Singolare, femminile, di Filomena Ciavarella

di Giovanni Parrini

È di ragguardevole sostanza, eppure di una leggerezza ineffabile, quel che riceviamo da Singolare, femminile, l’ultimo libro della poetessa Filomena Ciavarella, uscito per i tipi di RP Libri, nell’aprile scorso.
Esso è costituito da una poesia introduttiva, “A sé stessa”, più quattro sezioni, “Di poche briciole”, “Enaima”, “Singolare femminile”, “Note al margine”, per un totale di settantasette pagine.

Ciavarella – già autrice di tre sillogi, pubblicate da Interno Poesia, da Il Convivio Editore e da Transeuropa Edizioni, e pubblicata varie volte nelle edizioni regionali di “La bottega della poesia” del quotidiano La Repubblica – ritorna con un lavoro dai tratti che non si stenta a definire incandescenti in quanto a materia esistenziale; una materia che l’autrice riporta sulla pagina, utilizzando la forma del prosimetro e con registri linguistici che intessono una tela mista di delicati fili onirici e di altri, invece, dal ruvido spessore realistico, ottenendo così un arazzo indicativo di una realtà soggettiva, da un lato ma che, dall’altro, può intuirsi essere, verosimilmente, quella di non poche donne del nostro Sud, vale a dire la sequenza silenziosa di giornate che le vedono soggetti inseriti in un contesto caratterizzato da un certo ingessato maschilismo d’antan, come pure da un ovattante perbenismo ipocrita e dai dettami tipici di una società che derubrica, in modo preoccupante e sottaciuto, il grave problema del disconoscimento dell’intelligenza e, in generale, del sentire femminile quali elementi essenziali, imprescindibili, per un corretto equilibrio familiare.
Ora, se le possibili declinazioni politiche e sociali di questo lavoro sono, proprio per quanto detto, plausibili e di non modesto conto, maggiormente lo è la tensione di natura elegiaco-intimista, reperibile un po’ dappertutto. Ciò costituisce un insieme che, come sarà in grado di notare soprattutto il lettore avvertito, risente delle letture di grandi poetesse del passato, nostrane e internazionali; una su tutte Dickinson, nel cui fiume poetico l’autrice ha immerso la propria cifra creativa, cosicché questa ne è poi uscita potenziata in termini di quella guizzante ma pudica visionarietà che le è propria, rendendone riconoscibile lo stile e la verve della versificazione. Non solo ma sullo stile dell’autrice deve avere anche influito la poesia appartenente al periodo greco classico, della quale si intuisce la presenza, seppure decisamente in filigrana, qua e là, per via di certe atmosfere sospese tra introiezioni di marca novecentesca e la costante presenza di elementi naturalistici. Un insieme che crea, a tratti, un distacco quasi ieratico dalle vicende, in questo caso piuttosto grevi, della quotidianità. Fra le ascendenze letterarie decisive, si trovano anche altri nomi importanti della poesia femminile: Alejandra Pizarnik (in epigrafe alla Sezione “Di poche briciole”); Anne Sexton (in epigrafe alla Sezione “Singolare, femminile”). Pure, Ciavarella ha respirato una certa potenza idealizzante nelle poesie di un’autrice lucana del XVI secolo, Isabella Morra, la cui storia finì con la morte per mano dei suoi fratelli, a causa della ribellione di lei alle imposizioni matrimoniali tipiche del periodo.
Anteposte queste brevi considerazioni generali ed entrando in medias res, vale la pena focalizzare la qualità dei punti di inizio e di fine di Singolare, femminile, a cominciare da questo titolo, che può suonare come semplicemente accattivante ma sul quale, invece, è opportuna una riflessione, prima di tutto, a causa della virgola posta fra i due aggettivi; un segno di interpunzione quasi ovvio, si dirà, ma che non assolve qui soltanto alla funzione cui è grammaticalmente preposto ma che induce a ipotizzare la singolarità come caratteristica di un approccio non dico elitario ma sicuramente inadeguato ai riti e ai comportamenti di massa, soprattutto a quelli vigenti ancora nel contesto di una ristretta realtà sociale del Sud, qual è quella in cui l’autrice vive. Una deduzione, questa, accettabile anche alla luce del percorso di studi universitari svolto da Ciavarella, fino all’ottenimento di una laurea in filosofia, materia che lei insegna presso un liceo scientifico. Soffermandoci, un attimo, sull’inadeguatezza manifestata dalla protagonista di quest’opera, vale la pena notare che essa, in modo assai miope e frettoloso, può essere erroneamente bollata col marchio dell’instabilità caratteriale, qualcuno potrebbe dire psichica, soprattutto quando accostata alla femminilità: come dire una miscela che, nell’immaginario collettivo di un tempo ma pure d’oggi, soprattutto nel nostro meridione, si ascrive al tipo della donna bizzarra, insofferente, pure un tantino strega, semmai. In quanto al vocabolo “femminile”, anche esso, rivisto alla luce dei versi, diventa un aggettivo dalla potenza enigmatica,  concreata all’evoluzione e dalla valenza maggiore di quella usurata che la sua larghissima diffusione gli conferisce,

