di Tiziano Salari
La piuma e l’artiglio (editoria & spettacolo, 2005) di Adam Vaccaro racchiude quasi trenta anni di poesia (1978 – 2005), in una autoantologia in cui la disposizione dei testi non segue un ordine cronologico ma un filo ideale di corrispondenze ossimoriche tra la piuma che lievita e l’artiglio che lacera, le due immagini che condensano il senso della sua poesia. Quindi il soggetto poetico cerca di ricostituire, per così dire, il permanere di una soggettività (o di una visione del mondo o di un’idea) da sottrarre al trapassare dei tempi e da consegnarci come icona portata in salvo al di là di ogni devastazione.
Il libro si apre con “Presente passato” (p.14). E mi trascino dietro tante cose, cioè il passato incombe sul presente. Il passato è costituito dai sentimenti e dal loro logoramento, da facce e case conosciute, da ritrovamenti e abbandoni. E, soprattutto, dall’unità inscindibile di luoghi e radici sommerse che confluiscono, per il soggetto poetico, in un quieto sacrario (p.15). Che cosa significa? In questa ricostruzione del suo percorso poetico-esistenziale, Adam Vaccaro parte dalle sue origini contadine.
Ma questa memoria è collocata come in un “Sacrario quieto”(p.15), in cui carne e sangue del poeta, che sono diventate parole, ritrovano la propria dignità e compostezza proprio riaccostandosi alla propria terra, alle pietre e agli ulivi caparbiamente abbrancati con le loro radici in quel mondo di resistenza sia agli oltraggi della natura che della storia, da cui egli vorrebbe assorbire e portare con sé almeno un briciolo. Le prime sezioni del libro antologico sono accomunate dal titolo Luoghi – Radici sommerse, e le poesie sono prese da La vita nonostante (Club degli Autori, 1978), Strappi e frazioni (Libroitaliano, 1977), La casa sospesa (Joker 2003);. Quasi trent’anni di esperienza poetica ed esistenziale proiettate verso un recupero di idee, di figure di mestieri, di oggetti, come se Adam Vaccaro volesse custodire in sé e portare alla salvezza l’essenza di quel mondo.. Capitava a mio padre di affilare scalpelli (“Scintille”), Crivellava mia madre loglio e veccia nera (“Crivelli e fratelli”). La madia dolce come una patata/ s’apriva di profumi unti[…], (“Avanzi dimenticati”) o ancora l’Alba fresca d’estati sonanti di zoccoli ferrati di ruote/ ferrate di traìni […]l’incrocio iniziale di sporco/ e pulito di candore e di afrori di/ liscivie e lascivie, di cui è intriso Bonefro (il paese molisano del poeta) quale microcosmo che per lui è diventato misura di tutte le cose. (“Misura”). Per parafrasare le parole di una poetessa, apparentemente antitetica al mondo terroso di Vaccaro, ma in realtà segnata da una stessa nostalgia nei confronti di un passato in cui una forma di vita sia integralmente divenuta natura, vi è, in questi versi, “una spirituale devozione al mistero di ciò che esiste” e che “è stile per virtù propria, come dimostra l’ammirabile linguaggio, oggi in via d’estinzione, dei contadini” (Cristina Campo, Gli Imperdonabili, p.83).
