
di Alessandro Cartoni
Questo piccolo romanzo di Amélie Nothomb del 2000 oltre che essere un capolavoro di grazia crudele, utile quindi ad orientarsi in tempi terrificanti come i nostri, ha l’indubbio pregio di non essere rivolto a nessuno in particolare. Ed è appunto questa sua natura aperta e universale a renderlo un prezioso strumento di pedagogia negativa. In effetti potrà essere letto, a seconda delle esigenze, come un romanzo filosofico, oppure come una storia aziendale, o anche come un testo etnologico, o più semplicemente come la narrazione, pressoché autobiografica, di un segmento esistenziale della vita dell’autrice. Non a caso la protagonista si chiama Amélie, anzi per l’azienda giapponese Yumimoto dove lavora con un contratto a termine, è Amèlie-san.
Dunque Amélie è un’occidentale nata in Giappone, affascinata dalla cultura giapponese che ha l’improvvisa “fortuna” di esser reclutata dalla più importante impresa di import-export del paese. Per lei è il raggiungimento di un sogno, la possibilità di entrare a far parte di una squadra di cervelli e personalità motivate, brillanti e capaci. Nel suo sogno Amélie ha tutto da imparare e la motivazione giusta per farlo. La realtà tuttavia si rivela subito diversa dalle aspettative, quello che le si propone è un protocollo rigido di umiliazioni, angherie e declassamenti. Nella logica gerarchica dell’azienda Yumimoto, esempio spendente di disciplina, efficienza ed efficacia, Amélie concentra nella sua persona due difetti praticamente insormontabili: è donna ed è occidentale.
Queste due tare, unite al suo desiderio illuminista di comprensione, saranno all’origine della sua vertiginosa discesa di tutti i gradini della scala aziendale: da interprete maltollerata, a ragioniera incapace, a esperta di ochakumi (la cerimonia del tè) fino a guardiana dei cessi, in un crescendo di situazioni esilaranti, assurde e crudeli.
– Ma se è proprio per la mia conoscenza della vostra lingua che la Yumimoto mi ha assunto
– Non importa. Da adesso le ordino di non capire più il giapponese
Colpiscono al cuore le pagine splendide sulla vita giapponese e la condizione della donna, costretta a vivere in una cattività sociale e familiare senza scappatoie.
Ti hanno imposto troppi calcoli perché tu possa amare. Se ami qualcuno è perché non ti hanno educata bene. I primi giorni di nozze, simulerai ogni genere di cose. Bisogna riconoscere che nessuna donna ha il tuo talento per la simulazione. Il tuo dovere è quello di sacrificarti per gli altri. Non credere però che il tuo sacrificio renderà felici coloro ai quali ti dedicherai. Servirà solo a non farli arrossire per te. Non hai nessuna possibilità di essere felice o di rendere felice
Ma il testo, nonostante l’apparenza, o forse proprio a causa della sua descrittiva ferocia, alla fine, funziona soprattutto come un grande manuale di libertà. Se la vittima si rassegna al suo destino di incapace, non rinuncia però alla sua umanità. Quando l’azienda tenta di iscrivere la sanzione sociale nelle emozioni, nel corpo e nella mente del dipendente, Amélie-san inizia i suoi esercizi di “defenestrazione”. Nelle pause di solitudine si pone di fronte alla grande finestra dei bagni femminili e immagina di cadere sopra la città recuperando con l’immaginario quella fetta di vita che le è preclusa.
Non mi restava altro che incollare la fronte al vetro e gettarmi dalla finestra. Sono la sola persona al mondo alla quale sia capitato un simile miracolo: è la defenestrazione che mi ha salvato la vita.
Dietro l’apparenza del toyotismo (spirito di squadra, motivazioni comuni, emulazione reciproca ecc) l’azienda svela il volto meduseo dell’istituzione totale: l’essere umano vi è attirato dietro la promessa del merito e della promozione sociale, ma la dura disciplina del silenzio, dell’obbedienza e della rinuncia ad ogni comprensione lo trasformano nel bullone infimo di un meccanismo arcigno, incomprensibile e muto. Dunque rileggere Stupore e tremori oggi, nel momento in cui le moderne teorie del management invadono non solo le aziende dell’Occidente ma anche la scuola e le vite dei cittadini, può essere un buon farmaco, un contravveleno che ci aiuta a rimanere uomini, che ci ricorda che vale la pena dedicare alla relazione umana il meglio delle nostre energie.
L’onore del resto, come ha dimostrato sufficientemente e tragicamente la storia del XX secolo, non si misura dall’obbedienza, né dalla capacità di annullare le ragioni individuali in più alte e improbabili ragioni di stato o collettive (o di azienda), ma dalla più semplice e difficile fedeltà a se stessi.
Come scrive Michela Marzano, che a questo problema ha dedicato uno studio serio e provocatorio: Onde evitare dunque che la dose di veleno assunto oggi, nella vita professionale e in quella privata, diventi letale, è necessario mettere ordine, dare un nome al disagio che proviamo di fronte ai discorsi dominanti che ci circondano e che a volte non riusciamo nemmeno a capire.

Molto interessante. Grazie a Giorgio, e a Alex.
“rileggere Stupore e tremori oggi, nel momento in cui le moderne teorie del management invadono non solo le aziende dell’Occidente ma anche la scuola e le vite dei cittadini, può essere un buon farmaco, un contravveleno che ci aiuta a rimanere uomini,” verissimo e sperimentato personalmente…
p.
Paolo, ho anche la tua “digestione” sulla scrivania, perché anche il tuo testo fa da riferimento. Grazie