Vivalascuola. “Prufissuri, ma di che legalità va parrannu?”

Alte cariche dello Stato che flirtano con minorenni, un premier corruttore, il potere esecutivo che offende quello giudiziario, trattative fra Stato e mafia, collusioni tra politici e camorra, governatori e politici dalla doppia vita, amministratori che incitano al razzismo, stili di vita che disprezzano la precarietà lavorativa ed esistenziale di questi anni…

Esempi per i giovani
di Pasquale Almirante

Le cronache che da qualche giorno stanno infestando le pagine dei maggiori quotidiani italiani, oltre agli affaire erotico-privati (che tuttavia hanno correlazioni perfino col più vecchio mito e la più vecchia storia) dei vari presidenti, riportano il convitato inquietante della cocaina che pare girerebbe dentro il Palazzo a fiumi, ma che a noi serve per riflettere soprattutto in funzione del suo rispecchiarsi dentro la scuola.

Si tratta, benché molti fra i maggiori quotidiani nazionali inoculino certezze, di sospetti, ma il messaggio che comunque passa fra i ragazzi è sicuramente pericoloso e a subirne le conseguenze sono sia quei professori seri che in materia di droga mettono il massimo di impegno, sia le famiglie che alla scuola demandano parte di educazione alla salute. Se infatti a livello delle massime istituzioni dello Stato si insinua il sospetto che la cocaina, e con ogni probabilità pure altre sostanze stupefacenti, viene regolarmente usata a beffa di tutte le leggi che lo impediscono, quale impatto può avere questa notizia, anche se falsa e tutta di dimostrare, su ragazzi in età evolutiva compresa far i 13 e i 18 anni? E non solo, ma con quale autorevolezza potrà mai un insegnante educare a non consumarla, quando nei cosiddetti droga party sono coinvolti pure personaggi potenti e personalità di sicuro spicco?

Intanto i giovani, più che ai predicozzi che tutti sanno fare, guardano ai comportamenti degli adulti, ai loro esempi che poi diventano modelli di vita su cui si impianta il futuro. Non andando troppo lontano, Socrate coi suoi allievi amava dialogare e non fare comizi, e quando ci fu di scegliere tra la fuga dalla legge e il suo rispetto non ebbe dubbi e venne ucciso, ma lasciò l’esempio cosicché le sue parole divennero montagne su cui anche Sant’Agostino edificò fortezze.

Se si prescinde dunque dai comportamenti allora tutto diventa inutile e qualcuno dovrà spiegare ai giovani della scuola, che per emulazione o per mera trasgressione sniffano o fumano le droghe, perché dovrebbero non farlo quando perfino pezzi importanti dello Stato, quelli che scrivono le leggi e ne pretendono il rispetto, la usano con disinvoltura?

Ma i ragazzi sanno ragionare pure coi commenti più comuni dell’opinione pubblica (della quale fanno parte anche i professori), secondo cui tutti i politici sono uguali, sia nella rapina convinta dello Stato sia nella violazione delle legge, che va dalle raccomandazioni all’abuso e ora pure all’uso di certe sostanze, e non solo perché possono permetterselo, in qualità di potenti e quindi quasi extra legem, ma anche perché hanno soldi che invece a loro mancano. Capovolgendo l’ottica, ci chiediamo ancora: quale credibilità può avere allora un insegnante che cerca di dissuadere i ragazzi dall’usare droghe nel momento in cui personaggi illustri della classe politica sono sospettai di esserne stabili fruitori?

Ed ecco allora che ai loro occhi il prof. scrupoloso rischia di apparire o come un bacchettone moralista oppure come colui che vive in un mondo tutto suo nel quale quello dei giovani è solamente il guizzo di qualche ombra. Scaviamo ancora. Prendiamo un docente che abbia una grande ascendenza dentro la classe, cosa potrà fare se non aprire un dibattito, nel tentativo soprattutto di capire come leggono la notizia i ragazzi? Ma fatto questo, cosa può offrire la scuola in alternativa? Trovare forse qualche appiglio (quale?) per evitare che gli scolari si fermino cogli spacciatori che bivaccano davanti alle scuole o dentro alle discoteche? E che tipo di parole sussurrare se non quelle solite e suffragate dalla giaculatoria che per ciò perdono spessore?