…l’ammirabile linguaggio, oggi in via d’estinzione, dei contadini. Adam Vaccaro ce ne dà un saggio traducendo, o meglio, facendo delle parafrasi, nel dialetto bonefrano di alcune sue poesie, di cui, emblematica, è quella che porta come titolo “Il confine”, che ancora una volta ci riporta a quel mondo chiuso come un sacrario e che tuttavia è solo un confine/ e non una fine. (…e che queste è sole ‘na cunbine/ ennò’na fine – nella versione in dialetto). Ma il sacrario quieto resta nella memoria e nel cuore, il mito della gioventù, nella realtà, come titolano le successive sezioni, “Luoghi – il giardino devastato”, su quel mondo è passata, oltre qualche scossa di terremoto (‘U terremote”, p.41), la ruspa del cosiddetto sviluppo, che ha devastato vita e costumi di un’Italia rurale. E così il poeta, da quella sua infanzia mitica, si è trovato (che nel frattempo si è trasferito a Milano) come di colpo in una nuova dimensione stravolgente ogni senso del passato. In un brusio terribile/ di stupidità assordante/ s’inebria e vive/ il caos-miracolo/ di quest’Itaglia ’62. Ed io in mezzo a guardare/ con occhi lucidi,/ ed io in mezzo a bruciare/ tossine e bile,/ incatenato al lento, troppo lento,/ cammino della storia. (“Io, un miracolato”, p.46)
E l’io del poeta si carica di tutte le contraddizioni di una nuova stagione ideologica e culturale, tra paesaggi che cambiano (Questa geometria di globi e tubi/ fallica fumante, “Falli-mental”, p.50) e astratti furori contro un potere sempre uguale, sempre assurdo, sempre devastante. Il poeta si porta attraverso gli anni con la sua ansia di sopravvivenza (“Anni di piombo”, 1984, p.54)) e ancora ([…]di cosa mi occupo/ di arte/ della sopravvivenza, “Impotenze”, 1998, p.58), in una Italia che ancora una volta cambia in un mescolamento di linguaggi e di etnie, di ricchezze e di estreme povertà. Ora nel parco risuonano tamburi/ suoni di savana/ mentre da un buco/ sboccia una pantegana e sciamanti/ ciaccanti gazze giapponesi in posa/ a turno zampettano caprette/ mentre a lato oltre il/ prato e il laghetto stanziano ragazzi bianchi e neri con/ catene d’oro pascolano ragazzi con canne e fumi/docili canne al vento che misciano linguaggi e/ fumi in similallegrie[…](“Sguardi mentre”, p.61).
Il poeta passa, straniero anch’esso, in questo deserto tra panchine e alberi/ che da secoli guardano il Castello, e sembra assistere ad un rito che si ripete quotidianamente, l’arrivo della polizia, i ragazzi che ritirano la loro merce e si spostano più in là.
Ora il percorso di Adam Vaccaro è solo apparentemente lineare. Come dimostra la stessa collocazione antologica dei testi tra le diverse sezioni, tra raccolte edite e inedite, in cui anche dagli ultimi libri editi (La casa sospesa, 2003, e Labirinti e capricci della passione, 2005) si risale alla tematica delle radici sommerse e del giardino devastato, così come nel passaggio alle sezioni “Trame – spazi e tempi del fare” e “Trame – paradisi terrestri” si spazia dai primi agli ultimi libri pubblicati e ai testi inediti, il poeta cerca di organizzare tutto l’arco della sua esperienza artistica ed esistenziale in un sistema di corrispondenze, o di pesi e contrappesi, che ci restituiscano la sua figura non in senso storicistico, ma nella forma che egli stesso ha definito “il sistema dell’Adiacenza“.
Constato, intanto, che il suo libro di teoria e critica letteraria, Ricerche e forme di Adiacenza (2001) precede la scelta antologica e sembra averla determinata. Che cos’è l’Adiacenza secondo Vaccaro? È uno stato di equilibrio che può essere costruito attraverso una specifica combinazione di stati mentali, operando un linguaggio in più modi, creando in realtà più universi linguistici (o più lingue) in rapporto agli stessi segni (p.XLII) e che rispecchi le interazioni tra tutte le passioni e le lingue di un corpo (ivi). Oltre a dedicare questo metodo alla sua lettura di vari poeti contemporanei, egli ha adottato questo criterio nel proporci la sua opera in La piuma e l’artiglio. E da questa vicenda, se qualcosa viene ritagliato fuori da tutto il resto, sono le Trame d’amore (p.114) che s’intersecano variamente con l’indignazione, i viaggi, la memoria, la fine delle Ideologie (p.95) e delle speranze rivoluzionarie, Nel 60° della rivoluzione d’Ottobre, p.83 (…in gara libera con/ fiori d’arancio in Tunisia/ fine d’anno alle Baleari/ sogno di lune d’Egitto/ sogni-bisogni a medio raggio/ magari a rate…), ma che finiscono col prevalere come un ancoraggio per far rinascere il mondo/ un poco più mondo (In canti di carne, p.141).
