Il “dramma” di Alberoni (e il processo di consacrazione degli intellettuali italiani)

Sono un assiduo lettore dell’articolo settimanale del lunedì sul “Corriere” di  Francesco Alberoni. Apprezzo il suo intento di sminuzzare le sue conoscenze e di stabilire un dialogo con le grandi masse di un quotidiano, e anche il suo desiderio di colloquiare di cose serie con un linguaggio accessibile, lontano dagli specialismi e dai mandarinismi tipici degli intellettuali italiani. Ma tant’è: il dialogo con “l’inclita guarnigione” – che  è intento che  non aborro, tutt’altro – spesso avviene  a discapito del “colto pubblico”, ove io aspiro a prender posto.

Infatti , a volte l’omelia del lunedì si concede certi incisi allusivi e fuggevoli, del tipo: “Non sono d’accordo con la teoria del desiderio triangolare di Girard”, e qui si vorrebbe bloccare il prof con un pressante «Come, come, ci spieghi professor  Alberoni perché non è d’accordo con Girard?» che lui è già in fuga a  sminuzzare per l’ennesima volta la sua teoria-tormentone dell’innamoramento-amore. Insomma,  è già passato più  oltre.    “A più oltre!” verrebbe voglia di urlargli dietro come Manfredi a  Satta-Flores nell’indimenticabile  e struggente film di Ettore Scola  “C’eravamo tanto amati”. (Ma vedi con la ricerca on line dell’Archivio del beneamato “Corriere” l’ articolo del Nostro «Gelosia, un’ arma per conquistare. O per restare soli», “Corriere”del 30 giugno 2003. Il passo da me incriminato è il seguente: «René Girard spiega in questo modo l’ innamoramento: io amo solo ciò che appartiene a un altro, il rivale. Sbaglia. Queste sono solo infatuazioni competitive. Il vero innamoramento non ha bisogno di un rivale contro cui combattere e diventa più forte e duraturo proprio quando è certo di essere ricambiato»).

“Conosco” (nel senso che io conosco lui e lui non me) Alberoni da  più di trent’anni, esattamente dal 1975, quando insegnava Sociologia all’Università di Catania e io ero uno studente un po’ secchione di Lettere e Filosofia di quella Università, che aveva inserito nel proprio massacrante piano di studi anche “Sociologia” (un insegnamento “fondamentale” che io avevo messo  al posto di uno “facoltativo”),   insegnamento che, al sommo dell’autolesionismo, ero costretto a seguire  non nel bell’edificio seicentesco di piazza Università, ma nella sede di Scienze Politiche in Via Reclusorio del Lume: un palazzaccio condominiale.

In quegli anni Alberoni aveva ancora tutti i capelli, o  meglio aveva uno straordinario riporto che assestava sulla crapa pelada e che teneva stabile con un berretto nero con visiera, calzato  anche durante le lezioni, apparendo piuttosto buffo come Charbovary al suo ingresso in aula nella prima pagina di “Madame Bovary”  di Flaubert. Proveniva da Trento, dove era diventato celebre (leggere il libro, dove Alberoni è ampiamente citato, di A. Ricci “I giovani non sono piante. Da Trento 1968 a Bologna 1977: inchiesta sui protagonisti delle “giovani generazioni””. Sugarco, 1978) ed era stato spedito  in provincia da chissà quale mena accademica  come Gastone Manacorda negli stessi anni  e come anni prima Carlo Muscetta, Galvano Della Volpe e Giacomo De Benedetti, in attesa che si liberasse una cattedra in Continente, suppongo.

Dico queste cose non solo per il gusto dell’aneddoto, ma soprattutto per sottolineare con queste notiziole su intellettuali fuori sede – e alle prese con una Sicilia arcaica  dove i bidelli parlavano ad alta voce in un cavernoso dialetto pieno di “u” come un lavandino sturato e per nulla simpatici come appaiono oggi nei romanzi di Camilleri – il destino cinico e baro di non pochi intellettuali italiani in rapporto all’Accademia, destino che non è estraneo alle cose che dirò fra breve.Ricordo che mi colpì subito la sua parlata padana – dopotutto ero abituato a sentire filosofi cattedratici etnei  esordire col fatidico “Uoggi vi pallerò da’ toria do’ superamentu di Jeghel” i quali non rinunciavano alla pronuncia retroflessa del tipo “Condanniamo Trifilò Pietro ad anni tre e mesi quattro di reclusione” neanche sotto tortura – ma soprattutto fui colpito, se riesco ad uscire dal bozzettismo siculo in cui mi sono cacciato, dalle cose che diceva.

