Approfitto della pubblicazione di questi testi di Stefano Massari tratti dal suo ultimo libro, per proporvi questo lungo saggio ancora inedito sul libro dei vivi. Apparirà successivamente sul mio blog, RADICI DELLE ISOLE, visto la crescente difficoltà a piazzare materiali sul cartaceo. Ed è anche una mia fiducia che laRete, sempre di più, anche con questo nostro lavoro, possa offrire una valida e onesta alternativa alla mancanza di attenzione di altri luoghi considerati prestigiosi. Considero il libro di Stefano un gran ben libro, che merita parole ben più degne delle mie.
Sebastiano Aglieco
NON FARE NULLA QUI
per una lettura di “Libro dei vivi” di Stefano Massari
“a te che credi ancora al tuo cielo/ chiedo se davvero ami me anche dopo il male questo e quello ancora a venire”, (p.40).E’ un padre che parla a un padre e gli chiede conto della sua mancanza. Questa mancanza è espressa con un grido o un ragionare a voce alta facendo traboccare con immagini incandescenti o con lo stare a braccia aperte, arreso, l’incredulità del male che abbiamo ricevuto in pegno della nostra esistenza. E’ l’essenza di questo libro dei vivi, parafrasi umanissima di un antico genere dal valore sapienziale, in cui ai vivi veniva insegnato l’attraversamento del regno dei morti attraverso l’utilizzo di regole severissime, in un percorso di sopravvivenza per vincere i mostri che nel sonno della morte attanagliano la coscienza e la divorano. E se lì, nel libro dei morti, dalla parola esattissima e giustamente pesata della formula magica, dipendeva lo stato di una coscienza più alta in un altro mondo, qui la salvezza abita la terra, l’assenza di ombra, la luce del mezzogiorno, la consistenza del fiato e degli umori. Nel libro egiziano delle formule magiche, si può leggere una preghiera, una giaculatoria in cui la madre chiede protezione per il figlio dal pericolo delle malattie: O tu, Nubiana che vieni per il deserto. Sei tu una schiava? Va’ con il vomito. Sei tu una dama? Va con il muco del suo naso. Va’ con il sudore delle sue membra. Le mie due mani sono su questo bambino. Le due mani di Isi sono su di lui. Così come essa pose le sue due mani su suo figlio Horo”1 E’ l’epoca in cui la religione assolve alla funzione di mezzo, di utile medicina. Il contatto con i morti si realizza nella noia del quotidiano, nella scansione del ciclo delle morti e delle rinascite. A un dio, chiunque esso sia, la parola bassa, umile, non chiede una teologia ma un essere sostanza concreta, medicamenta dell’umano dolore. Il Dio inviolato, intoccabile, è quello che abita i templi, il témenos, la nicchia dove ogni occhio è indiscreto. E’ stato così fino al Concilio Vaticano Secondo: la divisione, netta, tra la Comunità e il Padre, era il muro concreto dell’iconostasi. Il luogo in cui Dio concepisce il mondo e lo governa dal suo incommensurabile segreto, è celato agli occhi degli umani. Questa richiesta di una presenza, dunque, al di là di tutte le teologie e di tutte le teofanie, ha attraversato ogni epoca, è giunta fino a noi attraverso il culto, tutto privato, dei piccoli déi familiari. Nessuna riverenza al Padre degli altari. Proprio perché nella parola del rito, del sacrificio trasformato in parola, edulcorato e anestetizzato di tutta la sua carica virulenta, questo Dio è diventato logos, negando ai latrati delle bettole la possibilità di descrivere il corpo inconcepibile degli angeli. Questa richiesta di intimità è stata coltivata nelle case, là dove esiste, concreta, la possibilità di potere immaginare il Padre nella veste, tutta privata, di un volto dolce e affettuoso. Così è sempre avvenuto: al culto di una fede ufficiale si è contrapposto, nei secoli, quello personale degli affetti familiari. Da sempre ha assolto a questo compito la pietà umana dell’umana gente, la riverenza popolare; per esempio attraverso l’immagine straordinaria del cuore di Gesù sanguinante. In un suo intervento reperibile sulla rete,2 Massari afferma: “alla fine dopo tanti ripensamenti sono tornato all’origine. Cioè al segno ‘orizzontale’, al flusso intermittente”. Segno orizzontale; flusso