La scuola vive ancora di parole, mentre avrebbe bisogno soprattutto di modelli credibili che gli insegnanti riescono sempre meno a offrire, proprio perché i prototipi sono altri: quelli televisivi e quelli che giornalmente i giovani colgono nella giungla della città e dei quartieri degradati dove il termine legalità è solamente un suono, una parola, un sussurro con poco significato.

La sfida che la scuola ha davanti a sé, non è solo di imbrigliare la cultura dentro i cuori dei ragazzi, ma di combattere la retorica delle parole e di proporre esempi credibili e verificabili sul campo. Forse per questo, quando degli alunni furono invitati a partecipare a un corso sulla legalità finanziato dalla Regione, uno di loro disse, in perfetta lingua siciliana e col braccio proteso e saltellante sull’interrogativo: “Prufissuri, ma di che giustizia e legalità va parrannu?”.

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Riabilitare il presente
di Goffredo Fofi

Si riabilita il presente… facendo noi per primi ciò che è giusto fare, momento per momento. Facendo ciò che ci è possibile fare e, quando è necessario, anche l’impossibile. Cercando la coerenza tra il dire e il fare, facendo interagire tra loro la teoria e la pratica… Insistendo sul legame assoluto tra i fini e i mezzi di cui ci serviamo per il loro raggiungimento. Non chiedendo agli altri quello che non siamo disposti a dare anche noi. Non disprezzando nessuno, ma esigenti con se stessi e dunque autorizzati a esserlo anche con gli altri…
(Goffredo Fofi, Da pochi a pochi, pp. 150-151, Elèuthera 2006)

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Materiali

La lezione dei maestri
di George Steiner

… si è sostenuto che l’unica licenza onesta e verificabile per l’insegnamento, per l’autorità didattica, si ottenga grazie all’esempio. L’insegnante dimostra allo studente la propria comprensione del materiale, la sua capacità di eseguire l’esperimento chimico (il laboratorio ospita dei «dimostratori»), o di risolvere l’equazione sulla lavagna, o di abbozzare dal vivo il modello in gesso o il nudo nell’atelier. L’insegnamento esemplare è una messa in atto, e può essere muto. Forse deve esserlo. La mano guida quella dell’allievo sui tasti del pianoforte. L’insegnamento valido è ostensibile. Si mostra. L’«ostensione», che tanto interessava Wittgenstein, è inscritta nell’etimologia: il dicere latino, che significa «mostrare», e solo più tardi «mostrare dicendo»; l’inglese medio token e techen con le sue connotazioni implicite di «ciò che mostra». (L’insegnante, in fin dei conti, non sarà forse uno showman?) In tedesco deuten, nel senso di «indicare», è inseparabile da bedeuten, «significare». La contiguità costringe Wittgenstein a negare la possibilità di ogni istruzione testuale onesta in filosofia. Rispetto alla moralità, solo la vita effettiva del maestro ha forza dimostrativa; Socrate e i santi insegnano mediante la loro esistenza. ?
(da George Steiner, La lezione dei maestri, p. 9, Garzanti 2004)

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La “pedagogia dei maestri”
di Emilio Varrà

La prima esigenza mi sembra quella di riattivare una “pedagogia delle passioni”, costruita non sulla convinzione che una passione sia insegnabile, ma che la si possa esibire, mettere in qualche modo a servizio dei ragazzi, perché ne sentano l’energia e possano a loro volta mettersi in ricerca. Avere una passione, o tentare di trovarla, è un processo che immediatamente ripristina un legame con il tempo perché riattiva il desiderio, la curiosità, la visione del futuro. E’ un nuovo slancio verso l’utopia, perché ogni passione vive della corsa verso il raggiungimento, piuttosto che della soddisfazione. L’oggetto della passione non è influente, quello che conta è trovarla:

Avere una vocazione, una passione, è una felicità pericolosa ma senza fine; è la più grande fortuna che si possa avere al mondo. Il grande artista, il grande atleta, e anche noi che non siamo artisti, conosciamo questa sete d’assoluto, la sete che ci divora.
(Gerge Steiner, Ragazzi, qui ci vuole passione, in “La stampa”, 10 dicembre 1998)

Questa sete costringe ad una ricomposizione dell’esistenza: ogni azione o decisione non si ferma più al momento presente, non è inerte, ma assume una tensione vettoriale, conta per quello che provocherà. Ma è in questo porsi in prospettiva che si valorizza anche il qui e ora, perché gli si dà una direzione e una finalità. Diventa così necessario riattivare immediatamente un atteggiamento strategico, comporre un gioco lento di costruzione che può dare forma a un’intera esistenza.

Ma non sempre una passione si trova spontaneamente, anzi sono rari i casi di questo tipo. Molto più spesso essa nasce per imitazione, per contagio, perché si è incontrato qualcuno che ce l’ha. Ecco allora un’altra urgente strategia di intervento: la “pedagogia dei maestri”, intesi qui non come categoria professionale, ma come maestri di vita. La figura del maestro, con la sua storia, la sua esperienza, la sua età radica lo slancio della passione nel passato, ricomponendo così pienamente le tre categorie del tempo. Un maestro ha prima di tutto il dovere di raccontare, di porsi a modello, non importa se da accettare o rifiutare, di lasciare il proprio percorso in eredità. Per quanto sia sempre più pronunciata la frattura fra le generazioni, con un senso crescente di incomunicabilità, i ragazzi sono ancora immediatamente capaci di riconoscere chi può essere utile alla loro crescita.

Ecco che allora il loro distacco, l’indifferenza, il senso di rinuncia sono silenziose accuse a noi adulti, sempre più incapaci di accettare una responsabilità educativa, smarriti fra impegni, frustrazioni e giovanilismi d’accatto.
(Emilio Varrà, Il tempo della pedagogia, in Prima educare, pp. 58-59, edizioni la meridiana 2008)

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“Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”
di Vittorino Andreoli

Forse è bene che tu insegni loro [gli allievi] quanto Brecht pensava: una società di eroi è debole perché non permette che tutti siano protagonisti, e allora educali a diventare protagonisti nella società e a continuare a farlo nella classe dove ci si afferma essendo parte attiva dentro un gruppo e per il gruppo, controllando narcisismo, voglia di sedurre, di primeggiare e di farlo in maniera fuori norma.

Anche le ragazze sovente diventano eroine, mostrando di essere più grandi di quanto l’età non attesti e compiendo cose che dimostrano una triste immaturità e persino un grande infantilismo. Eroine che buttano via il loro corpo, non solo prostituendolo senza saperlo, ma anche attaccandovi ogni cosa, distruggendolo pensando di abbellirlo per poi, più avanti nel tempo, non trovare più niente, solo macerie.

Bisogna insegnare ai tuoi allievi che la grandezza non sta nell’eroismo ma nel senso della propria esistenza e quindi in ciò che si vuol progettare, ed ecco di nuovo il futuro, poiché senza questa dimensione non c’è spazio per i progetti. La scuola ha bisogno di proiettarsi lontano perché una scuola dell’attimo presente è solo uno spot pubblicitario, magari diverso ma sempre menzognero.

Il terrore che il tempo presente ha della normalità è la sua grande follia. Non è un’affermazione giocata sul gusto delle parole e di un paradosso, ma la sconvolgente percezione che tutti vogliono avere qualcosa che li caratterizzi in maniera netta e nessuno accetta di avere come esempio il proprio padre o il proprio nonno, e non tanto per la condizione culturale o sociale raggiunta, ma per la severità manifestata, per la coerenza mai tradita, per la fedeltà ai princìpi e anche ai legami affettivi, alla storia personale piccola che non entra nei testi della grande storia, ma è piena di senso, certo più delle grandi guerre che i libri celebrano e raccontano, con tanto di eroi e monumenti alla memoria.