E cosa diceva Alberoni in quegli anni?  Dopo aver studiato i consumi, il divismo,  la moda e  i crazies, ovvero le follie collettive (vi ricordate quei giochi stagionali di massa quali i cerchi  ula op o le palline che si sbattevano l’una all’altra e che se scappavano dal ritmo impressole rompevano i polsi?); dopo aver brillantemente prefato il saggio di Neil J. Smelser   “Il comportamento collettivo”, Vallecchi 1968; scritto qualche saggio, di cui ricordo “Statu nascenti” (1968), “Classe e generazioni” (1971), Alberoni ci parlava dei movimenti collettivi,  e soprattutto dello statu nascenti, ovvero di quel momento di germinazione che coglie   qualsiasi movimento collettivo al suo nascere; argomento questo che allora era raccolto in una dispensa (rielaborazione del suo “Statu nascenti” già introvabile) che occorreva comprare fotocopiata presso quei bidelli, quelli della “u” del lavandino (vi rendete conto adesso che cosa voleva dire pretendere di insegnare e studiare nella  Sicilia di “Montalbano sono”?).

Orbene, lo statu  nascenti di quello speciale movimento collettivo a due che è la coppia, è proprio l’innamoramento, mentre l’amore ne è la sua solidificazione nell’ istituzione matrimoniale; ma nella nostra dispensa l’argomento non occupava che poche  righe. Di lì a qualche anno   quelle righe sarebbero diventate “Innamoramento e amore”, (Iª ed. 1979), un successo planetario che ritorna in libreria in questi giorni, a trent’anni esatti dalla sua prima uscita.

Ciò che colpiva nella teoria di Alberoni, che qualche anno dopo avrebbe raccolto le sue ricerche nel saggio accademico edito dal Mulino “Movimento e istituzione”, 1981 (fuori catalogo e non più ristampato, potete chiederne copia a me), era questa rete concettuale che coglieva in un un’unica interpretazione, ardita ed affascinante, sia gli anabattisti che i gruppi marxisti del ’68; sia le folle che la coppia, anch’essa ritenuta un movimento “collettivo”, seppur a due. In prima fila gli studenti marxisti e quelli del “Movimento Studentesco”  fremevano, indispettiti nel vedere sciolta la propria specificità di movimento in quella più generale di un qualsiasi movimento collettivo, tra le eresie medievali  e gli innamorati. Insomma,  Alberoni aveva elaborato una teoria, ardita, affascinante ed elegante dal punto di vista espositivo, su quel  momento del divenire sociale che coglie i movimenti nel suo nascere e nel suo solidificarsi successivamente in istituzione. Ne stabiliva la dinamica, le “leggi” interne, ne tracciava il percorso nel proscenio storico e nella sua morfologia, nella diacronia degli accadimenti e nella sincronia del “modello” sociologico. Faceva insomma il suo mestiere.

Non voglio entrare nel merito della fecondità euristica del modello alberoniano: non ne ho le sufficienti competenze. Voglio condurre la vostra attenzione sul fatto che nell’arco di un biennio (1979-1981, data delle sue pubblicazioni più divaricanti dal punto di vista dei “lettori impliciti” di riferimento)  l’intellettuale Alberoni si è trovato davanti ad un bivio, un dramma voglio credere: la ricerca accademica e la pubblicazione specialistica, da un lato, seguendo magari le tracce di un  Bourdieu o di un Mannheim, e dall’altro il contatto con il grande pubblico, attraverso l’intervento sui giornali e la redazione di libri di facile consumo popolare. Alberoni scelse la seconda strada che invece, fatalmente, lo ha  messo sulla scia di un Coelho. Per opportunismo direte voi. No, non sono del tutto d’accordo. Certo, poteva proseguire la strada oscura e ingrata («Lo studio è fatica alla carne», dice la Bibbia) della ricerca e della pubblicazione specialistica. In Italia dopotutto abbiamo avuto accademici di vaglia, penso a Franco Venturi, a Walter Maturi, Rosario Romeo, Renzo De Felice, a Paolo Rossi a Eugenio Garin. Ma parliamo di storici e di storici della filosofia. Gente seria dal sedere durissimo di ricercatori instancabili, paghi della propria buona riuscita accademica. In  Sociologia, nessuno, nemmeno Ferrarotti (non parlo di De Masi) ha seguito una démarche intellettuale paragonabile a quella di Bourdieu, Touraine, lo stesso  Girard (intellettuale francese ma americano per il lato accademico). Ossia quello della saggistica non solo destinata all’Accademia ma di una qualità non esclusiva e autoreferenziale, accessibile dunque a un pubblico di lettori dotti (in francese vengono definiti “savants”, che si affiancano  agli “intellos”; ossia lettori non intellettuali di professione, ma neanche digiuni  del linguaggio e dell’atmosfera mentale e spirituale della cultura “alta”).

