Appuntamento col mito

di Mauro Baldrati

Al cinema Lumière di Bologna, una sala della Cineteca, dove talvolta è possibile vedere film rari e dimenticati, c’è l’evento: James Ellroy è in tournée per presentare il suo nuovo libro, Il Sangue è randagio. Dopo una puntata in televisione, da Fabio Fazio, affronta i lettori dal vivo. Questo romanzo conclude la trilogia iniziata con American Tabloid (e continuata con Sei pezzi da mille), per me il suo capolavoro, un modello insuperabile di romanzo storico moderno, documentato, cattivo. Il sangue è randagio parla degli omicidi di Martin Luther King e Robert Kennedy, tornano i famigerati Hoover e Howard Hughes, Nixon, il crimine, la corruzione, la violenza, la politica lercia. Parla di “uomini duri e cattivi che si innamorano di donne forti”.

Sono sicuro che non ha perso un grammo di talento, né di aggressività, né di genialità nella rappresentazione del male non patinato, non rassicurante né compiacente: il male duro, banale in fondo, perché indifferente, noncurante, “normale”, proprio come scriveva Proust analizzando il sadismo della signorina Vinteuil; il buio senza luce, i cattivi senza redenzione né riscatto. I buoni assenti, oppure assassinati senza pietà, non appena iniziamo a schierarci dalla loro parte.
Il relatore è Carlo Lucarelli. Serve un nome di pesatura adeguata per il monumentale Ellroy, un nome che conchiuda l’evento. Carlo Lucarelli non sbaglierà. Non avrà cedimenti, né vuoti mentali.

La sala è gremita, come previsto. E’ nello stato delle cose, è la potenza del nome, del background mediatico. All’ultima presentazione cui ho partecipato, di una ragazza esordiente di nome Paola Ronco che ha pubblicato un bel libro dal titolo Corpi estranei, eravamo una dozzina.

Ellroy non è sul palco. Non ancora, è dietro la quinta. Carlo Lucarelli dice “ed ora, James Ellroy”, ma senza enfasi, non siamo a un concerto di Vasco, è pur sempre letteratura, c’è pur sempre la necessaria patina di polvere.

Ellroy esce dalla quinta, si avvicina a un leggìo col libro in mano. E’ un sessantenne alto, segaligno, rapato a zero, con gli occhiali, serio, con quel che di infastidito che la nostra fantasia di lettori adoranti recepisce come pienamente conforme al suo personaggio. Alle mie spalle qualcuno dice “grande!”.

Si vede subito che non è come da Fabio Fazio, dove era affabile e parlava abbastanza seriamente del libro, di se stesso, dell’America. Qui c’è il contatto diretto, c’è la sala stracolma. C’è l’energia brutale del live. Butta il libro sul leggìo con gesto brusco e qui parte la performance. Lancia un urlo, un altro, poi inizia a leggere con voce ora enfatica, ora spezzata dalla rabbia, dal dramma, dall’urlo post-apocalittico. Immediatamente mi vengono in mente i reading americani degli anni Sessanta, i beat, Ginsberg, Gary Snyder, Tuli Kupferberg, quando modulavano la voce, ne facevano uno strumento. Tutta gente di cui forse Ellroy neanche riconosce l’esistenza, visto che il suo unico riferimento è, dice, Don De Lillo, oltre a Beethoven.

E’ una performance molto interessante, e coinvolgente. Ha una bella voce, quasi da cantante, piena, elastica (qui un cortissimo della lettura bolognese). E’ l’incipit, “uno degli incipit” precisa Lucarelli, del libro.
Poi raggiunge il palco, butta il libro sul tavolo con lo stesso gesto brusco, infastiditito, ma di un infastidito eccessivo, sopra le righe, che genera le risate – richieste, e previste – del pubblico incantato dalla rockstar che fa i suoi comodi, che se ne frega, pare, di lui.

Carlo Lucarelli fa domande precise, talvolta derivanti da riflessioni sul suo lavoro di scrittore, che confronta con quello di Ellroy. Il quale risponde spesso con battute da showman, nonché venditore di se stesso (“comprate il mio libro per andare in paradiso!”), il tutto inframmezzato da espressioni di fastidio, occhiate dure con “occhi opachi come pietre” (definizione perfetta di Pietro Colaprico, La Repubblica), gesti plateali, dove non riusciamo a capire quando è sincero oppure, più verosimilmente, tutto, ogni occhiata, sospiro, battuta, è show, recita pura, ma recita introiettata, recita recitata, per cui finge di recitare, finge di fingere ciò che è, o è diventato.