A filo di vita hai cucito le asole
dei tuoi vestiti in luce sparsa
sulle strade del mondo
e svuoti le tue tasche piene di dolore,
con un po’ di luce
che rubi dai prati.
Sfiori, senza quasi toccare
le cose, con il tuo saluto
leggero di vita, di morte.
Sotto il vestito cucito dai secoli per te,
porti calze smagliate: hai l’eleganza
dei rami al cielo.
È sottile il tuo vaso di cristallo,
il tuo andare per le vie del mondo.

Il testo (pag. 50) sopra riportato richiama, fin troppo facilmente le atmosfere bohémien, stranianti, di Merini, la sua piccola e disordinata casa sui Navigli, in particolare per quel dettaglio delle calze, la cui smagliatura appare, per metafora, come una sorta di insofferenza al tempo quotidiano o, meglio, un cedimento, tuttavia direi quasi irrinunciabile, nel fragile tessuto esistenziale, piuttosto che la fotografia legata a un’interpretazione letterale di un arcinoto problema riguardante questo comune indumento femminile.
Spostando, invece, l’attenzione sulla breve poesia che chiude la raccolta, ne sottolineo la particolare caratura poetica e la profonda commozione che essa suscita. Il tempo narrativo delle situazioni, dei pensieri, dei tormentosi tracciati psichici sui quali si muove l’io poetico nelle pagine del libro coagula in una disarmata e disarmante dichiarazione di poetica; una spaesante affermazione, tanto lapidaria quanto delicata, tale da mostrare, in ultimo, la verità spiazzante di uno spirito libero, intriso di coraggio e di esemplare umiltà, capace di sospendere, come in una sorta di epochè tutta sua tenerissima, le pressanti domande d’ordine esistenziale; capace, insomma, di lasciarsi andare dolcemente all’enigma inestinguibile che pervade il reale e, quindi, ognuno di noi:

Anima mia che vai sulle vie,
sei quasi luce che lascia
le sue tracce nella notte,
ma di te così sfuggente
nulla so.
È questo il mio testamento

Una chiusa dove respira una bellezza consistente, da una parte, nella ratificazione dell’inconoscibilità del proprio animo e, dall’altra, la fiducia di lasciarlo ricongiungere a una ignota immensità. Versi che possono in qualche modo richiamare, con le sostanziali differenze, s’intende, le atmosfere di quelli appartenenti a un poesia di Luzi, “Quante ombrose dimore hai già sfiorato”, (da Un brindisi, 1946), nei quali il poeta si riferiva alle incessanti peregrinazioni del proprio animo sofferente.
Il lungo e accidentato percorso dell’io poetico, sviluppato fra i punti di inizio e di fine, conosce tratti fondati su una serie di correlativi oggettivi costituiti da delicati elementi di Natura che sono l’altro versante di un discorso umano, impervio, tormentato e, nondimeno, destinato a non perdersi, forse anche per via di queste presenze fisiche cui l’animo dell’autrice si affida per riconoscersi, chiamandole in causa. Mi pare uno spostamento dell’io dal livello in cui si svolge la sua narrazione a un altro superiore, costituito da elementi incorruttibili, perché inconsapevoli del loro stato esistenziale; come a sottintendere, fra l’altro, che la consapevolezza rappresenta anche un’ineludibile e ferocissima condanna. Il teatro drammatico dell’io (poetico e reale) nel teatro drammatico d’ogni elemento di Natura: verrebbe quasi di pensare quasi a una sorta di mise en abîme della storia di una donna, se non fosse che qui non sono presenti le soluzioni tipiche di questo metodo letterario. Si tratta di elementi naturali quali «[…] le molecole della sera» (pag. 39) o come l’innocenza e la purezza animale, in una delle varie prose brevi, quella dedicata a Miele, la sua cagna (pag 30),

Desideri avere la sua innocenza di cagna, perché lei è così pura
[…]
Si stende al sole e beve alla luce come fosse ogni istante un atto nuovo di nascita.

e in un’altra breve prosa, più esplicita nella denuncia d’una condizione psichicamente e materialmente restrittiva (pag. 29),

Sei la chioccia, la gallina dalle piume seducenti, armoniosa e calda, nata per tenere la covata
[…]
Nei bassifondi, hai immaginato, pensato quello che a te non è dato vivere

dove appare un insolito scarto tra la comparazione della donna a un animale simbolo della protezione – pure se non manca l’accenno alla consapevolezza della seduzione costituita dalle piume – e la ripresa improvvisa del piano narrativo primario in cui l’io constata il dogma d’una tradizione che non consente alla donna di vivere le proprie passioni (per lo meno, in una realtà familiare del Sud). E a proposito di linguaggio, Ciavarella ne presenta, qua e là, granelli di quello simbolista, in cui un elemento porta in sé il doppio peso di significato e di significante, «Nelle pupille iniziano a cantare usignoli […]» (pag. 36).

