“Cristo, Capo, ma queste sono ossa!” grida Wilbur.
Il Capo, che indossa pantaloni mimetici e scarponi militari, gli si avvicina a grandi passi. “Che cazzo dici, Wilbur?” La sua voce da cornacchia sovrasta il motore delle gru intorno.
“Queste sono ossa, Capo!” e Wilbur gli indica frammenti macchiati e sbrindellati nella terra sulla carriola.
Il Capo ne prende uno. Lo ripulisce con le dita, lo alza verso il cielo, come se rimirasse una moneta antica. “Già” dice alla fine. “Ossa di cani.”
“Di cani?”
“Di cani, Wilbur, non lo sai che anche i cani hanno le ossa?!” strilla.
Wilbur scuote la carriola, poco convinto. “Ce n’è parecchie, però.”
Il Capo si guarda intorno. Gli altri ragazzi sono intenti a lavorare, a fare segnali ai gruisti, a fumarsi sigarette. “Non lo sai, idiota, che qua prima c’era un canile?”
Wilbur aggrotta le sopracciglia pelose. “Come, Capo, un canile nel fottuto centro di Manhattan?”
“Esatto.”
“Accanto alle Torri?” insiste Wilbur, indicando lo sfacelo vicino al quale si trovano.
Il Capo si infila una gomma in bocca. Poi, col tono di chi la sa lunga: “Che cazzo credi, Wilbur, che non ci siano bastardini randagi anche a Manhattan? Che non ci vengano?” Scuote la testa calva. “’Sti cani vagabondi venivano qui come in qualsiasi altro posto. L’America è piena di questi figli di puttana.”
Wilbur molla la carriola e si passa la manica della maglietta sulla fronte sudata. “Mai sentita ‘na roba del genere.” Sulla maglietta logora c’è scritto ‘I LIKE N. Y. IN JUNE, e ‘June’ é quasi scolorito.
“Datti da fare.”
Il Capo fa per voltarsi, ma Wilbur continua: “E com’è che adesso non ci vengono più, i cani, da queste parti? Tre mesi che ci lavoriamo e non ne ho visto manco uno!”
Il Capo infila le mani nelle tasche. “Ma quanto sei scemo, figliolo? I cani non ci vengono perché qua ormai è tutto un cantiere.” Lo scruta attentamente. “Nessuno ci viene più, Wilbur, tranne noi e le lucertole. Ficcatelo in testa.” Da un calcio alla carriola. “Ora muoviti, porta via questa roba.”
Wilbur sembra pensarci su ancora un po’. “Mmm. E dove la metto, Capo?”
“Sei cieco?” Con gesto affrettato indica le montagne di terra raggruppate lungo la struttura muraria delle fondamenta – tutto ciò che resta delle Torri. “La porti lì! Rifacciamo tutte le vie con la stessa terra di prima!”
“Capo, tiriamo giù una strada con le ossa dei cani dentro?” Il tono di Wilbur è amareggiato.
Bob, un muratore corpulento, si avvicina con passo affaticato ai due. “Ho bisogno di te, Capo.”
L’uomo in pantaloni mimetici annuisce. “Un attimo solo, Bob.” Bob si allontana, sempre più faticosamente. “Wilbur” dice in tono secco, dopo aver masticato la gomma tre volte, “per quel che me ne fotte, possiamo tirar giù strade con merda di vacche e colla di pesce. E’ chiaro?”
“Sì.”
“Ciò che mi importa è ricostruire. Esattamente come a quel fottuto polacco che rifarà gli edifici là dentro.” Con la testa nuda, indica la voragine di Ground Zero. “Ricostruire, okay? Bene o male, però ricostruire.” Si erge fiero nel suo metro e ottanta. “L’America ha bisogno di rifarsi il trucco in fretta, Wilbur. E i dettagli sono dettagli. Ora muovi il culo, porta via questa terra!”
“Sì, Capo.”
Wilbur lo guarda raggiungere Bob. Poi raccoglie la carriola e si dirige verso le montagne di terra. Prima di svuotarla, prende tre pezzi di ossa della grandezza di un’unghia. Li infila in tasca. Poi solleva la carriola e rovescia il contenuto.
Non ci sono mai stati canili, a Manhattan. Almeno non negli ultimi dieci anni. E’ quanto apprende Wilbur controllando vecchi elenchi telefonici custoditi senza motivo nel ripostiglio di casa. Si è lavato, ha i capelli umidi, indossa una tuta con l’effige della Goodyear, è seduto sul davanzale della finestra e guarda fuori.
Tra le mani ha i tre frammenti di ossa.
