Simone Rossi, Passando, per la strada…, pref. di M. Meneghelli, con una nota di G. Armani, Editrice Vicolo del Pavone, Piacenza 2009, pp. 151.
Il giglio
Sul ciglio della strada,
alcuni fiori.
Lì dove
altri crescevano
spontanei.
Erano freschi
tutti e due.
Lì dove
un fiore, un giglio
– una vita umana –
era stato reciso.
Lì dove ora
sboccia un ricordo.
***
Effimero
L’erba
non ha scampo.
Ancora per poco
ha buon gioco
un vento.
***
L’ora di mezza
Questo rintocco
della campana
come di cosa
scheggiata,
inatteso, inaspettato,
mi sorprende.
Che giunge tardiva,
scongiurata,
a sommar la mezza
all’ora presta.
Dà il colpo di grazia,
quest’oggi,
alla mia stanchezza.
***
Il vecchio casolare
Certi casolari
abbandonati
ti fissano
da cupe bifore.
Occhi pesti
in pieno giorno,
dov’è sepolto il tempo
in un sonno.
Dove il ragno
è una Penelope
smemorata.
Dove il ladro
non osa entrare
perché il tempo
è un tesoro che vale.
Dove il ladro
non osa entrare
per non invecchiare.
***
«Non è solo lo sguardo del poeta a mutare (il soggetto); lo è anche il contenuto di questo sguardo (l’oggetto). Tutto scorre, di continuo, la natura e gli stessi sguardi che la dipingono. Solo: è ancora la natura a dettare il ritmo del cambiamento, a dettare le leggi del mutamento. È la natura a cambiare i nostri sguardi, essa continua a farla da padrona, in questo angolo di mondo, in questo ultimo luogo in cui ancora la natura è sovrana», M. Meneghelli, Arbor Vitae, in op. cit., p. 10.

la prima visita che faccio a questo blog, e credo sia stata una fortuna.
Grazie
Benvenuto, e torna!
Ciao a tutti e grazie a Simone per avere inviato le sue poesie. Da “non-poeta” colgo in esse un vivo senso della natura scandito dal tempo. Una natura in cui l’uomo compare in punta di piedi per apportare le proprie misurazioni, tuttavia governate dalla sottile ed inesorabile caducità delle cose. Mi sembra che le forme naturali e le forme umane si alternino, nelle poesie di Simone Rossi, in virtù d’un loro intimo legame immateriale, che peraltro pervade il creato: ricordi, aliti di vento che scompigliano il grano e i pensieri, luoghi abbandonati, rintocchi lontani che scandiscono le ore di una terra prossima al mito.
Un abbraccio ad AndreaCati e Lambertibocconi,
a.
Chisto ca vedite
annanzo a ll’uocchie
vuoste
è nu vico ca nun sponta.
Si vulite nu sciore,
per esempio
‘na margherita,
guardate
‘e cannole ‘e ll’acqua
doppo chiuvuto.
attuorno a ll’ummerità
ce cresce pure ll’evera
servatica.
‘A fenesta
‘e chella casa,
è ‘na finta fenesta
ma,
fore ‘o vascio,
addò ‘e cane
aizane ‘e zampe
e pisciano,
ce cresce sempe
‘na rosa,
solamente una:
è ‘na rosa nera,
e rosa rimane.
‘A porta d’a casa
‘e Michelino
nun ce sta cchiù:
‘o viento,
ca tu chiamma
terremoto,
bombola ‘e gas
o vagone bomba,
ce passato ncoppa,
comme ‘a storia
‘e chi sta sotto:
eppure,
‘a dinto ‘e pprete,
songo spuntate
e sciure d’e campe.
Transit Scarpantibus
Ciao Transit, grazie del tuo… passaggio.
Il tuo post, “a naso”, mi sembra tratto dalla “Scuraglia” di Scarpa. Magari mi sbaglio.
Andrea.
Andrea Sartori grazie per l’accoglienza.
Transit Scarpantibus