In questa ricostruzione, tutti i piani di una personalità poetica complessa sono protesi verso uno stato di equilibrio che li congiunga a un corpo, a un vissuto, che si comprende nella misura in cui scopre di essere identico e uguale a tutti gli altri come all’Unico stesso, una soggettività impersonale che ha attraversato la seconda metà del Novecento e l’inizio del nuovo Millennio. “Tutte le nostre faccende si legano qui, a noi, venuti tardi e che veniamo presto: usciamo dal fondo e dal tutto e questa uscita si chiama storia, Occidente o mondo, tecnica. Sorgiamo, estranei, inquietanti, da un’apertura dappertutto spalancata che rinvia al non luogo ogni coesione di fondo e di totalità” (Jean-Luc Nancy, Il pensiero sottratto).
Tiziano Salari
Adam Vaccaro
Tra qui e l’infinito
Poesie scelte della raccolta autoantologica La piuma e l’artiglio, editoria&spettacolo, Roma 2006
Dalla sezione Radici sommerse
Presente passato
E mi trascino dietro tante cose
povere cose
orgogliose
inaridite e dense di vita
facce e case
onde sonore profumi
che sogno sempre
di lasciare per sempre
e poi ritrovo
in un angolo inventato
di pensieri e ricordi
di ombre col loro
presente passato.
1976
Sacrario quieto
Terra mia pietre morte
devo tornare in mezzo a voi
per sentire tutto l’amore
che non vi ho mai dato
per sentire la mia carne
così fatta di voi
per cantare finalmente anch’io
insieme con gli ulivi caparbiamente abbrancati
al vostro umore
la mia e la vostra legge
di vita aspra
Devo fermarmi in mezzo
al vostro sacrario quieto
per sentire tutto il bisogno
di quella dignità e compostezza
a voi interamente proprie
per cercare di assorbirne un briciolo
anch’io
che pianterò negli occhi
e porterò là in quel furore grottesco
che ha fatto di voi quel che siete
1970
Scintille
ricordi ricordi tardi tordi ingordi rimordi accordi scordi ricordi ricordi
Capitava a mio padre di affilare scalpelli
Nella sua tana dalla volta gobbata
– schioppata dimenticata – di falegname.
La mola girava e sputava scintille e io giravo
giravo a manovella, più forte, diceva
mio padre, più forte, e la mano sugli occhi.
Ma le scintille spulciavano l’aria
come pianeti finiti, o baciavano appena
il braccio, la fronte.
E se avessi potuto
Spillarne uno, uno,
di quei momenti di lucefuoco.
Ci sono specie di giorni in cui succede
D’arrampare grani di sole, di sentire sul viso
Uno sfrigolio più acuto
Che preme e vorresti inchiodare
Stralunato e sordo al comando
Insistente mutourlante: gira, gira più forte!
gira gira gira giara giura ger-arca barca parca gira gira gerarchia
1980
Crivelli e fratelli
Crivellava mia madre loglio e veccia nera
Con quella sua grata rosviolata
A raggi e cerchi magici pare-di rame,
che non bastava se le mani tra i grani
calava a spulciare granelli duri e muffe scure
vogliose spore
d’infangare un poco quel pane cosìcaro.
E scuoteva e spulciava china sulla seggia
Fino l’occhio scavato a scovare l’ultimo granessuno
l’ultimo assassino.