Vive solo, in un piccolo e spoglio appartamento poco fuori Brooklyn, da quando, cinque anni fa, sua moglie Reba se n’è andata portandosi via la piccola Lucy e tutti gli anni e le cose fatte insieme. Era il settembre del 2001, dodici giorni dopo l’attacco alle Torri Gemelle, le loro vite e il mondo un solo immenso caos mentre Reba, con la bambina in braccio e tirando su col naso, i lacrimoni a sezionarle le guance, radunava le ultime cose e le infilava in una valigia troppo stretta, parlando isterica: “Wil, non sei tu e non sono io, ma è questo posto, è questa città, è il modo in cui non si riesce più a viverci, sono le persone che hanno paura, paralizzate, Wil, in questo maledetto orrore, non sei tu, Wil, e non sono io, è Bin Laden, cristo, è Bin Laden e tutti quelli come lui che ci hanno infilati in questo tunnel del cazzo di cui non si riesce a vedere la fine, non è colpa tua, Wil, ma io voglio andarmene, voglio tornarmene in Oklahoma, e non mi aspetto certo che tu mi segua, tu sei il classico newyorchese che non saprebbe vivere che a New York, ma io non voglio che la nostra piccola cresca in tutto questo orrore, potrebbe succedere ancora, anche domani, lo dicono di continuo a Fox News e io non voglio trovarmici una seconda volta, a certe cose puoi sopravvivere una volta soltanto, Wil, mi dispiace, noi ce ne andiamo, bacia la bambina, Wil, bacia la piccola, sì, dài un bacio anche a me, sì, ora vado, andiamo, addio, Wil, addio.”
Ora gli arrivano cartoline d’auguri da Tulsa e fotografie di una Lucy sempre più grande e bionda scattate in posti come Cavanal Hill o il lago Eufaula. Quando ripete ad alta voce quei nomi, lentamente (Ca-va-nal Hill, Eu-fa-u-la), a lui vengono in mente luoghi più esotici di quanto dimostrino quelle cattive immagini, luoghi bizzarri ma liberi dove una Lucy selvatica, robusta e abbronzata vive felice la sua infanzia.
E’ quasi ora di cena. Scenderà da Moe’s per un hamburger e un paio di birre. Guarderà la boxe sui canali via cavo nel piccolo televisore che Moe ha sistemato in un angolo in alto del locale.
Raccoglie le guide del telefono tutte insieme, fa per riportarle nello sgabuzzino ma, mentre ne spalanca la porta, una di queste cade, aprendosi. Dopo aver sistemato le altre al solito posto, prende quella caduta. L’occhio gli cade su una didascalia nemmeno tanto grande al centro di una pagina. Dice:
11/9
ASSOCIAZIONE FAMIGLIARI DELLE VITTIME
per informazioni e/o solidarietà
Seguono un numero di telefono e l’indirizzo. Senza sapere perché, Wilbur prende nota di tutto. Poi scende da Moe’s.
Durante la notte, Wilbur sogna esplosioni, persone disperate in una tempesta di polvere. Arti spezzati, carne, sangue. E ossa. Lui tenta di aiutare tutti, ma nessuno pare prestargli attenzione. Si sente impotente. Anche quando, quasi sotterrato, vede il corpicino inerme di Lucy da piccola, non riesce a far altro che inginocchiarsi e gridare come nella realtà non ha mai fatto, troppo lontano da lei, paralizzato.
Si sveglia tra lenzuola madide di sudore.
Al mattino, telefona in cantiere e si dà malato. Beve caffè e fuma fino alle dieci. Poi si sciacqua, si veste, prende ciò che lo tormenta e, in auto, guidando piano nel traffico, raggiunge l’indirizzo. La sede è aperta. Cava di tasca i tre frammenti di ossa, li rigira sul palmo di una mano. Non sa come, ma è sicuro che a qualcosa serviranno. Smonta dall’auto, attraversa la strada. Bussa alla porta dell’Associazione Famigliari delle Vittime. Qualcuno, dall’intermo, fa scattare l’apertura.
Ossa di cani. Macché!
Strade costruite sui resti dei morti, ecco cosa.
E poi Cavanal Hill, pensa. Eufaula.
Nato nel 1973 a Torino, dove risiede, Christian Frascella pubblica le prime cose con riviste quali ‘Inchiostro’ e ‘Nettàre’, poi si dedica alla rete, pubblicando racconti su Ombelicale e Terranullius. Ha scritto cinque cortometraggi, due dei quali finalisti al Torino Film Festival. Lavora in fabbrica, non sa dove piazzare il suo TFR, collabora saltuariamente con la Warner Bros. e sta scrivendo un romanzo che, probabilmente, non terminerà né pubblicherà mai.

Mi piace il tema, mi piace Wilbur, mi piacciono qui tre ossicini in tasca. Ma come viene raccontato non mi piace proprio. Mi dispiace.
Lo trovo invece molto “americano”, dolente e metafisico nella sua semplicità. Splendido il sogno con la piccola Lucy. Del passato non ci si può liberare…mai. E’ anche la storia di un padre che non ha colpe…almeno in questo caso. Non so perché ma ho pensato alla splendida “25 ora” di S Lee e alla sua stravolgente colonna sonora. Questo racconto ha quella musica. Bello.