intermittente. Evidentemente Massari ha fatto sua tanta tradizione del ‘900 riconsiderando il senso della scrittura automatica come flusso intermittente dell’accadere del fare e del pensare; il suo è un pensiero che si nutre delle variazioni della giornata, delle intermittenze del cuore. Non sa che cosa succederà. Si permea di uno stato naturale della coscienza, che è quello che aspetta e osserva; del paesaggio che ci circonda, e dei frutti che facciamo nascere in un deserto di ombre. “credo – nei ritmi soprattutto – e nei territori che attraverso – e infatti sono questi a ‘cambiarmi’ e non un’ intenzione ’sul’ testo”3. In questo senso il libro è antireligioso; nel senso che non vuole raccogliere le formule di una tradizione. Si alimenta piuttosto della semplice intuizione che esiste una parola non parlata, fragile e potente come un figlio che aspetta un suo nome. E’ la parola – a ben pensarci – della preghiera privata, non scritta. E’ in questa riconosciuta animalità della parola che si situa una dichiarazione come questa: “io poi sono partito leggendo tutto – tutto davvero. ma ero e sono attratto dalla lingua della traduzione – quella lingua potenziale – di confine – ancora più fragile della lingua della poesia”.4 Cos’è questa lingua, se non quella dell’ascolto e del limite; quella che non conosciamo e non possiamo trattenere del tutto? Questo discorso mi sembra necessario per sottolineare, polemicamente, una tendenza dell’ultima giovane poesia: e cioè una dichiarazione di intenti che precede il testo, e lo scavalca, nel rischio di un allontanamento verso i territori della mente fredda; della descrizione di qualcosa con le parole di una teologia/poetica/pedagogia. Meglio piuttosto, la teofania, che è stato dell’attesa, dell’aspettare un contatto nella terra di confine. E’ l’esperienza di ogni padre, nella visione allucinata del corpo del figlio che si trasforma e che sa di non poter trattenere. Il figlio non è suo; è del mondo. E’ di un altro padre. Piuttosto, allora, bestemmia e urlo. Si tratta di imparare a stare al mondo nel rispetto della Legge e nel compito di arginare gli improvvisi sbocchi di sangue. E’ un giovane padre inesperto del suo arduo compito, che al figlio Francesco dedica parole come queste: “cupa indegna e intera mia ti sia questa mano padre sottovoce incapace con le garze ma feroce sulle labbra sul torace a testa bassa che aspetta tutti i figli che nasceranno in te”, (p.35). Nella difficoltà di pronunciare una preghiera, il padre dichiara la fragilità dei corpi e la necessità di reggersi; spalla contro spalla, occhi contro occhi. Il padre si fa carico di questa inadeguatezza, indica una cronologia tutta terrestre, che ha le sue radici nelle molecole, nel dono stesso di dare la vita. Dichiara l’amore del dono e l’enorme responsabilità di perpetrare l’eterno ciclo della morte e della vita. Da un dio assente può derivare la costruzione di un’altra riva, di un altro paesaggio nutrito coi piccoli rivi di sangue delle nostre vene; l’idea di un’educazione forte, di un rapporto stretto col mondo attraverso il corpo dei propri figli. Il mondo è costruito sulla mancanza, sull’assenza di una voce che non osa parlare nemmeno attraverso il vuoto. Gli altari sono omaggi dovuti al nulla; le preghiere non possono che esprimere la potenza del disastro. La Consolazione, la Resistenza, sono le divinità civili che sostengono, benevole, la nostra mancanza. Il pianto è la conseguenza forzata dell’irrompere di un dio. Il nostro corpo è un rito di passaggio attraversato e afflitto da forze immani che non comprendiamo. …feci un sacrificio.Posi l’offerta sulla cima di un monte.Sette e sette vasi vi collocai:in essi versai canna, cedro e mirto.Gli dei odorarono il profumo.Gli dei odorarono il buon profumo.Gli dei si raccolsero come mosche attorno all’offerente.5 Questo passaggio appartiene al poema di Gilgamesh, in un epoca in cui gli déi assomigliano ancora agli uomini. Descrive il sacrificio offerto alla divinità dopo il disastro del diluvio. Si sente nei versi che seguono, l’odore delle cose, il terribile grido che