La signora davanti a me alla cassa del supermercato chiede di pagare col bancomat perché non ha contanti.
“Non è possibile”, risponde il cassiere,
“la linea è interrotta da stamattina.”
“Se ti fidi domani ti porto i soldi, altrimenti ti devo lasciare la spesa.”
“Non si può, signora, mi spiace.”
E quella se ne va abbandonando quattro articoli in croce.
Serafico poso sul banco i miei acquisti e mentre il ragazzo fa il conto gli chiedo:
“Non se la prenda, non ce l’ho con lei, ma un bel cartello all’entrata per spiegare la situazione lo avete messo? Io non l’ho visto”.
“Questa mattina qualcuno deve averlo messo ma se ci sia ancora e dove sia non glielo so dire.”
“Certo che giocare in questo modo con il tempo della gente non è simpatico.”
“Del tempo della gente a me importa poco.”
“Si lasci dire che questo non è un concetto che si possa facilmente condividere.”
“Quello che a me importa è che nei carrelli che oggi hanno lasciato c’erano formaggi e salumi tagliati, che col caldo che fa dovremo buttar via. Con quello che ci costano…”
“Ma ho sentito con le mie orecchie che la signora di prima si era offerta di portarle il denaro domani. Magari lo hanno fatto anche altri. Cos’è, preferite buttare il cibo piuttosto che rischiare di far mangiare qualcuno gratis?”
Il cassiere alza gli occhi e ci guardiamo, finché gli dico: “Mi stia bene e buona serata”. Sempre serafico, ma solo all’apparenza.
(Possibile che sia così schiavo delle mie buone maniere da non sputargli in faccia?)

questo è lo stato delle cose. il kassiere fa parte del marchingegno, e noi pure. a me è successo che una signora non ricordava il pin e aveva metà del contante necessario per una spesa macroscopica. non avevo nemmeno io del contante, mi sono offerta di scaricare parte della sua spesa sulla mia carta di credito: non ne ha voluto sapere. il kassiere ha dovuto far venire una kassiera di più alto grado, che non si trovava, per farsi digitare il codice necessario a spuntare gli articoli a cui la signora rinunciava. intanto il suo piccolo strillava a squarciagola. non ho provato ad emigrare verso altre casse, perché di solito trovo un secondo inghippo. l’operazione è costata credo venti minuti in più, un imbarazzo crescente della signora, alcune tacite imprecazioni mie. ma poi ho pensato al ridicolo di questi sistemi per guadagnar tempo, come il telepass, che mi risparmia la coda al casello, ma io ci trovo sempre quello che non gli funziona il coso o ha sbagliato corsia. seneca ci avrebbe bacchettati tutti, pensavo, per il tempo buttato. caro il mio seneca: in faccia ci dovremmo sputare tutti perché compriamo un mucchio di roba, perché paghiamo con quei cosi, perché abbiamo permesso il proliferare di bestioni ecomostri pieni di cibo, perché non ci sono più salumai col libretto su cui annotare il debito, perché il lavoro è lavoro, accidenti, e noi vogliamo che sia impersonale e anche un po’ stronzo, scusa roberto, ma mi libero momentaneamente delle buone maniere, che quanno ce vo’ ce vo’… poi, il dettaglio: che per far andare la nostra giostra, da molte parti, su questo granello di sabbia, si muore di fame. te la dò io la roba che “ti” si squaglia, karo kassiere!
Cara Lucy,
infatti:
“preferite buttare il cibo piuttosto che rischiare di far mangiare qualcuno gratis”,
ma
“il kassiere fa parte del marchingegno, e noi pure”, e sottolineo “e noi pure”.
Grazie e un desolato saluto,
Roberto
Una situazione così l’ho vista qualche mese fa nel super mercato dove vado ogni tanto vicino a dove lavoro.
E tutti zitti… il “marchingegno”…
Un saluto
Cara Nadia,
il più delle volte sembra troppo facile partire dalla spicciola esperienza quotidiana non tanto per fare denunce che lascerebbero il tempo che trovano, quanto per riflessioni di portata più generale; e allora si lascia perdere. Ma qualche volta, così facendo, si sbaglia.
Grazie e un caro saluto,
Roberto
Negozi normali? Ricominciare a considerarli?
Blackjack.
Caro BJ,
è vero. Ma il fatto è che, almeno qui, i negozi normali sono quasi scomparsi.
E che le aziende hanno ormai l’abitudine di dare buoni pasto che per vari motivi sono più facilmente spendibili nei supermercati che nei negozietti di alimentari. Interpellati in proposito, i sindacati fanno gli indiani.
Ciao,
Roberto
Roberto: “marchingegno”? 🙂 Secondo me i piccoli negozi, se interpellati, i buoni pasto li accettano senza problemi, spcialmente se gli arrivano più clienti. Mica mi pare una colpa delle aziende se chi ha i buoni pasto li spende sempre al supermercato.
Mica ho capito cosa c’entrano i sindacati…
Blackjack.
Caro BJ,
sì, proprio di “marchingegno” si tratta.
I piccoli negozi assai raramente accettano i buoni pasto perché non sono in grado di sopportare pagamenti a lungo termine, o di negoziare condizione diverse, come può fare la grande distribuzione.
Quanto ai sindacati, dovrebbero essere più attenti alle ricadute reali e generali delle presunte
“conquiste” che strappano per determinate categorie. Qui però il discorso si fa tecnico e se vuoi lo proseguiamo in privato.
Ciao, Roberto
Roberto, nessun problema a continuare una discussione che può essere interessante. Sui piccoli negozi, rifacendomi a un paio di esempi nella mia zona, posso confermarti che li accettano, ma devo sicuramente informarmi meglio su come sia nata la questione; di preciso so solo che li accettano.
Blackjack.