Recensione di Francesco Improta
Torna in libreria, a undici anni di distanza dalla prima pubblicazione, Il testamento del greco, una spy story ambientata a Genova e nel suo entroterra. A voler essere fiscali, l’azione comincia nella Val d’Orcia, in provincia di Siena, dove il Greco, un agente dei Servizi segreti, dopo la morte della moglie, si è rintanato in compagnia del figlio quattordicenne Alessandro perché, come si legge testualmente, “il Greco aveva un’ossessione: proteggere dalla verità le persone che amava” pur sapendo, dal momento che lo aveva sperimentato sulla propria pelle, che “lo sradicamento genera confusione e sofferenza”. Non basta, in questo ambiente appartato, lontano da occhi indiscreti, insegna al figlio a muoversi come un lupo solitario per farne un perfetto soldato, meglio ancora, una perfetta macchina da guerra plurilingue. Il figlio, addestrato quotidianamente all’uso delle armi e alle tecniche dell’intelligence, considera, però, quelle lezioni incomprensibili e infatti il prologo è punteggiato di “perché”, di domande a cui trova una risposta, sia pure parziale, solo dopo la lettura del testamento (da cui il titolo del libro), l’anno successivo alla morte del padre. Cade il velo che gli aveva coperto gli occhi fino ad allora e la realtà si svela in tutta la sua drammaticità: la madre non è morta in un incidente automobilistico, come aveva sempre creduto, ma è stata assassinata. Torna, quindi, a Genova, dove era nato e aveva trascorso la sua adolescenza, e inizia un’indagine capillare che lo porterà a confrontarsi e scontrarsi con i vecchi amici di suo padre e con verità oscure e indicibili, risalenti alla guerra fredda. Ne consegue che Il testamento del Greco non è solo una spy story, ma anche un crime e un romanzo di formazione, dal momento che nel corso delle indagini Alessandro Kostas – questo il nome del protagonista – acquista consapevolezza di sé stesso, apre gli occhi dinanzi a una realtà fino ad allora ovattata e nebulosa e incontra persino l’amore, sentimento del tutto nuovo e inaspettato per chi come lui aveva vissuto in mezzo ai boschi, limitandosi a qualche sporadico rapporto prezzolato. Abile nel cogliere tutte le dinamiche psicologiche, Bruno Morchio si rivela anche un acuto sociologo nell’osservare una città e una popolazione in cerca di una perduta identità. Il suo sguardo, lucido e penetrante, si muove tra i carruggi del centro storico e nelle valli dell’entroterra costellate di piante assediate dai rovi e di case diroccate, non senza amarezza ma con tanto amore in cerca di quella verità che sola può dare senso e valore alla nostra vita. Nei romanzi precedenti, quelli, incentrati sulla figura di Bacci Pagano, spesso lo sguardo dell’autore si levava in alto a catturare e a bearsi di quegli scorci d’azzurro che il cielo di Genova talvolta regala, qui, invece, non ci sono cieli tersi e smaltati ma nubi grevi e minacciose cariche di pioggia. Una pioggia sporca che si rovescia su una realtà corrotta e urticante, dove come si legge nella quarta di copertina “Il potere del denaro mostrerà tutta la sua ferocia” in mancanza di valide alternative. Nella bancarotta degli ideali, nel degrado morale, culturale e politico della nostra società, e di quella occidentale in generale, diventa difficile se non impossibile guardare avanti e “senza futuro il presente è solo disordine, come si legge in Jean-Claude Izzo. Ne Il testamento del Greco non mancano riferimenti letterari, penso ai narratori americani del Novecento, che nella traduzione della madre di Alessandro Kostas, Barbara Lagomarsino, facevano bella mostra di sé sugli scaffali della libreria di casa Ludovisi (Hemingway, Scott Fitsgerald, Faulkner, Steinbeck), a Georges Simenon e soprattutto a Gabriel Garcia Marques, di cui nel libro si citano personaggi, fatti e frasi di Cent’anni di solitudine, vista l’analogia tra la solitudine dei Kostas e la famiglia Buendia. Meno frequenti, ma non per questo meno interessanti sono i riferimenti al cinema e alla musica. Per quanto riguarda la decima musa implicito ma eloquente ed efficace il ricordo di Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmark, che affiora spontaneo quando Alessandro si serve di una microspia per ascoltare i discorsi dei fratelli Olivari, Dario e Remo, mentre l’interesse per la musica è orientato quasi esclusivamente verso il jazz e in particolare Miles Davis, di cui quest’anno si celebra il centenario della nascita (se ne è ricordato il maestro Alessandro Cerino che ha organizzato e diretto un bellissimo concerto in suo onore a Santa Margherita Ligure, ma questa è un’altra storia). Nel romanzo c’è un’attenzione particolare al cibo e alla cucina genovese, che diventano oggetto di una discussione convinta e approfondita e se Alessandro, con atteggiamento da consumato gourmet o provetto chef, ci snocciola la ricetta della famosa cima alla genovese, Rebecca solleva il discorso dal piano pratico, operativo a quello teorico e stabilisce un raffronto tra lingua e cucina:
“in fondo entrambe posseggono un lessico: nella lingua sono le parole e nella cucina i singoli ingredienti; le prime hanno un significato e i secondi un sapore; l’uno e l’altro si modificano a seconda del trattamento e della collocazione in cui si trovano.”
Una scrittura, quella di Morchio, densa, corposa, impreziosita da alcune colorite parole dialettali, capace di cogliere tutte le sfumature cromatiche e musicali, dipanandosi come un gomitolo di parole che si srotola nei territori accidentati della psiche e nelle arterie di una città verminosa, sofferente ma pulsante di vita, dove, però, l’innocenza non solo non è un traguardo ma neppure un ricordo, come testimonia l’adolescenza violata di Rebecca. Il denaro, la corruzione e la voglia di potere hanno sporcato tutto. Vorrei concludere queste mie considerazioni con un brano particolarmente bello:
“Gli venne in mente un altro ascensore, dove sua madre lo aveva portato con un piccolo prezioso libro nella borsetta, che lui gelosamente custodiva nella grande libreria del casale. Si ricordava di ogni particolare, quasi che il tempo si fosse fermato: era una domenica di sole, l’aria conservava il nitore delle fredde giornate di gennaio e, quando arrivarono in cima – i tetti della città vecchia sotto di loro e il mare spalancato davanti a perdita d’occhio – si sedettero su una panchina e lei gli lesse i primi versi di una poesia. Quando andrò in paradiso non voglio che una campana lunga sappia di tegola all’alba – di acqua piovana. Quando mi sarò deciso di andarci, in paradiso ci andrò con l’ascensore di Castelletto, nelle ore notturne, rubando un poco di tempo al mio riposo…” Quei versi erano rimasti impigliati nella memoria e non li avrebbe più dimenticati. Li aveva composti un poeta che portava lo stesso nome di suo padre e che, come lui, non era genovese. Eppure, nessuno, prima di Giorgio Caproni, aveva saputo guardare alla città con una passione così puntigliosa, cogliendone scorci che i genovesi conoscevano bene senza trovare le parole per evocarli. È il destino degli esuli, pensò, vedere quello che l’abitudine nasconde agli occhi della gente del posto”
Cos’altro aggiungere se non un invito convinto a leggere o a rileggere Il testamento del Greco di Bruno Morchio (Altrevoci Edizioni, 17,90 €).