accompagna la madre davanti al corpo del figlio che essa stessa ha ucciso: Gli dei accucciati come cani si sdraiarono là fuori!Ishtar grida allora come una partoriente,si lamentò Belet-Ili, colei dalla bella voce: “Perché quel giorno non si tramutò in argilla,quando io nell’assemblea degli dei ho deciso il male? Io proprio io ho partorito le mie gentied ora i miei figli riempiono il mare come larve di pesci”. Allora tutti gli dei Anunnaki piansero con lei.6 La grandezza di questo testo consiste nell’aver anticipato tutta una tradizione di testi che si rapportano al divino non nello stato consenziente di supplici, ma nel serrato confronto sul senso del dolore. Questo avviene nel momento in cui è proprio l’esperienza del dolore a metterci veramente, e per la prima volta, in contatto con Dio. E’ un sentimento che ha a che fare con la nascita di un figlio. Dio finisce di apparire come entità astratta e si presenta con tutto il peso del suo essere concreto, sangue e carne, nel momento in cui i genitori sentono l’enorme peso della responsabilità della creazione. E quando, tra le escrescenze della pelle, presagiscono la presenza di qualcosa di terribile, simile a un feticcio disumano che si nutre in segreto dell’umidore degli anfratti, il padre avverte la paura che, attraverso la sua morte, il figlio intuisca la sua stessa fine. Allora questo figlio alla madre chiederà il conforto di una cantilena, al padre la parola giusta che spieghi il mondo e tutto il suo mistero. Nulla di rassicurante, dunque. Il corpo di questo libro è un paesaggio solcato da forze che sconquassano lungo le rive del sangue, del fluire automatico del dolore. Ma l’assenza di un dio padre evocato, invocato, bestemmiato, non rappresenta, paradossalmente, la sua negazione. Rende piuttosto evidente l’opera di un costruttore assente; dichiara la necessità del possesso della terra. “il male di non restare innocente e disobbedire costruire una casa con questa pelle di padre e tenere vivo il sangue e sempre oltre i muri le città le stragi le terre in rovina i terrificanti mari”, (p.27). La terra è il luogo delle nostre radici e della nostra dispersione. E il libro è profondamente legato alla terra, alla stabilità costruita su uno strato che non si disfa. Sul corpo della donna, la madre; sulla promessa scandita attraverso il corpo del figlio. Se un libro costringe all’attacco frontale, corpo a corpo, obbliga a una critica feroce, fatta di confini stretti e di parole pungenti. Ogni rimando alla letteratura, ai libri, è solo una scusa per sospendere un senso che invece ci chiede prepotentemente di entrare nelle nostre case, nei nostri confini. La ferocia della disperazione può alimentare un nichilismo forzato o piuttosto la costruzione di un orizzonte fatto di piccole cose, di gesti reiterati. Come quando i bambini giocano sulla riva a edificare castelli di sabbia. Essi compiono qualcosa di molto profondo che ha a che fare con la dispersione, con l’essere provvisori, a contatto col flusso dell’acqua che si porta via tutto. Lì, in quella terra di confine, abita l’essenza del nostro stare al mondo: trovare il perché dell’essere vivi attraverso regole, mantenendo questa attenzione costante verso il nulla, l’infinito oltre. In vedetta. “io non ho prede non ho preghiere è leale ma ho furia e gioia dell’allarme fiato basso e umide le ossa urina sacra boria di restarti contro al vuoto eterno tuo tra fianco e collo invece io so che il sale è grano a grano che luce cresce e calma l’acqua mia sorella che il vento m’inonda di saliva l’urlo e ho fame e vigile l’unghia che mi sta viva e attenta al figlio e al nemico mai lontano che mia madre non ha solo un nome terra la perfetta”, (p.38). Ho furia e gioia dell’allarme. Filippo Davoli ha sostenuto che “Libro dei vivi” è un testo profondamente cristiano,7 e lo è nel senso del significato di una croce non pacificata, tutta splendente del mistero di quel Dio che si è fatto carne e della carne ha mostrato, per sempre, il suo strazio infinito. Non c’è ancora la salvezza. Si tratta, storicamente, dell’inizio del cristianesimo, o forse