La voglia dello strano, dello strepitoso, dell’inatteso mette in ombra quella normalità che è anche costruzione di una identità, di una personalità fatta di coerenza e di princìpi rispettati e anzi difesi talora “eroicamente” con quell’eroismo che non ammette il compromesso e l’ingiustizia.

Oggi tutto spinge verso la flessibilità, il cambiamento, non solo degli affetti ma anche delle idee, e la coerenza sembra rigidità, incapacità di vivere in un mondo che muta rapidamente. Come se le metamorfosi fossero necessarie a vivere e non servisse più un volto come filo conduttore dell’esistenza. Meglio le maschere che hanno colori diversi e nuovi a seconda delle stagioni e degli stimoli a cui ci si deve adeguare per non essere dei perdenti e degli esclusi.

Insegna ai tuoi allievi l’importanza della identità perché non si perdano, non smarriscano ogni riferimento stabile e la capacità di giudicare eticamente i comportamenti e le azioni. Non il carino, ma l’onesto oppure l’immorale.
(Vittorino Andreoli, Lettera a un insegnante, Rizzoli 2006)

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“L’amore alla vita genera amore alla vita”
di Natalia Ginzburg

… Ma se abbiamo noi stessi una vocazione, se non l’abbiamo rinnegata e tradita, allora possiamo lasciarli [i nostri figli] germogliare quietamente fuori di noi, circondati dell’ombra e dello spazio che richiede il germoglio d’una vocazione, il germoglio d’un essere. Questa è forse l’unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro di qualche aiuto nella ricerca di una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione: perché l’amore alla vita genera amore alla vita.
(Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, pp. 127-128, Einaudi 1998)

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Due segnalazioni: un discorso di Barbara Spinelli e un libro di Alessandro Ferrara.

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Un appello di docenti per la scuola pubblica.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

La mappa della protesta qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

13 pensieri su “Vivalascuola. “Prufissuri, ma di che legalità va parrannu?”

  1. alex cartoni

    Nella relazione educativa c’è un rapporto a due sensi, alla fine quello che impara davvero è l’insegnante. Qualcosa sull’altro che ha davanti, sui propri limiti e sulle effettive necessità di rimettersi sempre in discussione e in cammino verso la relazione stessa. E su questo siamo d’accordo. Tuttavia non si può prescindere dal contesto stesso in cui la relazione si dovrebbe produrre, cioè la scuola. La scuola, il contesto, scolastico, mi si consenta di dirlo, non è più un campo sgombro e virtualmente fecondo di potenzialità, ma è già saturato (e suturato), e in fondo reso “inerte” dalla cornucopia di informazioni, attività, codici, comportamenti, strutture, vincoli, che ne minano la sua antica vocazione. Tant’è che all’insegnante alla fine si offrono due strade obbligate: o il conformismo con quello che ciò comporta , oppure la testimonianza esistenziale-culturale (quindi politica) con quello che essa comporta in termini di “spesa” della propria persona e individualità. I maestri che hanno parlato più sopra hanno vissuto una scuola diversa, calata in una società anch’essa diversa, magari più dura, violenta o addirittura liberticida. Ma non avevano a che fare con questo “fascismo bianco”, con questa “barbarie dolce” che insinua il culto dell’obbedienza, del profitto e della efficienza, fin negli strumenti e mezzi della valutazione, fin nella scelta di alcuni contenuti, attività o progetti obbligatori. Fin nello stile di comportamento e nell’aria falsamente “progressista” che si respira nei nostri istituti. Qualcuno mi dice: “ma nell’aula nessuno può impedirti di essere qullo che sei e di portare quello che sai”. Va bene ma ti aspetteranno di fuori, ai consigli di classe, riusciranno col silenzio e il ghigno, (oppure il terrore sottile) a deformare quello che hai fatto, detto o prodotto. Ti metteranno in condizione di non nuocere. Perché il loro è un progetto, e tu hai solo la tua vocazione (se ti è rimasta). Ai ragazzi bisognerebbe dire la verità.

