Babel

Parlando di Capote e “A sangue freddo”, avevo accennato ai libri (o ai film o ai dischi) che cambiano il modo di raccontare.

É significativo che la memoria di questi libri (o film o dischi) non resti viva nel tempo, almeno non quanto quella dei libri (o film o dischi) che da loro ne hanno ricevuto beneficio.
Babel sembra destinato ad appartenere a questa schiera.
Di Inarritu ho visto tempo fa “21 grammi” e mi ricordo bene le inquadrature, mi colpì meno la circolarità della narrazione che trovai un po’ un artificio letterario, ma la capacità di mostrare i sentimenti nel loro semplice accadere con la macchina da presa l’avevo trovata strabiliante.
Babel porta a compimento questa capacità in modo devastante consegnando in gran parte il racconto alla vista e all’intuito dello spettatore.
La grande capacità affabulatoria di Inarritu, la semplicità e la densità del racconto che si dispiega nella circolarità di un effetto farfalla che diventa globale, qui non stupisce, qui si percepisce come reale poichè tutto accade inevitabilmente nelle conseguenze di atti d’amore disordinato riportato all’ordine dall’implacabile azione della grazia.

Un film sul Karma direbbe un buddista, ma significherebbe farne una categoria filosofica, del film e del Karma.

Forse l’ultimo film che vidi e che mi colpì così a fondo fu “Il tempo dei gitani” di Kusturica, questa grande pulizia nel vedere il bene e il male che accadono nella vita, questa libertà di mostrare la miseria e la grandezza intima di ogni uomo, l’attualità persino di certi temi perde il sapore della denuncia e assume il ruolo di accidente inevitabile per mostrare come sopra tutto vinca, o debba vincere, l’amore, nei modi più violenti anche, e che a questo miracolo ogni condizione umana possa accedere.
L’arrivo di un fucile nella povera famiglia di pastori del Marocco, la crisi coniugale di una coppia americana in viaggio di riconciliazione, il matrimonio in messico del figlio della domestica e la disperata ricerca di amore nella sua forma più basica, (che diventa così esplicita da essere null’altro che una riciesta di attenzione), della giovane sordomuta giapponese che chiude il cerchio, e che personalmente mi ha veramente travolto per la cristallina pietas con cui il regista la mostra, sono legati assieme da una semplice foto ricordo sullo scaffale della casa di Tokyo, ognuna di queste limitate e personali condizioni è specchio di tutto ciò che succede, dell’amore che a dispetto dell’incomunicabilità si fa strada con ogni mezzo, persino con l’assenza.
In questo nessuno dei personaggi è privato di una partecipazione totale, se non può parteciparvi con la felicità lo fa con il dolore, che forse è, alla fine, sempre il sangue delle narrazioni più vere e più belle.
Ecco, il dissolversi delle figure esemplari, dei modelli di comportamento che, in fondo, anche il miglior cinema di denuncia sociale sacrosanta non può non mettere in atto, lascia il posto a persone reali, che vivono nella naturale privazione, come, come, come… dovrei raccontare tutto il film, si, ci sono indubbiamente momenti di maggior intensità, ma tutto è saturo della presenza che permea la storia, sempre c’è la percezione dell’imminenza, punteggiata da pause di tenerezza che non sai se non rendano addirittura le cose più difficili denunciandosi così brevi e fugaci, lasciando sempre troppo presto la scena all’ansia del vivere.
Questo film è sorretto da un rigore assoluto, un rigore buono, nutrito dalla passione di chi mostra le cose come sono, che pur nel loro accanirsi violento sono necessarie all’uomo che vede se stesso per quello che è.

2 pensieri su “Babel

  1. Carla

    è molto interessante ciò che esponi, Mario.
    Merita di essere visto questo film!
    mi piace la frase finale, breve e incisiva.

    ‘Questo film è sorretto da un rigore assoluto, un rigore buono, nutrito dalla passione di chi mostra le cose come sono, che pur nel loro accanirsi violento sono necessarie all’uomo che vede se stesso per quello che è.’

    Bonsoir
    carla

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  2. mario

    Mi ci ritrovo in questa recensione. Copioincollo e la mando a chi mi ha detto che Babel non era un granché, volevano una puntatona della “signora in giallo”, probabilmente.

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