O guarda come – il suo gesto mi dice – quante cacce minute e perdute
con giri e ranfi nella graniglia, per quel rosto impasto del tuo panebello
come non basta scuotere un crivello
né t’abbasta una falce o una macina-martello:
ché squartati nel fare fino al midollo
c’hai da salare occhimani di chi può dirsi fratello
1980
Avanzi dimenticati
Questo sole s/fazioso e indolente
Anonimo punto fermo che non è un riferimento
La madia dolce come una patata
s’apriva di profumi unti, impasto
raffermo e cauto, materno lauto
di avanzi eterni, i più buoni, che il pane
sembrava già inebriato se morbido rito, e se
rinsecchito negli ultimi
della quindicina raccontava di favole
del nonno crocchiando tra i denti o
ammollato nell’acqua salata i pomodori
e il resto rifioriva come un canto fresco
Questo sole s/fazioso e indolente
anonimo punto fermo che non è un riferimento
illumina adesso colori e rockasioni
arlecchini e svarioni – proni – e macchinoni
E la frissora nera – come lo zinale nero
eterno di tutte le nonne di tutte le donne
del Sud di sempre nero disperato e
compunto, assunto dall’anarchia prima,
dal fascismo poi, tradotto e tradito –
nascondeva sempre qualche avanzo d’olio
profumato di pesce di peperoni di fame di un mondo
Questo sole s/fazioso e indolente
anonimo punto fermo che non è un riferimento
illumina adesso colori e rockasioni
arlecchini e svarioni – proni – e macchinoni
dalla Germania da Milano felici alla gran festa dei servi plasticati
(e quasi più allegre, in porcellana, le nonne nere brillano
su quei colori-fuori, splendori di un’attesa non arresa)
1981
La lingua tra i denti
La luna girando non berrà questo piombo
che la lingua curerà girando tra i denti
quasi un segno d’appuntamenti in un sogno
di tutte le notti (dove) chiacchierando privo
di questa stupida penna che la carta bucherebbe
Mi verrai incontro col tuo viso generoso e
quello scempio di corpo insanguinato abbandonato
all’ignobile richiamo che t’ha lasciato là
carponi sull’asfalto
Chiacchierando mi dirai finalmente
che solo oltre oltre
ci ospiterà la verità
Ah verità verità che hai sempre
così paura d mostrarti e vivi
rintanata
come fossi una ladra ma non sai
che qui ormai è tutto uno show
un bellissimo show dove i ladri
sono lustri e belli come il sole
(E) chiacchierando forando il tuo sguardo
di padre capace con un bacio
d’affogare i miei occhi ti dirò che stupido
stupido destino a non darti mai
di rubare neppure una patata
Tu col viso rosso mi farai
e non fare il fesso
guarda come volo
come volo leggero
senz’ombra di piombo
aprile 1989
(feroci innocenze e oltre
Guardavamo scannare i maiali
con allegra tranquilla innocenza
lanciavamo stecche appuntite di ombrelli
contro civette crocifisse alle porte
e arrostivamo feroci zoccole finite
disperate in gabbie fischiando
un’uscita cercando da fiamme d’inferno
eppure già (di)versi cantando
m’illumino d’immenso
E nessuno può dire se fu quel piede fondato nella terra e
nel letame che diede una spinta a sogni d’assalto al cielo
o s’aprì in quei primilampi di parole un oltre
possibile
nel vortice sempre nuovo
sempre vecchio di questi decenni
pur avendo già un grido nel cuore
che poi la curva ridiscende
ed è subito sera
1997
BICICLETTE
Frotte di biciclette nel sole annegate