della sua fine. Il messaggio di un Cristo ancora umano nasce su quella croce: “Dio mio perché mi hai abbandonato?” E’ un abbandono che non si riferisce solo all’esperienza della solitudine nel dolore ma alla richiesta di senso, alla materializzazione del confine che separa i vivi e i morti, nel momento stesso in cui non sentiamo più di appartenere alla vita ma nemmeno alla morte. Chiediamo, in quel momento, il conforto delle presenze, quelle che per tutta la vita abbiamo presagito e che ancora non si mostrano. Se il cristianesimo si fosse fermato lì, se al posto del Credo, questa preghiera che attesta solamente il trionfo dell’ordine prestabilito e dell’obbedienza; se, dico, il credo del cristianesimo fosse diventato quella invocazione umanissima, le cose sarebbero andate, forse, in altro modo. “Il libro è detto dei vivi, ma i protagonisti sono vivi nel mondo e nel linguaggio dei morti”.8 Questa intuizione attesta dunque l’idea che, nel gioco delle apparenze e nella fragilità dell’essere, s’insinui il magnifico dubbio delle mummie di Federico Ruysh: e cioè che morti e vivi, desiderandosi, abitano lo stesso regno, e che le parole della poesia li riguarda tutti: Che fummo?Che fu quel punto acerboChe di vita ebbe nome?Cosa arcana e stupendaOggi è la vita al pensier nostro, e taleQual de’ vivi al pensieroL’ignota morte appar. Come da morteVivendo rifuggia, così rifuggeDalla fiamma vitaleNostra ignuda natura…9 Se è dunque vero che questo libro dei vivi è scritto col linguaggio dei morti, acquistano senso le parole di una supplica orgogliosa in cui a braccia aperte si chiede finalmente lo svelamento, la fine della menzogna: a te che credi ancora al tuo cielochiedo se davvero ami me anche dopo il male questo e quello ancora a venire nelle ore e nei secoli tentati presenti e infiniti davvero posso solo stare a braccia aperte adesso ininterrottamente per disciplina e furore del commiato davvero sono solo padre e scempio resistenza e segno pazienza e denti maceria dimmi ce la faccio a restare ancora non mentire ora ho figli miei devo continuare (p.40) Così i morti possono immaginare a vivere e i vivi a morire; ma nel segno di una innocenza, di una naturalezza; come se la morte e la vita fossero solo stati naturali, destinati a usare la stessa parola del desiderio e dello sconforto; di una eterna malinconia dell’essere; ma svelata, dichiarata. Anche se il libro è costruito tutto nell’eco di una parola dura, refrattaria alla consolazione, lascia intravedere larghi spaccati di questa malinconia. La bile nera, lo spleen romantico, o l’alterazione patologica descritta dagli psichiatri, sono in realtà la diretta conseguenza di uno stato della coscienza che riguarda piuttosto la lucidità, la capacità di guardare le cose senza sotterfugi. Come le mummie di Federico Ruysh. Esse descrivono un’intuizione, non un rimpianto; questo viene dopo, ma è mitigato da questa certezza che le cose continuano nella carne del corpo e nella carne della parola; che la carne che diamo ai figli è anche la ferocia della parola che nomina Bene e Male, ne indaga la frattura, la zona d’ombra e la sua luce. E’ un libro che vuole parlare dei vivi, indicando loro la via di un pensiero non confessionale, nutrito della forza della terra. Ma anche dei riti degli uomini, gli antichi riti che, lungi da ogni folclore, sono alimentati più dalla forza metaforica del gesto che della parola – perché attraverso il gesto, la potenza del gesto, si esprime una parola silenziosa e potente – Parole mancate per esprimere l’inesprimibile: “allora sale furioso e non lo nomino il pianto”, (p.31); “non vieni tu il taciturno iddio del giorno sordo”, (p.31); “la verità con cui ti stringo nei nostri mattini non ha nome in nessuna vita”, (p.32). Molti versi ci dicono di questa approssimazione a dire, di questa impossibilità a definire totalmente qualcosa che rimanda al segreto, alla potenza del gesto. E’ corteggiata la ricerca del duro apprendistato nella vita, che poi si fa letteratura scegliendosi una forma. La parola abbandona il testo; non perché lo lascia senza senso, ma perché il