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  2. michele lupo

    Nel romanzo L’onda sulla pellicola, uscito per Besa editrice nel 2004, raccontavo il mondo delle scuole private in Italia. E’ un mondo che ho conosciuto da vicino, avendovi lavorato nei primi anni Novanta. Quando iniziai a scrivere il libro pensai che questi esamifici (compresi quelli cattolici) fossero una specola interessante da cui guardare a questo sciagurato paese che siamo diventati. Purtroppo, mi ero sbagliato per difetto di pessimismo. In meno di vent’anni l’incultura aziendale, oltretutto spesso farlocca quando è italica, ha segnato anche la scuola pubblica, ossia la cosa pubblica nel suo insieme. Stessa ferocia mista ad approssimazione. L’illegalità, nonché il disprezzo per qualsiasi forma di moralità, vi sono bandite strutturalmente (altro che meritocrazia). Agli pseudostudenti del paghi uno e prendi te si assicura la promozione, gli insegnanti constestualmente al contratto si fa firmare la lettera di licenziamento.
    Saluti
    michele lupo

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  3. lucy

    una segnalazione dalla rubrica “per posta” di michele serra nel venerdì di repubblica del 30 ottobre u.s.:

    “Gentile Serra, quella di Repubblica contro B. è una battaglia persa, definitivamente. Le mie allieve di una classe quinta professionale, ragazze fresche, gentili, apparentemente ingenue, hanno scoperto, grazie a Santoro, la vicenda delle escort e Berlusconi è diventato il loro eroe. Si è spalancato un mondo di meravigliose opportunità che non avevano finora preso in considerazione. In breve: è fantastico per loro, che faticano a leggere e comprendere un libro di testo di storia o di economia, scoprire che esiste un uomo di potere che, in cambio di un orgasmo, ti candida in Europa. Hanno detto: tutti vanno a puttane, anche i comunisti, se poi B. le candida anche è semplicemente più generoso dei suoi avversari.
    Cerchiamo tutti quanti di far capire alla Gelmini che è questa l’idea di meritocrazia che sta conquistando la fantasia delle fanciulle. IO continuerò orgogliosamente, ostinatamente a dichiararmi moralista” Margherita Simonetta
     
    segue risposta di m.s.:

    “Lettera terribile, perchè implacabilmente lucida. Ma ho il fondato sospetto, gentile professoressa, che lei ometta di riferirci (per pudore) quanto le attraversa il cuore vivendo a stretto contatto con le sue fanciulle.
    Le dirò, allora, quanto è capitato a me leggendo le sue parole: breve scoramento e subito dopo un sentimento di profonda tenerezza, protezione, responsabilità di fronte a quelle ragazzine. Il loro universo emotivo non può essere miserabile e conformista come il loro giudizio sulla vicenda dimostrerebbe. La loro parte “buona”, e perfino quella “cattiva”, è sicuramente più densa, e ricca, e irriducibile della caricatura di vita sessuale proposta alla Nazione dalle gesta del signor B. e della sua corte. Le loro speranze, le loro ambizioni, non possono accontentarsi di questo piatto di lenticchie: e sono sicuro che lei per prima, cara Margherita, non accetterà che le sue alunne si facciano fregare prima ancora di avere cominciato la loro gara.
    Noi “moralisti” tendiamo a dire cose edificanti, tipo “devi essere più onesto, più buono, più rispettoso”. In casi come questi, forse funziona meglio un altro tasto: dica alle sue alunne che la parte loro riservata, in questo gioco di ruoli, è quella delle comparse. Dica loro che, una per una, sono molto più importanti di Berlusconi (e infinitamente più giovani, dunque infinitamente più potenti: e Berlusconi lo sa benissimo, per questo si circonda di ragazzine). Dica loro che devono pretendere la Luna, non accontentarsi dei ninnoli. Che devono comandare, non obbedire. Stia vicina alle sue ragazze: per quanto stordite, per quanto domate, non meritano di firmare un contratto così svantaggioso con la vita”

