L’infinito del verbo andare, Luca Salvatore

Era il tempo ad essere in difetto d’attenzione,
quando ci si affermava a slogan d’Eccezione
e ad una specie sempre diversa di fallimento
con prove di fatto che ammontavano a cento,

e non una a valerne, come si dice, la Pen(n)a.
Si ragionava per sottrazione e quasi a stento
sugli strati e sugli intenti da esibire alla catena,
sull’Uomo Nuovo da portare a compimento,

dando a bere Ragioni Sacrosante a non finire
e degli Opuscoli illustrati sulla gioia di morire.
Era tutto un continuo predicare e forsennare
e un ripetere la parte del diverso da annientare.

S’avanzava ancora di male in polvere, cavando
solchi neri a piacimento dalle liste dei viventi!
sospesi a mezz’aria, a rintocchi abbinati e lenti,
ridotti al solo avanzo e a ripasso d’Essenziale,

nell’attesa perfettamente numerati e riadattati,
a morire di non morire, nei secoli dei secoli
malgrado solide diete di nulla e amorevoli cure,
a morire una morte qualunque, da indesiderati!

invocando la Grande Opera di farsi compiuta,
gli scongiuri di rimando, l’altrove a cui andare
e i manuali di retorica bruta a cui genuflettersi!
Era un ritornare ad implorare digiuni e Spettri.

Ma saranno rimorsi a tratti, peggiori e dementi,
quei morti qualunque a venire lentamente a galla,
uno ad uno e passo a passo dai Limbi possenti
e presto a venire a domanda, in onore, a Parola:

‘’è l’ora piú buia della nòtte, siamo i soli passeggeri.
Se siete d’accordo schioccate le labbra e le lingue.
Cosa porto? Tanfo di morte dalla stiva e serti neri
per i pària morti senza tomba e per cattivo sangue!

ho creduto di vedere in sogni di canfora tenebrosi
eminenze nere che stringevano in mano monconi,
schiavi d’inferno immersi a sanare piaghe e clorosi,
fare i loro giochetti di congetture e dissimulazioni.

In nome suo presto appiccheranno roghi ovunque.
A pretesa! chi non vorrebbe essere Dio se potesse,
recitare la parte d’Amleto che di sfondo qualunque?
Senza offesa ma non ho antenati, seguaci e capitali.

Avanti taglia córto, confessa che ti rode o t’aspetti,
lo strano ronzare venuto a deriva e a parola invece
di parlare di mondi a venire assolutamente perfetti.
Non siam più di questo mondo, non facciam spècie!’’

Testo apparso al MEMORIART, I Giovani artisti italiani per La giornata della memoria, Museo provinciale di Potenza, 7 febbraio-7 marzo 2007.

Il Dio dei nazisti nella valutazione di Karl Barth costituisce la filiazione diretta del Dio del razionalismo. Il punto di riferimento costante è l’odissea del cogito nelle riflessioni concernenti lo sviluppo del pensiero moderno. Si prenda l’enorme ambiguità con cui il problema di Dio viene posto in Cartesio: Dio risulta radicalmente precluso fin dall’inizio in radice del dubbio che investe l’intero ambito dell’essere e dell’intenzionalità; Dio viene ammesso subito come il garante della conoscenza. Nell’economia globale del pensiero cartesiano Dio viene escluso perchè è il cogito che in ragione della sua struttura espelle qualsiasi alterità in quanto limite inaccettabile della libertà dell’Io pensante; ma viene subito reintrodotto come garanzia della certezza con cui l’Io pensante ha risolto la verità. La connessione speculativa che si instaura tra l’auto-posizione e l’auto-mediazione dell’Io da una parte e l’idea di Dio dall’altra, si rivela d’importanza determinante nella formazione di un concetto oggettivabile e cosalizzabile di Dio: grazie a tale connessione Dio viene saldato alla (auto)instaurazione dell’uomo moderno – l’uomo espresso dal cogito – in quanto uomo assoluto che mantiene la sua libertà negandosi a qualsiasi alterità, chiudendosi insomma nella torre dorata della propria solitudine conseguente alla rottura di ogni comunicazione che non sia con se stesso; nel suo stesso pensare, non è in grado di pensare nulla se non il suo stesso pensare. Questo uomo non può e non vuole fare a meno di Dio, ma di un Dio chiamato a rassicurarlo e a confermarlo nella sua identità, di un Dio strutturalmente solidale con la sua assolutezza.
È questa odissea speculativa del Dio razionalista che è a monte dell’appropriazione da parte nazista del concetto di Dio. C’è infatti una profonda continuità filosofica, culturale e storica che lega il Dio nazista al Dio del razionalismo moderno, è chiamato anch’egli a garantire un’ordine, un nodo di equilibri legati alla e dalla verità intesa come ‘’volontà di verità’’. All’uomo moderno auto-assolutizzatosi tendenzialmente totalitario serve un Dio totalitario, garante di quella assolutizzazione e della conseguente distruzione dell’alterità.
Il Dio di Hitler si poneva sulla scia del Dio delle confessioni cristiane, di quel Dio cioè che aveva legittimato per secoli la persecuzione degli Ebrei, la cui verità si era a tal punto trasformata in ‘’volontà di verità’’ da oggettivarsi a tal punto da essere dis-ponibile, da divenire proprietà del soggetto, da teorizzare la discriminazione degli altri, dei diversi (il popolo ebraico), da assimilare o da annientare. Un Dio, dunque, il cui concetto risulta innervato dalla stessa valenza e dinamica di tipo egologico proprie del concetto di verità elaborato dal pensiero occidentale: verità come ricaduta e conferma del Medesimo, e chiusura verso l’altro e il diverso.
In parte questo dà ragione di come tragedie epoocali dell’umanità siano opera di una perversione dello spirito umano che solo un concetto esso stesso perverso di Dio può produrre.
L’olocausto si è reso possibile in ragione dell’oggettivazione, dalla cosalizzazione del concetto razionalista di Dio, e dalla conseguente totale dis-ponibilità a tutte le esigenze del potere, in quanto strutturalmente solidale con l’ideologia dominante del vincitore, del fatto storicamente compiuto che in quanto tale è ritenuto giustificato e legittimato.