Perché mai avrebbe dovuto farlo Alberoni?

Il dramma (se di dramma si tratta, e io credo di sì) non è di Alberoni ma di buona parte dell’intellighenzia italiana, riassumibile in alcuni punti sintomatici:

1) non c’è nel nostro Paese, o non si è ancora formato, un pubblico attento e curioso che possa decretare il successo di una saggistica di qualità. Negli altri paesi dell’Europa fredda o nel mondo anglosassone, questo pubblico è costituito da quadri professionali, dirigenti, professionisti. È allarmante dover constatare– da dichiarazioni pubbliche rese–, che manager come Tronchetti Provera, si professano piuttosto lettori accaniti di Coelho. Ma temo che così sia: che il must dell’intellettuale di riferimento per quei manager che leggono, quelli che leggono s’intende, sia proprio Coelho. Il risultato grottesco di ciò è anche  l’uscita pubblica di quel manager TelecomItalia che per incitare alle vendite i suoi esortava a fare come Napoleone a …Waterloo!

2) Mancano in Italia le istituzioni culturali che possano integrare, promuovere, gratificare le intelligenze creative. Non ci sono le Alte Scuole (Collège de France, Institut, École Normale Supérieure, etc) o le grandi Università anglosassoni e tedesche dove avviene il meccanismo di “consacrazione” dell’intellettuale (rubo questo termine ad una osservazione incidentale di Pierre Bourdieu, contenuta in “Homo Academicus”). Insomma un intellettuale adeguatamente stipendiato, accudito e coccolato da una Grande Istituzione Culturale (penso al nostro Piero Sraffa a Cambridge) ove trovare   il proprio riconoscimento sociale e la propria gratificazione personale.

Come avviene invece in Italia la “consacrazione” di un intellettuale? Come avviene la sua gratificazione (non solo economica, ma proprio pubblica, sociale, psicologica, che dovrebbe bastare a chiunque abbia profondamente meditato nell’intimo che “non di solo pane vive l’uomo”)?

In Italia, mancando quei due fattori enucleati sopra, si viene conosciuti e pubblicamente riconosciuti, solo quando si conquista una rubrica con fotino presso i quotidiani o i settimanali, oppure quando si viene invitati per una comparsata in televisione, intervistati magari per dire delle ovvietà, dove il proprio carico di scienza è assolutamente superfluo per le cose che si viene chiamati a dire. La terza alternativa è data allorché l’intellettuale, “straniero in patria”, è costretto a fare la propria fortuna all’estero (penso a Giovanni Sartori).

Da qui la relativa miseria di molta produzione scientifica italiana (nel campo delle scienze umane che meglio conosco, e aggiungo che nelle Università del Sud la situazione – in termini di rendimento dei cattedratici – è al limite del grottesco) e da qui la scappatoia presa da molti intellettuali, quali Alberoni, che hanno preferito l’incontro con le grandi masse a discapito della produzione scientifica. Peccato, perché quella intuizione alberoniana era davvero stuzzicante, e chissà quali esiti “scientifici” poteva avere. È stata nei fatti abbandonata, e quel volume di “Movimento e istituzione” non è stato più rieditato, mentre “Innamoramento e amore” sì.

Se questo non è un “dramma”, come altrimenti definirlo?

6 pensieri su “Il “dramma” di Alberoni (e il processo di consacrazione degli intellettuali italiani)

  1. Giorgio

    Complimenti, Alfio, mi pare che questa tua analisi si ponga come un complemento alla tua postfazione al “Discorso sullo stato presente dei costumi degli italiani” di Leopardi. E sullo stato presente dell’anno 2009 ce ne sarebbe ancora da dire.