    la risposta “creativa” di michele serra, la proposta di cominciare dal niente che a volte abbiamo, dalle cose guardate da una prospettiva rovesciata, mi diverte e mi sprona. fascismo bianco dici, alex? e io rispondo bianco: mi sottraggo, non faccio parte più di nessuna commissione (sempre partecipato pochino a certi giochini, a dire il vero), vado in classe, lavoro come una matta, al mio solito, ma solo con i ragazzi, con loro, per loro. e lo dico. e d’ora in poi, fin che sarà possibile, farò solo quello in cui credo. per esempio sono una patita di tango argentino: e giovedì comincio con ben 32 studenti (da non credere!) un corso base di tango, con ascolto della musica, e anche un po’ di storia di quello che è stato dichiarato patrimonio dell’umanità. io mi metto in gioco sotto una luce diversa e gli alunni altrettanto. mi pare una cosa serissima.

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  4. Giorgio

    Grazie ad Alex, Michele e Lucy.

    Lucy, impressionante la testimonianza dell’insegnante e bella la risposta di Serra. La condizione di queste ragazze mi fa venire in mente le parole del Lisander nazionale: “Tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi”.

    Il post nasce proprio dall’avvertire drammaticamente la stessa situazione denunciata dalla lettera al “Venerdì” e dall’intervento di Alex. Bisogna trovare risposte e forme di resistenza: ben venga la pedagogia dell’esempio, ben venga il moralismo creativo, quello della risposta di Serra e quello del corso di tango.

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  5. Anna Maria

    Vero, ai ragazzi va detta, sempre, la verità, ma è necessario in prima battuta dare loro gli strumenti per leggere la realtà. Questo è più difficile, ma non è un’impresa disperata. Chi nelle aule scolastiche affronta la verità e la ricerca della verità anche nella lettura dell’attuale ‘rischia’ l’attenzione e la ricerca del senso degli studenti. Cito Mario Ambel, che a Catania, nel corso della sua relazione al seminario nazionale Lend, ha affermato: “La comprensione è un fatto complesso, ma la lingua ci permette di vivere al di sopra delle nostre possibilità”. La sua rilettura dell’orazion picciola qui:
    http://www.memorbalia.it
    va letta come un invito a chi in classe entra ogni giorno.
    Un grazie a Giorgio per gli spunti di riflessione.

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  6. fernirosso

    gandi diveva insegnare ad una bambina la moderazione nel mangiare dolci e lui era golosissimo docli.Alla madre che gli chiedeva di parlare alla ragazzina rispose che, prima di farlo, avrebbe dovuto mettere se stesso in moderazione e solo dopo avrebbe potuto parlarle.f

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  7. alex cartoni

    Giusto Lucy. “Tango contro”… mi iscrivo anch’io, che so ballare solo il punk, che, appunto, non si balla.
    Certo che la latinista che insegna Tango proprio non me l’aspettavo.

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  8. lucy

    dolcerivoluzionaria: ma senti che nick c’ha mia figlia! se scrivo dal suo computer mi dimentico di loggarmi.
    sono lucy, con una figlia dolce e rivoluzionaria!

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  9. alex cartoni

    Però…una famiglia sorprendente. Di questi tempi se ne trovano pochine…di famiglie… e per di più interessanti.

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  10. michele lupo

    mi si segnala qualche refuso di troppo nel post del 2 novembre (perdonate, ho la febbre) . ciò che avevo in testa era questo:
    L’illegalità, nonché il disprezzo per qualsiasi forma di moralità, sono strutturali (altro che meritocrazia). Agli pseudostudenti del paghi uno e prendi tre si assicura la promozione, agli insegnanti constestualmente al contratto si fa firmare la lettera di licenziamento.

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