L’analisi di struttura del cogito illumina la formaziome e l’affermazione del potere, cioè del totalitarismo espresso dalla modernità, e che trova una illustrazione d’una profondità unica nella Leggenda del grande Inquisitore di Dostoevskij. Lo spazio concettuale della affermazione del potere, quale risultante della sottrazione della libertà, è quello creato dalla massificazione dell’uomo in diretta conseguenza della sostituzione della dialettica della qualità con la dialettica della quantità. La massificazione, in quanto oggettivazione radicale dell’uomo, comporta una sua totale sottovalutazione in virtù della quale viene degradato dalla dignità di soggetto titolare di libertà e di responsabolità al rango di oggetto manipolabile; il totalitarismo presuppone la massificazione e la massificazione rinvia al totalitarismo.

Un punto che si impone con chiarezza è la totale incompatibilità tra il Dio dell’Inquisitore e il Dio di Cristo. Il Dio dell’Inquisitore è il Dio che giustifica la blasfema manipolazione della verità, ridotta dall’Inquisitore, dal Potere in un sistema di verità, risolto nella logica dell’Ordine stabilito. Kierkegaard, soprattutto nell’Esercizio del Cristianesimo, pone in evidenza che l’Ordine stabilito tende ad autodivinizzarsi: in quanto espressione del Potere, non può tollerare altra verità che non sia la ‘sua’ verità. Lo scandalo essenziale, quello che l’Inquisitore combatte fino in fondo, è dato dalla pretesa del Singolo di porsi al di sopra del sistema. Ogni volta che un testimone della verità trasforma la verità in interiorità: ecco l’Ordine stabilito pronto a scandalizzarsi di lui. Poiché la divinizzazione dell’Ordine stabilito è la mondanizzazione di tutti, il Dio oggettivato, ridotto a sistema e in esso risolto, si ritrova totalmente nelle mani dell’Inquisitore, in balia del Potere; ridotto in tale stato, viene cinicamente usato a servizio del Potere, in una logica di menzogna e forza brutale, vantata in faccia al Prigioniero come un peccato necessario al servizio dell’uomo reale, rimodellato sulle forme della dialettica della quantità e del tutto risolto nella dimensione della massa, che non è in grado di portare il peso della libertà e chiede, appunto, solo il pane, cioè la felicità. Si tratta della delineazione del Dio espresso dal sistema, oggettivato totalmente nel sistema dottrinale e in quello istituzionale: tutto pertanto al Potere è lecito, perché tutto il Dio oggettivato è in grado di giustificare e di legittimare. Il Dio reale coincide col sistema: è oggetto nelle mani e nella disponibilità del Potere, del quale s’impossessa l’uomo forte. Questo implica che il vero titolare della divinità di quel dio-burattino a tal punto oggettivato, avvilito nelle spire del sistema, è l’uomo forte ( il perfetto omologo del Superuomo di Nietzsche), il quale rivendica il dirito di imporre il proprio dominio sull’uomo debole, numero e cosa della massa, in quanto egli – l’uomo forte – sa: il diritto di imporre il dominio è dunque legato al “sapere” in un rapporto dialettico essenziale col “potere”. Nella visione di Dostoevskij si riflette la concezione di Nietzsche: al pari dell’Inquisitore, l’uomo forte si pone al di sopra dei valori, del bene e del male, del teismo e dell’ateismo contrapponendosi alla massa sterminata degli uomini deboli, cioè malati; e non in funzione della negazione di Dio, ma dell’affermazione del Potere, della sua auto-divinizzazione, così da poter dimostrare che il punto d’arrivo della modernità non è dato dall’ateismo bensì dal disegno immenso dell’uomo di appropriarsi dell’eredità dell’antica fede in Dio al servizio del suo progetto di potere, assoluto, incontrastato, incondizionato.