Questi tre soli esempi, tra i tanti che non si possono enumerare per ovvie ragioni di brevità, appartengono alla sezione intitolata Enaima, un titolo translitterato da un vocabolo usato da Aristotele, enaima, nella sua classificazione degli animali in due famiglie, quelli con sangue (Enaima) e quelli privi di sangue (Anaima, gli invertebrati). La scelta di un titolo simile può apparire un’esposizione gratuita di cultura ma è qualcosa di più indicativo, stante il valore che l’autrice dà alla presenza fisica (rappresentata dal sangue) degli animali i quali, nel sangue, appunto, mantengono viva un’anima incorrotta, poiché inconsapevole, dunque innocente. Il sangue degli animali è innocente e, in una lettura traslata, ha una laica sacralità. Non solo: il vocabolo stesso “animale”, come si sa, reca in sé “anima”, il greco anemos, vento, soffio vitale. Compreso nella categoria degli animali, c’è l’animale consapevole, l’Uomo, al cui spirito è come se Ciavarella attribuisse un valore comune a quello di tutte le altre creature (vertebrate, per la precisione), in una visione laicissima ma assai più sofferta dell’altra cara alla religione cristiana che pone l’uomo, paradossalmente aggiungerei io, in posizione verticistica e centrale, risultato di un intervento di natura creazionista – responsabile del conferimento di un soffio vitale divino al corpo materiale – dal quale l’autrice, per carattere e per forma mentis acquisita nei propri studi filosofici, appare davvero lontanissima.
Di questa posizione intellettuale, si può avere contezza nel passaggio di una prosa breve dedicata a un gatto (pag. 45) appartenente alla stessa succitata sezione,

Avevi scoperto che le emozioni abitano in forme corporee di cane, di gatto o formica […]

oppure, ancora, in questi versi (pag. 33),

Una donna, la sua storia e le sue
braccia piumate, eri bella e non lo sapevi.
Avevi pettirossi nella testa […]

Il cosmo dell’autrice, nel cui dominio l’io tenta di reperirsi, di parlare a sé stesso, anche con il trasognato prestito dei linguaggi primordiali che Natura dispone in innumerevoli creature, animali e finanche vegetali, è la fucina quotidiana, autentica e silenziosa, ben lontana dagli umani consorzi. In quello sconfinato spazio intimo, si prepara una personale rivoluzione – e, tuttavia, in potenza, riguardante altre donne viventi in una società dai tratti ancora patriarcali – come l’autrice esplicita nella poesia qui riportata (pag. 52), appartenente alla sezione eponima,

La tua estasi è alta,
le bianche piume vanno dove il cielo è vertigine.
Danzano nell’abbaglio di una luce
primeva, due cigni: tu lo sai,
mia cara, il sogno che divora ancora il cuore.
Il cuore del mondo.
È uno schiudersi di petali
alla Luna, così dolce il risveglio
delle belle di notte. Incredibile!
Al suo tramonto vanno a dormire.
Sia così la tua rivoluzione

Una rivoluzione avulsa da contestazioni sociali, tantomeno politiche, seppure queste, come si è detto all’inizio, ne possano essere un’interpretazione, secondo un fine trasversale, più tipizzato e comune, in cui si voglia eventualmente inquadrare il significato dell’opera.
Nel percorso esistenziale e letterario di Ciavarella, la forza del cambiamento è spesso connotata da un candore, da un silenzio e da una leggerezza che pure trovano la maniera di procedere e fare breccia nelle mura delle costrizioni, delle convenzioni inveterate, dell’opaca medietà che transita e non ha nome.
E infine, la grazia d’una azione coraggiosa, ripetuta quasi con determinazione militare, eppure sempre affetta dal sogno irriducibile e giovane che la vita sia meravigliosa e poetica, la si ritrova, ancora e ancora, nei minimi dettagli, i piccoli confidenti dell’anima peregrina, limpida nell’inappartenenza a sé stessa, mentre segni dolcissimi ritornano, si sfanno; tutto si compie e trema e si rimane sospesi, in un estremo e sofferto compimento provvisorio, posto oltre il tempo che quaggiù ci è dato.

Scrivi la tua storia sulla neve
ma presto il sole la scioglierà
nella luce. Nulla ci appartiene

Sei incompiuta, sei foglia
che trema come ramo
al cielo nel vento,
sei la vita che sfiora
l’addio e poi muore
nel suo piccolo petto.

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