Cantami o diva degli eroi le ombre, di Isabella Bignozzi

di Maria Allo

Isabella Bignozzi, Cantami o diva degli eroi le ombre, La Lepre edizioni 2023

Le radici del presente: un dialogo continuo tra passato e presente, mito e realtà

«L’amore implicito di Dio nella sua forma di amore per il prossimo, è scandalo e insurrezione perché va contro la necessità meccanica che regola l’universo secondo la legge, stabilita dalle stesse soprannaturali sfere, dal prevalere di una creatura sull’altra mediante l’uso della forza».

Simone Weil

Se un autore vive per sempre, come dice Valgimigli, è perché continua a parlarci nel tempo, trasformandosi nei nostri pensieri e nelle nostre interpretazioni. Questo continuo reinterpretarlo è una sorta di traduzione personale. In fondo, tutti siamo interpreti e traduttori di ciò che leggiamo. Tuttavia, è essenziale riconoscere che durante questa trasformazione del poeta o dello scrittore in noi, solo quando lo facciamo nostro, possiamo riflettere la sua vera essenza come uno specchio mutevole della nostra mente. Nel mondo poetico di Omero, intrecci moderni si legano costantemente a un passato remoto.

La sagace osservazione di Myres che afferma come questo universo sia immortale solo nell’immaginazione del poeta, trova conferma nei versi di Omero. Il classicismo tedesco, influenzato dall’onda rinascimentale per Omero giunta dall’Inghilterra, ammirava in lui la freschezza mattutina e la naturale spontaneità. Tuttavia, oggi cogliamo diversamente il valore di questa poesia. Omero non è solo un punto d’origine storico, ma simbolizza un inizio che ha dato vita a nuove forze creative nel mondo. Molti autori antichi e moderni hanno rielaborato l’Iliade. Virgilio, ad esempio, trasse ispirazione per la sua Eneide, mentre Stazio creò la Tebaide su modelli omerici. Nel XVIII secolo, Alexander Pope eseguì una famosa traduzione inglese dell’Iliade, mentre Madeline Miller, in anni più recenti, ha esplorato il poema dal punto di vista di Patroclo nel suo romanzo La canzone di Achille. Derek Walcott ha reinterpretato questa narrazione ambientandola nei Caraibi con il suo Omeros. Queste opere confermano che l’Iliade continua a parlare al presente. In Cantami, o diva degli eroi le ombre, Isabella Bignozzi riaccende il mito omerico con uno sguardo personale, sospeso fuori dal tempo, dove dèi ed eroi perdono l’aura marmorea e rivelano la propria umanità. Come nella lettura tragica di Hölderlin, la pluralità del divino illumina la precarietà dell’uomo: ricco di colori e possibilità, ma sempre esposto alla morte. Omero, cantore cieco e errante, resta così una figura ancora fertile per l’interpretazione. L’Iliade privilegia la pianura di Troia, cuore della guerra, ma nei rari scorci sulla città e sull’accampamento acheo lascia filtrare un’altra storia: i giochi dei bambini, il lavoro quotidiano, la paziente costruzione della vita. È proprio da queste crepe nell’epica che Bignozzi riparte, intrecciando memoria e invenzione, storia e mito. La sua opera non celebra soltanto l’eroismo: ne interroga il prezzo, facendo emergere dolore, fragilità e conflitto interiore: “L’essere umano non è solo questo, e Omero lo sa: nel poema ci sono brevi istanti e divini, in cui gli uomini si riaccendono ed esprimono, contro ogni contingente evento, forme limpidissime di amore”. La guerra, più che un teatro di gloria, diventa così uno specchio deformante dell’esistenza. Con uno sguardo profondo, si concentra sui protagonisti minori e sui dettagli emotivi delle vittime invisibili, smontando l’epica per rivelare fragilità universali. Bignozzi infonde nei miti un tocco contemporaneo, dimostrando che non appartengono a un’epoca lontana confinata nel passato. Gli eroi omerici erano umani, come noi, combattendo mostri tangibili e difficoltà sovrumane. Elena, percepita più come vittima degli eventi divini che colpevole, emerge con la sua bellezza leggendaria — oggetto di desiderio e invidia — come un pesante dono, inevitabile tanto quanto le sue conseguenze. L’autrice riaccende il mito come una brace antica: intreccia l’epopea omerica e la guerra di Troia con una scrittura delicata, illuminata dal