imbiancate tra polvere e sassi arrampicate
sulle colline molisane spietate e ricche
di cicale stordenti in coro ininterrrotte
al cigolìo di freni selle e pedivelle
tra ansimi e perle silenti di sudore
Sentenzio sciamando in cima tra sogni
castagni e quercioli col cuore balbettante
nei calzini gridò tra risate e pernacchie
a quell’impasto di luce e fatica un modo
a suo dire d’imparare a sudare le regole
del piacere s’una forma di piacere delle regole
In discesa a testa in giù come siluri dalla guerra
ormai finita al sol dell’avvenire cui nemmeno Sentenzio
sapeva che dire mentre i padri scappavano in cerca
di fortuna e schiavitù a noi sembrava bastare
quella scodella di polvere luce e sassi bianchi
fino a quando
ci ritrovammo muti
attorno alla testa rossa
scomposta da un invisibile sasso – impietoso sasso
incastonato nel piacere di una nuvola bianca
di calzoni corti e biciclette anni ’50
1997
II – (La terra)
Ricordo cieli blu ricordo cieli viola
ricordo cieli grigi – sfumature capaci
di fomentare pensieri – potenti pensieri
Ma il tuo conico ripetuto assolo
era un sogno d’albume
magico latte del cielo
sull’uovo assetato della tua terra
Certi vóte me r’vènne ‘m mende
certi céle de murghénate e
cén’re culate – certi culúre e p’nzére
de nuv’le s’réne ch’è ‘u córe pèréve
z’èvije ap’rà cumme ‘na femm’ne préne
Me po’ ‘sta témbe de tèrre
me r’t’rave ‘n ddèrre – ‘na terre
sc’late e ‘uestate che ze sunnave
‘nu céle murghenate chepace d’ellèttà
cumme ‘na mamme eppéne sgrav’date
(Certe volte ritornano in mente / certi cieli di melograno e / cenere colata – certi colori e pensieri / di nuvole serene che il cuore pareva / si dovesse aprire come una donna ingravidata / / Ma poi questa zolla di terra / mi riportava a terra – una terra / insipida e guasta che sognava / un cielo di melograno capace d’allattare / come una mamma appena sgravata)
III – (La casa)
Questa casa così scura così attesa
questa casa che al buio diventa
le pareti dei miei sogni
Questa casa che esplode di voglie
ricoperta di fango e di foglie
delle mie scarpe assonnate e stanche
Sèpisce ‘a sére cumme espètte d’erruà
‘nde ‘sta case scúrd’je che z’eccòrde ch’u sonne e
quande sónne bélle fanne ‘a ‘móre ch’i múre
cumme ‘i muréje ‘mbriache d’u foche epp’cciate
sèpisce quande voglie che scopp’ne ‘nde ‘sta case
che pare chiéne sóle de lóte e de pagghie
chiane èmmasc’cate ‘m mócche ‘u ciúcce
de quarte ‘i scarpe ‘nzazzerate e slacche sótt’u lètte
(Sapessi la sera come aspetto di arrivare / in questa casa buia che s’accorda col sonno e / quanti sogni belli fanno l’amore coi muri / come le ombre ubriache del fuoco acceso // sapessi quante voglie che scoppiano in questa casa / che sembra piena solo di fango e di paglia / piano masticata in bocca all’asino / di fianco alle scarpe inzaccherate e sformate sotto al letto)
IV – (Il confine)
Dunque tu mi dici che il mondo non finisce qui
che questo è solo un confine
e non una fine
Dammi allora una mano a seguire questo filo
che mi si perde tra le mani
dammi ancora una mano che non mi
faccia perdere tra le tue mani
Me staje d’cènne ch’u mónne
n’n f’nisce dècche
e che quéste è sole ‘na cunbíne
nno’ ‘na fine
Damme ellóre ‘na mane pe’ í’rréte e ‘stu file