testo si senta orfano dell’inganno della letteratura, il quale consiste nell’illusione di sapere tutto quello che vogliamo dire. Lo scopo del libro dei morti era quello di poter parlare con le entità utilizzando la voce nella sua più alta potenza metaforica; la voce dei vivi, come il canto di Orfeo che seda i morti. Si riconosce così ad essa, il potere magico che unisce vivi e morti proclamando, sostanzialmente, l’unità dei regni. Ma in un’epoca in cui il regno delle ombre è diventato il simulacro dell’impossibilità della mente a capire, quale parola nuova può esprimere totalmente il dolore del mondo, lo smacco di questa ignoranza, di questa impossibilità a conoscere fuori da ogni fede? “hai visto le mani dell’ucciso le scure obbedienze dei padri senza viso piegati a cancellare tracce di ogni scempio sacerdoti a cui non costruiranno un tempio”, (p.32) Viene addirittura proclamata una condanna imperitura: “se questo è morire o divorare morte e neanche più l’inferno da pregare e i vermi dentro appena nati da portare a compimento battezzati nel nome di un padre e di una madre per sempre da scontare”, (p.32) Questo è ancora il nostro stato: essere abbandonati, ma non nel nulla e nell’assenza, ma in una presenza costante e lontana del padre che ci obbliga a un’affermazione forte, a un atto storicamente rilevante, dichiarato: essere qui e ora. Perché la Storia non insegna nulla. Essa ha i suoi limiti proprio nella descrizione degli eventi i quali celebrano la vanità della ripetizione, l’assenza di senso del dolore e del sangue. Stefano Massari ci suggerisce il ruolo di vedetta silenziosa per arginare il pericolo del mare che porta le navi dei nemici, e per ricostruire i confini. Cerca uno stare, si affida all’acqua delle madri che è ferma: “ferme le armi degli alberi, la casa ha vene calme ora respiro caldo regolare”, (p.31). Avverte il pericolo imminente, “arrivano lingue scorsoie incessanti da nord pronte le tombe coi nervi bambini pronta la bocca del crollo”, (p.31) Con coerenza questo linguaggio, nella ricerca di una forma, di un suo punto di equilibrio che non sacrifichi il senso sull’altare della modernità, riconosce la scorza dura dell’origine, dove i sensi sono ancora sporcati dalle immagini e le immagini chiedono alla parola un significato condiviso che le consegni al mondo. Conscio che l’andare a capo non può essere affidato ad alcun automatismo, la poesia/prosa di Stefano Massari cerca una sua autonomia, un suo procedere e costruirsi nel tempo presente del sentire, l’unico vero tempo in cui è data la possibilità di una parusìa, la luce abbagliante di una qualche rivelazione. Non nella descrizione classica di un rapimento, ma nella luce già trascolorata che la segue; come quella stupendamente descritta dal Caravaggio sul corpo del cavallo nella conversione di Matteo. Avvertire questa luce vuol dire, appunto, stare in vedetta, a contatto col mondo; “esprimere il pericolo/ed essere fedeli al visibile”.10 Questa poesia/prosa è solcata da fratture, pause, come un trascorrere che non nega il grumo, il balbettamento, ma piuttosto lo include e lo illumina nel tentativo di dargli senso, di porlo agli uomini come esperienza. Nel “fare” poesia oggi, siamo costretti a pensarla nel modo tutto particolare di un pensiero che si dà forma nel quotidiano, nel diario dell’accadere. Senza certezze, prese di posizione, automatismi, narcisismi, ma con molto coraggio. Senza passato e senza futuro, la parola è così costretta a segnare le pietre miliari, le soste, i buchi dentro i quali cadiamo. Perché forse il libro soffre tutto del tentativo di sottrarsi, non attraverso un pensiero, ma attraverso il corpo tutto, alla tradizione che ha alimentato l’idea che il dolore sia necessario per approssimarsi a Dio. In questo stato di completa fratellanza col mondo, le tappe del nostro cammino ci appaiono in una luce nuova: il dolore non è più un impegno dovuto ma uno stato naturale dell’essere. A questo punto si realizza il miracolo di un senso che congiunge gli opposti, e forse percepiamo un pensiero che non è più solo nostro: mia figlia mi insegna