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  2. alfiosquillaci

    Caro Giorgio,
    il “genio” in Italia deve fare una doppia fatica: quella di edificare se stesso e quella di impedire la propria sopraffazione. Quando ci riesce fa Bang!, ma il più delle volte fallisce e reclina su se stesso. Io propongo (e lo propone oggi con forza Roger Abravanel autore del bel libro “Meritocrazia”) di creare dei percorsi di eccellenza (Grandi Scuole, Istituzioni quindi non Movimenti per dirla alla Alberoni) dove si possa fare lavoro intellettuale mediamente accettabile. Oggi in Italia NON è così. Troppo lungo spiegare perché. Qui ho fatto un solo esempio. (Ho messo il tuo libro in lista…di lettura)
    alfio

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  3. macondo

    Bell’articolo, che ha la profondità analitica del saggio. Io alle benemerite istituzioni culturali francesi aggiungerei il Collège Internatonal de Philosophie. Perché questi percorsi di eccellenza non vengono creati in Italia? Beh, si potrebbe facilmente immaginare come dei cittadini che facessero quei pecorsi reagirebbero poi alle profonde esternazioni barzellettiere dei nostri governanti. Del resto, le zie del Nostro non li frequenterebbero, e questo basti. Comunque, anche la “illuminata” Francia, e dato che il Potere è sempre lo stesso alle varie latitudini, recentemente sta creando dei “fastidi” al Collège.

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  4. fabrizio centofanti

    mi sembra che la società italiana sia educata a non pensare, in questi ultimi anni, Alfio.
    l’intellettuale si adegua, disgraziatamente.
    Calvino se ne andò in Francia: di questi tempi, forse, sarebbe andato più lontano.

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  5. Roberto Plevano

    Mi pare che qui si lamenti la mancanza, o l’esiguità, in Italia di una classe dirigente che sia anche intelligenza diffusa, che orienti l’opinione pubblica e dia gusto e tono alla comunicazione sociale, che rispetti, promuova e sostegni il lavoro intellettuale.
    Capita, però, che questo paese (non) si sia formato in circostanze storiche peculiari, e negli ultimi due decenni pare avere abbandonato qualsiasi idea di futuro, a cominciare dal ricambio generazionale, in tutti gli ambiti di lavoro. La vita pubblica è una guerra di bande, quando va bene di baronie, che arraffano ogni risorsa rimasta, fondi, territorio, persone, immaginari. Altro che istituire “istituzioni culturali”, oggi si demolisce e si incita alla demolizione, vedi buon ultimo Baricco.
    La vedo molto nera.
    Questa nostra situazione aggrava la crisi generale dell’intelligenza, del linguaggio, delle relazioni degli esseri umani tra loro. Mi ha colpito qualche anno fa un’intervista a Steve Jobs sulle strategie aziendali della Apple. Ha detto che in America “nessuno più legge libri”, e quindi non aveva alcun interesse a investire in elettronica di consumo che permetta lo scaricamento e lettura di libri. Amazon ci sta provando con il suo Kindle. Avverte però David Pogue: “The Kindle is the most successful electronic book-reading tablet so far, but that’s not saying much; Silicon Valley is littered with the corpses of e-book reader projects” (tutti i progetti di apparecchi elettronici per la lettura di libri sono finiti finora nella spazzatura).
    In Europa, in Italia, non siamo messi meglio. Quello che fino a una ventina, trentina di anni fa era una condivisione di una biblioteca di base tra giovani acculturati (i romanzi di formazione, Dostoevskij, Tolstoj, Pirandello, Pavese, Calvino ecc.) oggi semplicemente non c’è più. Ci sono fiammate imprevedibili (Saviano, Giordano), e per il resto buio. Mi piacerebbe sapere quanti studenti di scuola superiore hanno oggi in camera uno scaffale di propri libri per la lettura.
    Gli effetti che questa ignoranza hanno nell’insieme dei rapporti sociali sono difficili da valutare. Certo, leggendo buona letteratura, si impara a immedesimarsi in altri esseri umani, e la stessa cosa non può avvenire con altri media (al cinema p. es. noi “osserviamo” qualcuno, ma non “diventiamo” qualcuno). Se non si impara più questo, è ragionevole supporre che la vita sociale degradi, in fretta.
    Tutto questo per dire che il “dramma” di Alberoni è il dramma di molti, anzi, di tutti, che ne siamo consapevoli o no.
    Piuttosto, Alberoni è stato astuto a buttarsi su un genere già collaudato: Marcuse (L’uomo a una dimensione), Fromm (Avere o essere), i Frammenti di un discorso amoroso, tutti libri venduti a vagonate allora.
    E ricordate il giornale Lotta Continua, trasformato in bollettino di annunci del cuore?
    Se cercassi il successo commerciale, a esserne capaci, mi butterei sul genere anch’io.

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  6. piera mattei

    forse Alberoni semplicemente non merita un’analisi delle sue scelte”culturali, nel contesto sociologico-linguistico così finemente abbozzato da Alfio Squillaci.
    Un pezzo veramente godibile, per quanto disperato.

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