che me ze pèrde ‘m meze ‘i mane
damme ‘na mane pe n’n me fa perde
dend’i mane te’
Dalla sezione Luoghi – Il giardino devastato
Eppure
(alla Generazione X)
eppure solo tu puoi sentire
questo cuore disfatto questo cuore
rifatto questo cuore che s’inventa e resiste
solo tu puoi sapere la sua esplosione
solo tu vivi dentro la stessa esplosione
ma
quanto amore ti scorre. dai furiosi affannati
a queste strade intasate quanta vita Milano ti scorre
quanta vita Milano ti prende Milano quanta vita ti prendi
e
quanti soldi ti esplodono e succhiano vita se persino
i tuoi sassi son come dispersi e
se pure storditi ascoltano Bossi
quante gambe quante resse quante mani
innevate di vita
1996
IM/POTENZE
c’è una tempesta che non cessa
e nei bar girano relitti
la faccia del male è
in un ragazzo di ventanni
che ha già visto tutto il vuoto
nel passato e nel futuro
sapessi che male dice
dammi mille lire
di cosa mi occupo di arte
della sopravvivenza
1998
NERO FANGO E LUNE BIANCHE
a maggio cominciano a volare
diecimila piccole lune
bianche piume
spioppate
Massì scorazza sconquassa
travolgi ogni accurato
mobile e soprammobile
di pretese cretine
d’onnipotenti rapine
E’ giusto, giusto così
nella tempesta gongolante sui tetti
il senso vincente coerente
della distruzione è giusto
E’ giusto che ogni fango
travolga ogni figlio
affil(i)ato contro il cielo
seppellisca strappi dal cuore
ogni radice in superficie sputi
sulle rughe allunando furore
su ogni pretesa d’orrore in forma d’amore
su ogni ignominia spacciata dai padri
a maggio cominciano a volare
diecimila piccole lune
bianche piume
mani di fate
carezze sprecate
1998
SGUARDI MENTRE
Ora nel parco risuonano tamburi
suoni di savana
mentre da un buco
sboccia una pantegana e sciamanti
ciaccanti gazze giapponesi in posa
a turno zampettano caprette
mentre a lato oltre il
prato e il laghetto stanziano ragazzi bianchi e neri con
catene d’oro pascolano ragazzi con canne e fumi
docili canne al vento che misciano linguaggi e
fumi in similallegrie e cambia come cambia
incurante la vita
mentre guardo guardato
sottecchi da straniero attraversando
l’accampamento in plastica e mucchi
di sacchetti d’una carovana d’occhi scuri
padrona stremata giunta da altre sponde e
deserti a occupare fiera panchine e alberi
che da secoli guardano il Castello
mentre arriva
sgommando una pantera
e annusa
cauta rallenta poi si ferma come
strinata a gustare il freddo e il verde
di questo gelido gennaio
mentre cauti
i ragazzi si spostano più in là e io
sotto l’Arco della pace esco
recuperando come un po’ di libertà
1999
LE ACACIE DI KARISHA
Il profumo
di un’acacia in fiore
era il sentore del paradiso
e il sapore di un fiore d’acacia
era il nettare succhiato dagli dei
(così) quando toccai la prima volta
il lato di velluto di una coscia di donna
mi apparve l’immagine
di un fiore stordito d’acacia
(dolci pensieri come un lampo
salparono gli occhi di Hashim
mentre guardava un cielo serbo
coperto da mille uccelli-turbo
e sempre più nero lo scarpone di
Zoran gli sfigurava il viso da
un fucile fiammeggiava sul fianco
l’incanto di una poltiglia nera
1999
(*) Villaggio del Kosovo, luogo di massacri, bombardamenti Nato e “pulizie etniche” dei militari di Milosevic, durante la primavera del 1999.
