Franco Nasi, La malinconia del traduttore, Medusa,2008,pag.105, euro11,50
Un tempo c’è stato forse un mondo perfetto e coeso, dove colori, fiori, piante, suoni erano e significavano lo stesso per tutti, dove gli umani utilizzavano un’unica lingua che non necessitava di spiegazioni, chiose, note, traduzioni. Sappiamo per certo che questa infanzia del mondo non è mai accaduta, ma basta solo immaginarsela per provare verso di essa una nostalgia struggente quanto sconfinata. È la nostalgia per una primigenia armonia universale, quella del mondo prima della Torre di Babele, quando ogni cosa o sensazione veniva declinata in un modo solo, comprensibile a tutti, e le relazioni fra gli esseri viventi, e fra gli esseri viventi e le cose, erano lievi e naturali. La figura emblematica del traduttore è quella di chi deve ricucire, in un certo senso, lo strappo post-Babele, di chi deve riconnettere ciò che è stato frantumato dal crollo della Torre. Da qui nasce “La malinconia del traduttore” che dà il titolo a questi brevi racconti filosofici di Franco Nasi, una ‘passione triste’e immedicabile da cui l’io narrante di queste short stories non sa districarsi. Da qui nasce anche la sensazione di inadeguatezza e di impotenza che non lo abbandona mai,che lo induce a porsi in maniera sempre complessa e problematica di fronte al mondo. Per esempio, trovandosi di fronte ad una misteriosa poesia di Mark Strand letta per caso sulla metropolitana di Chicago, non può accontentarsi, come il lettore comune, di godere ‘semplicemente’ della sua arcana, intima bellezza. Deve ‘tradurre’quella bellezza, deve comunicarla agli altri, sapendo poi che ogni traduzione sarà mai pari all’originale, ma comunque parziale, monca, incompleta. Questo perché la traduzione è, proprio come in un verso della poesia in questione, “a blizzard of one”:’ la ‘tempesta di uno’ (o piuttosto ‘tormenta al singolare’)?. Non basta: per una specie di maligno contrappasso, il traduttore è condannato dal suo status professionale a reincarnarsi sempre. Mai in sé stesso, però. Sempre in qualcun altro, semmai. Sua massima aspirazione diventare il depositario ed esecutore, unico ed indiscusso, di un’identità presa in… comodato d’uso. Per lui accade ciò che è accaduto per Ollio e Alberto Sordi: Ollio, nell’originale, aveva una voce da tenore e non da basso, ma per noi che lo conosciamo solo attraverso il maldestro doppiaggio dell’Albertone nazionale, sarà per sempre incatenato allo speak stereotipato dell’attore romano, assai infedele all’originale. Così accade anche agli scrittori: il signor Vetri ( acronimo del Vero Traduttore Italiano) quando viene a sapere che il ‘suo’ Paul Lacoman sta per essere pubblicato in Italia da un traduttore qualunque, lo diffida dall’affidare la sua ‘voce’ a qualcun altro perché “ come avrebbero potuto riconoscere i toni, le sfumature, i ritmi del vero poeta se non fossero stati trasportati dalla voce del Signor Vetri?”. Invece “ tradurre è tradire. Ed è solo tradendo che si mantiene in vita la voce dell’autore”. Sono dei ‘personal essays’ e non meri scritti autobiografici i sette frammenti che compongono questo ottimo esordio narrativo di Franco Nasi. Sette storie piccole, sette miniature del quotidiano, sette divagazioni sull’arte del raccontare e su quella del tradurre, sette narrazioni sulla alienazione del vivere fuori patria, legate unitariamente, oltre che dalla figura lunare e melanconica dell’io narrante, anche dal saper conciliare, dentro la misura aurea della loro brevità, la tradizione colta del saggio ( il nostro Cecchi dei ‘Pesci rossi’, ma anche i ‘Saggi’di Montaigne) insieme alle tendenze più ‘sperimentali’ di tanta narrativa contemporanea( Celati, certamente, ma anche il mai troppo compianto Forster Wallace…). Sette squarci che compongono la trama possibile di un romanzo che si snoda fra Stati Uniti ed Italia, intessuti dalla prosa elegante e discreta dell’autore, saggista e traduttore, visiting lecturer in università americane ed ora docente di Letteratura contemporanea all’università di Modena. La solitudine del traduttore, le difficoltà che appartengono ad uno fra i mestieri più impervi e sottovalutati dell’industria culturale, si rivelano alla fine quasi solo un pretesto per riflettere su ben altro: alla fine di ognuna di queste‘storie piccole’ apprendiamo infatti molte e strane cose sullo stato del mondo, su ciò che noi siamo agli occhi degli altri e su ciò che gli altri sono, per noi. Il traduttore-io narrante è, a modo suo, un novello Amleto alle prese con il tempo perennemnte “out of joint” e tenta a fatica di ricondurlo entro un ordine naturale. Da qui la smania catalogatoria che lo conduce non solo ad annotare e trascrivere i termini e le espressioni idiomatiche delle lingue straniere, come qualsiasi buon traduttore dovrebbe fare. Ma, per riportare il tempo nei suoi cardini, sa che il collezionare, annotare, l’accatastare materiali vari e disparati, garantendo così una parvenza di ordine e senso, può ingenerare una qualche forma di ordine armonico: trascrive i cartelli ‘Pubblicità Progresso’ nelle carrozze delle metropolitane USA, annota gli epitaffi, dividendoli scrupolosamente per tipologia, nei cimiteri della provincia reggiana. Era lui che da piccolo, su di un quadernetto, ricopiava le targhe delle macchine. Alla fine ci rendiamo conto che l’etica della traduzione è in fondo un etica dell’essere nel mondo:sic et simpliciter. Per questo non ci dovrebbe essere una unica traduzione, ma tante tutte ugualmente degne, libere e valide, senza la follia del pensiero unico e della traduzione unica . del resto, non sappiamo tutti che “Non ci sono mai abbastanza parole, mai abbastanza parole”,come dice la grande Mariangela Gualtieri?
( pubblicato su Queer-quando ancora usciva-,Liberazione)

grazie per questo articolo prezioso. da traduttrice letteraria ho amato ogni singola parola.
qualche tempo fa ho postato, proprio qui, un pezzo su bianciardi e bruno tasso, a testimonianza del mio amore-odio verso la traduzione.
potrei scrivere pagine e pagine, ma no, non sarebbe giusto: hai detto già tutto tu, linnio.
perché sì, è vero, la traduzione è metafora di vita: porta fuori, accompagna il significato.
i traduttori sono sempre soli, con le parole degli altri.
e grazie anche per aver citato la meravigliosa mariangela gualtieri, che amo profondamente.
grazie di cuore.
p.s. E Borges diceva, anche (ripensando a “traduttori, traditori”): “È l’originale che è infedele alla traduzione”.
Ti abbraccio, Linnio.