
L’unto del Signore
Tien dietro all’ego
come la puzza
al sego.
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Posate
Nel posare le posate
le persone posate
posano?
*
Decreto Lunardi
Popolo coglione
i fari accesi
anche al solleone.
*
L’eterno femminino
Silvia, rammendi ancora […] ?
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Pedalò
Amante degli ossimori
inseguiva qualcosa
che appena nato
fosse già passato remoto.
Inventò il pedalò.
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Oblò
Obliato,
oblio
da un oblò.
Oblesse
oblige.
*
Il surfista
Riemerge fiero
e non lo nasconde.
Ne ha ben d’onde.
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Chi fa
Chi fa falla.
Ma non la farfalla
che strafa.
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Ligi
La missione per mansione?
La mansione per missione?
L’esser ligi
ha i suoi litigi.
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Ruine
Ruine e Ruini
non sempre i secondi
vedono le prime.
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Dossi
Leggere Dossi
addossati a un dosso
per sentirsi addosso
i paradossi.
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Ritz
Farsi un gin-fizz
al Ritz di Biarritz
sognando un blitz ad Alcatraz
col capataz di La Paz
conosciuto a St. Morìtz.
(da d’Avec, Oblò, LietoColle, Faloppio (Co), 2009)
*
Nota di Giorgio Morale
Immaginiamo il tempo sospeso e la chiusura dei giorni in cui viviamo. La dispersione, il disagio, l’usura e la fatica a vedere aprirsi un orizzonte, in un precipitare di cui non si vede la fine. Immaginiamoci immersi in quello spleen perenne in cui lo spirito del tempo “bas et lourd pèse comme un couvercle“. E poi immaginiamo versi che dell’Unto del Signore dicano ad esempio: Tien dietro / all’ego / come la puzza / al sego.
Allora abbiamo una scossa salutare a causa di quel cortocircuito della rima che d’un colpo demolisce la sacralità che stava attorno al “corpo del capo”: scadimento accompagnato felicemente dalla penna di d’Avec, con l’assonanza (dietro-ego-sego) e l’allitterazione (tien dietro), che fanno da inciampo e rallentamento, e con l’alternanza alto/basso del lessico (ego-puzza-sego).
Ma immaginiamo ancora che nell’Unto sia ravvisabile un personaggio che è sintomo e complice insieme del degrado e dell’asfissia di cui si diceva prima: in questo caso i versi ci dicono, come si suole dire con felice formula, come il re sia nudo e la poesia acquista la funzione politica della poesia comica e satirica di sempre.
E se immaginiamo anche che l’Unto non sia solo un fenomeno dei nostri giorni, ma pensiamo che nel corso dell’ultimo secolo ne abbiamo conosciuto più di uno, a confermare quanto dicevano fra l’altro Gadda e Sciascia del fascismo come tentazione perenne della storia italiana, allora la poesia diventa la sferza del “carattere italico”, e di una società e di una cultura.
Questo è un esempio dell’opera di demolizione che d’Avec compie in Oblò nei confronti di feticci e tic del nostro tempo, assunti come efficace metonimia per significare una società irrigidita e schematica a dispetto della sua proclamata “libertà”. Vediamo così succedersi nelle sue pagine Pedalò, Cucù, Telefonino a teatro, Moto, La televisione, Ritz, Conformisti, Il surfista, Lo sciatore filosofo, Il barman autodidatta, Donne in moto, Il critico d’arte… Oggetti e tipi tratteggiati a schizzo, con una lingua precisissima, tutta scatti e guizzi, e con la dovuta fulmineità di ritmo e con la distanza necessaria perché nel comico non s’insinui l’empatia che ne attenuerebbe la portata polemica.
Abbiamo versi che colpiscono come uno stilo (Popolo coglione / i fari accesi / anche al solleone), stigmatizzano il vuoto di certi rituali (Farsi un gin-fizz / al Ritz di Biarritz ), abbozzano aforismi (L’esser ligi / ha i suoi litigi), dicono la chiara consapevolezza della scrittura (il calamo / calamitò / calamità), o semplicemente divertono (Sono di Turro / aborro il burro) giocando con luoghi e identità (forse immaginarie, quando il non-luogo avanza?). E così questo Oblò, con la sua visuale deformante, si rivela una formidabile finestra sulla nave-Italia.
E se tutto questo ci trova lettori partecipi è perché assistiamo all’entrata in azione in noi stessi della funzione pragmatica del linguaggio, che ci chiama in causa a completare il detto con la nostra intelligenza, così che da passivi fruitori non solo diventiamo interpreti del testo, ma siamo anche spinti a farci attori e fattori di trasformazione. Allora ben vengano opere come questa, che danno forza al celebre: “Sarà una risata che vi seppellirà”.
(da La Mosca, n. 21, dicembre 2009)

Bello, una boccata d’aria buona (be’, insomma…) per rimettere in moto le meningi.
Nella seriosità delle patrie lettere queste cose sono misconosciute se non malviste, ed è un vero peccato.
Grazie e un saluto,
Roberto
bellissime rime, ricordano toti scialoja per i giochi paronomastici, i calembour, le rime equivoche, ma qui non ci sono solo giochi verbali: dentro l’apparente non-sense si cela un senso: altroché!
come tanguera aggiungo a “ritz”
ballando un tango col cachafaz
😀
giorgio: innanzitutto: grazie! e poi: questo è un libro che non conoscevo! 😉
mi chiedo se c’entri un poco anche Ernesto Ragazzoni
-); Per il resto condivido pienamente Roberto, gli epigrammi in Italia restano figli di un dio minore
“Popolo coglione
i fari accesi
anche al solleone.”
Acuti e spiazzanti questi aforismi, sintesi vorticose e giocose di sguardo e pensiero. Leggerezza e lavoro di meningi, come dice Roberto. Ricordano Toti Scialoja ma anche Giancarlo Tramutoli e Fausto Nicolini.
Grazie, Giorgio.
Giovanni
” L’eterno femminino
Silvia, rammendi ancora […] ? ”
Un sorriso che ci vuole ogni tanto. Grazie.
Grazie a Roberto, Lucy, Domenico, Viola, Giovanni, Nadia e a tutti quelli che hanno letto.
Sono contento delle vostre impressioni, anche io ho letto questi testi con grande divertimento. La prima volta che li ho letti, in famiglia, sarà per l’effetto sorpresa, sarà per l’effetto accumulo (leggevamo i testi uno dopo l’altro), sarà perché leggevamo insieme (e il riso è contagioso)… ci siamo fatti delle gran risate.
eheh, che bel veleno!
mio preferito finora “Ruine e Ruini”…
un saluto caro,
r