ALLONS ENFANTS
Miodio, se c’è un dio, quale dio
se non quello che abbiamo chiuso
tra fegato e milza, cervello e calze
dobbiamo pregare
apriamo allora
i cappotti che ci scaldano e
prendiamo un po’ di freddo
inventiamo un punto senza pianto
dove incontrarci
vicino a qualche scarica
di rottami e ideologie
fuori dal canto di sirene
accecanti nella tempesta suadenti
a ridurci a bandiere di bombardieri
o a bandiere di orrori
di/serbanti mosche di
etnie in balia d’onnipotenti deliri
Se sono sempre tesori e minerali
a muovere i generali
a questi
deliri di razza e onnipotenza ancora
sfolgoranti come una bomba al fosforo
in/fissa nella pancia dell’Europa
noi pensosi di questa corrosa culla
di civiltà e imperi
che sappiamo dire che sappiamo dare
Che offriamo
oltre i precari ripari
per masse rifluenti dal tappeto del salotto
in tele visioni com/moventi
il nostro cuore ferito e generoso
oltre i petulanti appelli
di sconvolti e interdetti
che la pace, sì certo, la pace…
oltre questo pero-impero
tutti giù per terra stesi o quasi
in osceno pic-nic politically correct
col gran glande di Clinton e
destra e sinistra, padroni e garzoni
in tutto d’accordo o quasi…
oltre questo
papa che dice pace e benedice Pinochet
1999
(Clitennestra
In cerca di semi piccoli e testardi
si muove intenta e cauta Clitennestra: io
che ho dato la vita e poi la morte
sono qui tra questi mucchi di rifiuti
travolta
dall’odio che ribolliva prima
di uccidere Agamennone e
quali semi di vita troverò qui
per altri solo un’isola di morte?
Qui
ai bordi della città che ancora dorme
oltre questa discarica di orme e silenzi
fino a quando scoppierà il frastuono
di centomila cavalli di lamiera.
Io
che per malfusso caso presi il nome
di un’assassina ho ucciso un’ora fa
chi ha fatto di me una regina
di questo viale quasi vallo o
fessura
che accostella inviti e luci di latte verso
il ventre-città. Io regina tradotta dalle
montagne aspre d’Albania e poi ridotta
a discarica di misere colline di piacere.
Lui
che altro Agamennone si disse ed erede
quando con un inchino apprese il mio
che sorridendo disse vedi che sono
sarò sempre il tuo re.
Lui
che scivolando con me da quelle
montagne di fame a questi sommersi
viali di pizze stracci fumi e giarrettiere
non poteva sapere l’odio feroce
l’odio
che divampava in me come le fiamme di quel
lanciafiamme visto al cinema mentre
lui con una mano nella cosa tra le cosce
mi sussurrava all’orecchio
sai
regginadicazzi che quel figlio di nessuno
te l’ho venduto…e uno sghignazzo senza
sorrisi e inchini gli squarciava il petto
che a me sbranava la gola che ora
in mezzo a questo pattume respira
2001
11/09/01
tutto è dunque crollato sfiorito
stupidamente e immensamente
finito
Si risolleva a tratti un’onda
per riadagiarsi quietrosa
in fondo al buio
di un’acqua straziata e muta
e in questo denso silenzio
il mio cuore è frattaglia
di un pensiero disciolto svanito
tra nodi e furie di un vento violento di settembre
Dalla sezione Trame – spazi e tempi del fare
TRAME D’AMORE
(immenso spettacolo e lunare
accerchiato da una vita accanita
che sguarnita e inarresa annusa
come un orso ferito
al cuore
ma conviene ripartire da te
da questa punta di miele la mattina
per viaggiare lungo gli orli
dell’orrore. Amore
unico coltello necessario
a fare dell’orrore un ventre aperto
Albalunga
Un cielo rosso stinge colori inabitabili
bellissimi sogni scoppiati palloncini
Niente è perduto la gola vuole dire
se niente è stato trovato
1981
(ombre e luci
(ombra della luce e luce dell’ombra
dove le cisti continuano a fare domande