a ballareil tempo suo incerto contro il mioesatto ma fermo fa male la schiena sua fiondacontro quella dei mortiche torna fa male Qui due tempi si scontrano, quello del padre e quello del figlio, quello dei vivi e quello dei morti. Schiena contro schiena; l’impossibilità, di questo padre, di stare eretto, di reggere il destino del mondo attraverso la responsabilità di occuparsi del figlio. Un padre in pericolo, perché in questa danza è in ballo la comprensione e la scelta: tempo incerto o tempo esatto ma fermo? E ancora: cinque del gennaio dopodio fa la guerra a dio io intanto cado non credoe devo restare domani avrò un’asciadomani non posso moriredomani terrò ancora apertele braccia Urgenza di conciliare e conciliarsi, di trovare causa e conseguenza, di tenere ancora aperte le braccia. Ed ecco un pensiero che non spiega la sua partenza, che si offre, monco, come conseguenza di una causa che evidentemente non ci viene spiegata. “perché mio figlio nasceva e io non morivo questa la fede più dura”, (p.45). Cosa precede quel “perché?”. Qualcuno ci ha parlato e noi non l’abbiamo sentito? Il silenzio non è una terra vuota, ma un confine che alimenta il testamento della speranza. Una formula magica, un sortilegio al posto di un nome – quello del defunto – recentemente ritrovata sulla parete di una tomba etrusca. En thui ara enam: non fare nulla qui. Quel “qui” si riferisce al luogo dei morti, presso il quale è possibile solamente offrire sacrifici. E’ un avvertimento per chi ha intenzione di calpestare la sua sacralità. E’ la terra della distanza, della lontananza dai vivi, dove ogni fare umano non ha senso. Nello specchio della modernità se non è possibile una riconciliazione, la gioia del mangiare il pane insieme, ai morti rimane la fermezza, quell’essere dolorosamente fedeli all’invisibile. Ad essi si contrappone lo sconquasso del mondo e della parola che non lo sa nominare: “allora sale furioso e non lo nomino il pianto ma sale da tutte le ossa delle cose del vivente e stanno i centrali muti a mani coperte ogni mare si apre la pelle la luce diventa pietra immane ogni coro animale fa il suo passo obbediente la terra diventa paura scende“, (p. 31)
1 Testi religiosi egizi, a cura di Sergio Donadoni, Tea
2 La costruzione del verso e altre cose, un blog di Gianfranco Fabbri
3 Ibidem
4 Ibidem
5 Il poema di Gilgamesh, Giovanni Pettinato, Rusconi Libri 1992
6 Ibidem
7 Davoli vostri, un blog di Filippo Davoli
8 La costruzione del verso e altre cose, un blog di Gianfranco Fabbri
9 Operette morali, Giacomo Leopardi
10 Ivan V. Lali?

il cristianesimo non poteva fermarsi sull’urlo della croce, perchè l’annuncio è un annuncio di vita e non di carne morente. se la croce fosse stata l’ultimo passo non ci sarebbero state altre parole. in questo caso le cose sarebbero andate diversamente.
vero è che oggi è difficile parlare di risurrezione, ma il messaggio cristiano parte da lì: da un sepolcro in cui si può entrare per uscirne vivi. una tomba vuota è l’ultimo silenzio di Dio,la sua ultima parola.una tomba vuota è la domanda che Dio pone all’uomo:
non è qui dice l’angelo alle donne,
non è qui è scritto sulla pietra nel sepolcro in terra santa. non è qui
ma dov’è?
nel vangelo di Giovanni solo del “discepolo che egli amava” si dice che entrato nel sepolcro vide e credette. ma credette ad una tomba e ad un tomba vuota.
tutto questo non elimina la carne, non la sofferenza, non i segni dei chiodi nel corpo risorto.
non elimina il dolore, non elimina la domanda:perchè?
ma apre alla ricerca di una luce di speranza. perchè un padre ancora dona vita? perchè far nascere chi deve poi morire?
la lotta si gioca sulla scelta di fronte a quella tomba vuota.
se non c’è risurrezione, dice s.paolo, allora mangiamo e beviamo perchè domani moriremo.
elena f.
Stefano è poeta e uomo degno, merita tutto il nostro appoggio.
Ammetto che mi fa un po’ effetto vedere citate nelle note bibliografiche i blog, i siti, segno dei tempi direi…Ciò nulla toglie al bel saggio di Sebastiano Aglieco e alle poesie di Stefano Massari del quale ho apprezzato entrambe le raccolte!