
Uscito nell’autunno 2008 da Einaudi, l’ultimo straordinario romanzo di Tiziano Scarpa mette in scena la storia di Cecilia, giovane orfana confinata tra le mura dell’Ospedale della Pietà di Venezia in cui trascorre le giornate a suonare il violino, e le notti a scrivere lettere destinate a una madre mai conosciuta. Oscura e inquieta, la quotidianità della ragazza sembra destinata a esaurirsi negli incubi della sua anima persa e rassegnata, fino a quando l’arrivo di un eccentrico insegnante di violino chiamato Antonio Vivaldi solcherà l’inaspettato punto di svolta in grado di farle trovare la strada per la libertà. A pochi giorni dalla notizia della candidatura di Stabat Mater al Premio Strega, ripropongo la breve intervista che gli feci per Liberazione, pubblicata il 2 novembre 2008.
Iniziamo dalla genesi. Nella nota posta a fine libro accenni a una coincidenza che ha segnato il tuo legame con Vivaldi.
Anni fa il reparto maternità dell’ospedale civile di Venezia si trovava nella sede dell’antico orfanotrofio della Pietà, dove Vivaldi insegnava violino e componeva per le sue allieve. Io sono nato in quelle stanze. Cecilia dice che la sua vera nascita, quella decisiva, è avvenuta non quando la madre l’ha partorita ma quando l’ha abbandonata in quell’edificio. Cosa intendiamo infatti dicendo che “veniamo al mondo”? Anche e soprattutto che “veniamo alle istituzioni”, in strutture sociali pronte per noi. Per me è stata la famiglia, per Cecilia l’orfanotrofio musicale.
Vivaldiano fin dalla nascita. Una gestazione del tuo romanzo piuttosto lunga…
Da tanto tempo volevo scrivere qualcosa in cui c’entrasse Vivaldi. Cinque anni fa ho abitato con Niccolò Ammaniti per qualche mese, d’inverno, in una cittadina deserta, scrivevamo in assoluta concentrazione. Lui mi raccontava la trama di Come dio comanda, io l’ambientazione di Stabat Mater. La svolta è stata quando ho capito che non dovevo immedesimarmi in Vivaldi, ma in una delle orfane musiciste.
Cecilia è una reclusa, vive in una prigione fatta di muri e regole, si consuma nel dramma dell’abbandono materno.
Nella prima parte del libro la madre assente è la sua fissazione. E anche la sua scusa.
Si salva solo grazie alla musica che Vivaldi scrive per lei, ma a libro chiuso sembra inevitabile domandarsi se quella del maestro sia una figura positiva o una presenza egoista, quasi demoniaca, pronta a sfruttare il talento della ragazza a proprio vantaggio.
Nella mia storia don Antonio è ambivalente. Ammette di essere una specie di ruffiano: le ragazze suonano dietro una grata, in chiesa, non si possono vedere in volto, ma la musica che eseguono fa pensare agli ascoltatori che siano bellissime. Vogliono conoscerle per sposarle… Però è onesto: non raggira Cecilia, le dice chiaramente che vorrebbe trattenerla tutta la vita nell’orfanotrofio come solista prediletta delle sue musiche.
Insomma, a tratti sembra un essere supremo e rassicurante, più spesso viene dipinto come un furbissimo cialtrone.
Mi sono concesso parecchie invenzioni infondate storicamente. Si sa che Vivaldi non diceva messa, forse soffriva d’asma. Io ho immaginato che la sua fosse una finta. E poi, i giudizi altalenanti su di lui, è Cecilia che li dà, perché è un’adolescente, ha bisogno di qualcuno a cui contrapporsi, metà genitore e metà guru.
Sempre nella nota finale parli della spinta al “pensare attraverso personaggi diversi da me”.
Potrebbe essere una delle definizioni della narrativa, in particolare quella dove chi dice “io” è un personaggio diverso dall’autore.
Capovolgendo la questione, c’è qualcosa che ti unisce alla visceralità di Cecilia, escludendo l’evidente amore per l’opera vivaldiana?
Le angosce notturne. La sensazione di essere un alieno nel mondo e, di conseguenza, uno stupore ininterrotto. L’isolamento carcerario nel proprio pensiero, separato dagli animi altrui, e la comunanza nel linguaggio.
Il racconto della storia è affidato a due espedienti narrativi: le lettere che Cecilia scrive alla madre, e i dialoghi notturni della ragazza con una personificazione della morte. Un’alternanza monologo-dialogo che si avvicina molto alle cifre teatrali.
Mi sto chiedendo se portare a teatro Stabat Mater, in forma di lettura scenica fatta da me, o monologo per attrice. Più in generale, credo che quasi tutto quello che scrivo presenta la lingua come un fatto. Le persone emettono parole, con la voce o con l’alfabeto. Si manifestano a noi con accadimenti linguistici concreti, significati sodi. Perciò mi piace catturare i “documenti” dei personaggi: che cosa dicono, che cosa scrivono.
Il tuo percorso di scrittura è contraddistinto soprattutto dalla versatilità, da una inesauribile spinta verso forme stilistiche e strutturali anche molto diverse fra loro, che in certi casi hanno contribuito a etichettarti come autore non convenzionale, forse addirittura “difficile”.
Dipende anche dai singoli libri. Pensa a Venezia è un pesce, che è letto da tutti, anche ragazzini e novantenni. Cerco di immergermi nella legge di ciascuna opera. Recentemente hanno scritto che tanto valeva firmarlo con uno pseudonimo, questo Stabat Mater, perché non sembra neanche mio. Per me è il complimento massimo: vuol dire che forse sono riuscito a entrare nella legge compositiva che appartiene solo a questa storia e a questo personaggio.
Mi sembra che con questo romanzo tu abbia fatto il salto ulteriore dell’unire stile raffinato, linearità, e storia emotivamente potentissima. Che tipo di lettore immaginavi (in fase di scrittura) e immagini ora (a libro chiuso) per Stabat Mater?
La mia ambizione, assai presuntuosa, è di far diventare Cecilia chiunque lo legge.

Trovo stupefacenti le implicazioni psicologiche che secondo questa bella intervista sono alla base (probabile) della genesi del libro: la nascita dell’autore nella struttura dove si svolge la vicenda; la identificazione, forse laterale, con Cecilia; la madre mai conosciuta, trasfigurata; il personaggio di Vivaldi, che arriva, se ne va; l’ambientazione storica; è tutto troppo interessante per lasciarmelo scappare.
Chiunque fosse interessato ad avere maggiori informazioni sul fondo musicale contenente i manoscritti con le musiche scritte per le “putte” dell’Ospedale della Pietà di Venezia può cliccare al seguente indirizzo:
http://fondocorrer.wordpress.com/
cordiali saluti