6 pensieri su “L’infinito del verbo andare, Luca Salvatore

  1. vbinaghi

    Lo scandalo essenziale, quello che l’Inquisitore combatte fino in fondo, è dato dalla pretesa del Singolo di porsi al di sopra del sistema. Ogni volta che un testimone della verità trasforma la verità in interiorità: ecco l’Ordine stabilito pronto a scandalizzarsi di lui. Poiché la divinizzazione dell’Ordine stabilito è la mondanizzazione di tutti, il Dio oggettivato, ridotto a sistema e in esso risolto, si ritrova totalmente nelle mani dell’Inquisitore, in balia del Potere; ridotto in tale stato, viene cinicamente usato a servizio del Potere, in una logica di menzogna e forza brutale, vantata in faccia al Prigioniero come un peccato necessario al servizio dell’uomo reale, rimodellato sulle forme della dialettica della quantità e del tutto risolto nella dimensione della massa, che non è in grado di portare il peso della libertà e chiede, appunto, solo il pane, cioè la felicità

    Proprio così, fino a cinquant’anni fa.
    Se non vuoi combattere una battaglia di retroguardia, ti devi accorgere che oggi il linguaggio del potere è quello del soggettivismo estetico, di un Personal Jesus concesso ad ognuno a propria immagine e somiglianza, caricatura o inveramento del Singolo kierkegaardiano, e comunque unico requisito per la sfrenata liturgia dell’unica religione ammissibile: il consumo.
    Perdona i miei insulti di ieri e continua a studiare, ma di tutto: l’equivoco del Dio cartesiano (non si può parlare di Dio al di fuori della relazione costitutiva della fede) l’aveva già smascherato Pascal.

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  2. lucasalvatore

    Scuse assolutamente accettate e sono compltamente in sintonia con quello che ha appena scritto, anzi sono io a scusarmi con lei se ho offeso la sua sensibilità pubblicando quel testo, provi a crederlo che non era mia intenzione mancare d’attenzione e di rispetto, e spero si possa continuare il dialogo con lei, anche in altra sede.
    Immagino e spero si possa ricominciare da capo, e superare tutto.

    Questo articolo l’ho pubblicato per lei soprattutto, e speravo lasciasse un commento qualunque. Ho sbagliato.

    Soprattutto mi è dispiaciuto il fatto che abbia voluto essere cancellato dalla mailing list. Non deve,

    un saluto e un arrivederci. Luca.

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  3. vbinaghi

    Non darmi del lei, che mi fai sentire tuo nonno.
    La mailing list non è per me a prescindere: sono troppo incazzoso per sostenerla. Tra gente di pensiero, alla fine, ci si intende sempre, dopo un paio di sganassoni dati e presi.
    A presto.

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  4. lucasalvatore

    Valter adesso mi sento decisamente meglio. Nonostante il caldo. A presto.

    Sto leggendo Max Stirner, L’unico (appunto) e la sua proprietà. Pensavo ad una tesi su di lui. Ma sembra non esserci nessuno ad essersene interessato, Marx ed Engels a parte.

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  5. anna lamberti bocconi

    Pensa che io faccio tesi di laurea per lavoro. E così ogni volta mi si spalanca oscenamente in faccia la falsità dell’istituzione accademica. Figurati se si interessano a Stirner! Magari se proponi una tesi su Paris Hilton hai più credito. Scherzi a parte: falla sì, che quello è un eccelso. “Ho fondato la mia causa sul nulla”. Giusto?

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