il velo trapunto, che delicatamente sta per essere calato; l’immagine stessa della vedova, il suo volto in controluce, con le rughe manifeste e quelle intuibili, dettagli di un attimo cristallizzato che narra con incisivo pudore la sopravvivenza cocciuta, sentita, di un rito.
Scorre lentamente il tempo, nella Sicilia impaginata da Rotoletti. E il rapporto con la morte costituisce un ulteriore, necessario, momento di pausa. I segni di partecipazione che al funerale ricevono i parenti del defunto, una stretta di mano un bacio un abbraccio, hanno un significato profondo, che supera la concretezza del gesto, che si iscrive in un dialogo muto tra l’aldilà e l’aldiquà; il pranzo tradizionale della veglia, quei piatti ricolmi allineati con cura sulla tovaglia a quadri, sono cibo e sono simboli, sono la vita che si ferma e che continua, sono un ponte tra il passato e il presente. La avverti, la morte, e la celebri finanche, rito dopo rito, perché la accetti, umana antichissima astuzia; e finisci per esporla, con beffarda naturalezza, vedi gli scheletri in posa di Giacomo Serpotta nella Chiesa di Sant’Orsola, a Palermo, e vedi nel quartiere Ballarò, sempre a Palermo, quei murales che trasmettono energia, quel giovane defunto in circostanze tragiche che è ritratto a figura intera, sorridente, le dita divaricate in segno di vittoria, la scritta che rivendica e sfida: “’ccà sugnu”.
Ti accompagna ovunque, la morte, si infiltra nel quotidiano: gli annunci funebri che riempiono un intero muro, l’uomo che li osserva; il bucato nero appeso in strada, scialli, vestiti, calze, che oscillano minacciosi; e quel signore che passa dinanzi alla “Sala del Commiato. Onoranze funebri” e reclina appena il capo, evitando di guardare dentro: sembra, il suo, un accenno di inchino, un modo cauto, rispettoso, di rimandare l’appuntamento che sa inevitabile.

Armando Rotoletti, Morte in Sicilia, Verona, 2020

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