Poema della forza di Simone Weil. Attraverso la sua lente critica, mette a nudo gli archetipi di vittime ed eroi e sottrae l’ultima parola a dèi e guerrieri, affidandola a Weil nel saggio finale, Perché il forte uccide l’inerme? Simone Weil sulla guerra. Ne nasce una rilettura intensa, moralmente inquieta, che interroga eroismo, vulnerabilità e potere. A mio avviso, il suo merito sta nel trasformare il mito da monumento del passato in uno specchio ancora scomodo della società e delle giustificazioni con cui la forza pretende di legittimarsi. In Cantami o diva, Elena non è soltanto la splendida moglie di Menelao, ma un’anima tormentata dal rimorso, dal rimpianto per il primo marito e dall’ostilità di Ecuba e delle donne troiane; persino la benevolenza di Priamo ed Ettore non riesce a consolarla. Tradita anche dall’ambiguo amore di Clitennestra, risale il fiume della memoria fino all’infanzia, dove ritrova le proprie radici e l’immagine di una bambina ingenua. Le due sorelle, quasi gemelle, raccolgono e ordinano ghiande che a Elena appaiono come piccoli volti, osservandola dalla terra con grazia e fierezza. Allo stesso modo, il rapporto tra Achille e Patroclo, che nell’ Iliade si esprime attraverso il prestito dell’armatura, viene rievocato nell’infanzia come un gioco di spade di legno e piedi nudi nell’erba. Il parallelismo tra mito e memoria trasforma l’infanzia in uno spazio originario, dove identità e appartenenza nascono dal gioco e dal contatto con la natura. Tuttavia, l’inganno finisce per presentare il conto a tutti, innocenti compresi: l’illusione alimenta il tradimento e condanna gli esseri umani a perseverare, smarriti e disperati, nei propri errori. La rilettura di Bignozzi non si limita dunque a umanizzare il mito, ma ne mette in luce la persistente attualità e la fragilità morale. Nell’epilogo del libro, Isabella si sovrappone a Elena di Sparta, presentandoci un racconto che, pur sembrando frutto della fantasia, appare paradossalmente autentico. Esprime di avere talvolta una capacità straordinaria: uno sguardo che trapassa il tempo e lo spazio, connettendola a una versione di sé che abita un’altra era. Nei momenti in cui avverte questa connessione, si trova immersa in visioni da un passato lontano: mura scintillanti di marmo, la presenza oppressiva di Menelao e il caos dell’accampamento. L’aria è satura dell’odore acre dell’esercito e delle urla mutate in silenzi eterni. Sente sotto i piedi la sabbia impregnata di vecchie battaglie, intravede il fuoco che divampa sui resti dei caduti. In questi fugaci spiragli temporali si muove come un’ombra tra le torri di Troia, avvolta in veli che ne celano il volto. Si interroga su come possa trovarsi lì, tra mura che non le appartengono se non nella dimensione della memoria collettiva.  Con una voce poetica e sospesa tra sogno e memoria, l’autrice indaga l’identità e il legame con il passato, mostrando come le sue ombre continuino a plasmare lo sguardo sul presente. Isabella Bignozzi offre una rilettura affascinante che non solo risveglia il fascino dei miti classici ma li rende anche un veicolo di introspezione moderna, esplorando temi di    potere, eroismo e vulnerabilità attraverso una scrittura delicata e illuminata dall’influenza critica di Simone Weil.

Nota

Isabella Bignozzi, nata a Bologna nel 1971, vive e lavora a Roma. È odontoiatra, autrice di numerosi articoli medico-scientifici di rilievo internazionale

In poesia ha pubblicato: Le stelle sopra Rabbah (Transeuropa 2021, prefazione di Elio Grasso), Memorie fluviali (MC edizioni 2022, collana Gli insetti, a cura di Pasquale di Palmo), I bimbi nuotano forte (Arcipelago itaca 2024), Fermagenesi (Premio Montano 2024).
In prosa ha pubblicato Il segreto di Ippocrate (La Lepre Edizioni 2020), finalista al premio Como 20201 e Cantami o diva degli eroi le ombre (La Lepre 2023), romanzo poetico finalista al Premio Europa in versi2, che ripercorre alcune vicende dell’Iliade omerica e del ciclo troiano con una prospettiva simile a quella di Simone Weil nell’Iliade poema della forza. Scrive per «Pangea» e per «L’Astero Rosso».

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