s’abbarbica la luce
come pantera ombrando
le balze e maculando
tutta una montagna cosìffatta
di botole fessure
e fesserie
2000
(ricchezze)
ricchi siamo stati di tanti splendidi torti
che hanno forato le ciglia come raggi laser
(entrati fin nel cupo degli occhi
a prima vista ingrati – spietati
2000
(rosso
(cercando e insistendo sulla cruna
a infilare il filo
t’abbagli in cuori aperti in mezzo a mucchi
di cuori occlusi: nascosti in mezzo
a fare analisi e progetti
tra San Siro e Ticinese
a cercare il filo d’un fascio
di rose appese al petto
d’un fazzoletto rosso al collo
che nessuno sa nessuno vede
Milano cammina con una rosa
di piombo appesa tra le gambe
ma una stella rossa sulla fronte
che nessuno sa nessuno vede
(ogni volta esplosa
ogni volta ri accesa
1999
Eli
Eli si diceva e diceva
l’amore è ciò che mette a nudo
ogni miseria e macchia
e vergogna dell’anima
trasformate in altare e
ostense – ma Ile anima
di lei eterna ragazza
non vedeva il vino traboccare
la tazza macchiare e
sul lino un’indelebile
macchia come di san
gue – segno sillaba
e rintocco di guerra
Lei non vedeva che nello stesso istante
in cui si accendono i sensi danzanti
galoppano le ombre amanti del potere
e l’amore, anche il più tenero amore,
non danza da solo nel suo giardino
Da Trame – Paradisi emersi
(prugna dolcissima
macchiarossa che al silenzio resiste o
morbida dolcissima prugna che al sole e al vento
lacrimando si apre e si distende
(e) travolge offrendo i suoi invisibili carnosi
succhi scoppiando le risa incuranti
di dolori orrori e corrosi pensieri
(come preme e morde in fondo al ventre
il bisogno e la febbre
del mare irrisolto della vita
(e lacrimo infine anch’io
davanti a questo tuo corposo caos
di eros e di tormento –
dentro te dolce Sorrento
così immersa nel blu
di ogni cosa
Ludi a Menfi
tu ragazzo dagli occhi sfolgoranti
a fare il sciuscià tra smorfie e canti
nella polvere del mercato di Menfi
e noi turisti disfatti a bere incantati
il tuo ludente grumo di energia
in filastrocche incomprensibili
sulla pelle battenti più del sole –
chi canterà nefertiti mia Afrodite
la rosa della tua carne esplosa
nella risata liberata da un bisturi
di gioia – intelligenza che apre
deridendo questa pancia di carne
in scatola occidentale così colma
di detriti ruggine e deserti
2005
Inedite
(prigioni
tu che non ascolti più le mie parole
non sai che prigione feroce hai costruito –
che solo qui, su quest’opaco bianco, apre finestre
2004
(l’ortogiardino
curava mio nonno un luogo un
giardino per me d’incanti e fatica.
Il mio braccio – mi disse – si sposa
qui con questa terra e polla d’acqua
e ne fa bellezza e frutti che nessuno
può sapere fuori da quel cancello
là in fondo se non sale quest’erta
di sassi e spine e non sa che qui
brillano rose fiori di zucca e pomi
doro che al riparo di siepi di un orto
giardino appeso al mio dito con ali
di foglie gira gira intorno al mondo
sognando l’infinito
2007
mi scuso per la formattazione, qui i testi perfettamente formattati

Che sorpresa Adam averti qui, finalmente.
Letta la bellissima prefazione di Salari, e rileggo te, con la attenzione dell’antologia per riscoprire che , tra il moderno e l’antico, riesci a stare in equilibrio adiacente – o meno, e anche se noi la chiamaimao civile, questa poesia ha più elegia e ritorni a civiltà passate e contadine, di quanto non si sospetti. (Da una creatura, dopo il paradiso terrestre, e adamitico, ma questo è uno slang, fra noi..)
da Maria Pia Q.
Grazie Maria Pia del tuo commento! vero, tra pubblico e privato slang!