Lucarelli gli chiede come costruisce i personaggi, portando il suo esempio personale di costruzione proustiana, cioè assemblaggio di tipi e dettagli reali, che carpisce qua e là. Ma per Ellroy questo è troppo Weltanschaung, e taglia corto con un “no, io invento”. Al che serpeggia la risata, perché ci si chiede come può inventare dal nulla – come Dio che crea dalla polvere? Lucarelli gli chiede come pianifica le storie, gli ambienti, e lui risponde portando il mito americano – che è reale, un mito reale – dello scrittore che usa i collaboratori, gli inviati che visitano le locations al posto suo e portano a casa foto, descrizioni, per cui l’autore può ambientare capitoli in città o territori che non ha mai visto. Perché lui si sposta poco, dice, non è mai andato ad Haiti, dove ci sono capitoli che parlano di woodoo, perché non ama andare “nel terzo mondo”; lui passa quasi tutto il suo tempo al buio, in silenzio, è isolato, non legge niente, non guarda niente, scrive a penna, non ha il computer né sa usarlo, non usa il telefonino né gli sms. E’ perfetto insomma, il suo personaggio è ben definito, tracciato con contorni nitidi. Carlo Lucarelli gli chiede se la rappresentazione del male nella storia può cambiare il mondo, perché lui, dice, prova rabbia di fronte alla deriva in cui stiamo precipitando. Immediatamente Ellroy sente odore di Weltanschaung, dice che non gliene frega niente, che non si interessa di politica, non si interessa di nulla. Lucarelli fa alcune domande corrette e intelligenti sulla letteratura, lui ribatte che il requisito che gli interessa è che i libri “non rompano i coglioni” (questo da Fazio non l’ha detto, non si è sentito neanche un fucking), che devono divertire. Come diverte il suo libro, dice, per cui bisogna compralo, e subito (libro sollevato in alto)! Lucarelli chiede notizie sulla tecnica di composizione, e qui apprendiamo che Ellroy fa battere “a macchina” da una signora, poi corregge, ricorregge, decine di volte (“venti volte” per questo libro).

Non manca qualche momento di sincerità ancestrale, quando parla de I miei luoghi oscuri, il romanzo preferito da Carlo Lucarelli, un tentativo di indagine sull’omicidio della madre, l’evento terribile della sua vita, o quando accenna a “qualcosa” che viene da dentro e bisogna farlo uscire; ma Ellroy ride raramente, ride storto, smazza diverse domande puntuali e articolate di Lucarelli, porta fino in fondo il suo personaggio di gigione, e continua a ricordarmi Kerouac, nei video delle interviste dove cazzeggia, fa le facce teatrali, prende in giro l’interlocutore, emette suoni inarticolati dalla bocca. Ma Kerouac era sempre sbronzo, Ellroy invece è lucido, e attento.

Dopo un’ora la serata si chiude, senza le rituali domande del pubblico (ci mancherebbe), Carlo Lucarelli si fa da parte con la sua aria un po’ sperduta, mentre Ellroy firma le copie del libro che le persone assiepate gli porgono.

All’uscita c’è un banchetto con pile del libro che due ragazze vendono a prezzo intero (24 euro). Vanno via rapide, tutti vogliono guadagnarsi un posto in paradiso.

10 pensieri su “Appuntamento col mito

  1. nadia agustoni

    Il romanzo che chiude la trilogia non l’ho ancora letto, ma gli altri si. “I miei luoghi oscuri” è il mio preferito, lì ha dato qualcosa di indefinibile. E quegli anni 50 così amari, per nulla stile L.A.

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  2. giuseppe panella

    sulla grandezza dello scrittore (oltre ad American Tabloid di lui amo molto Blood on the Moon mentre trovo poco riuscito Black Dahlia) non c’è dubbio; sull’uomo, però, sostenitore di Bush e moralista pentito, mah…

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  3. mbaldrati

    Caro Giuseppe, è una vecchia storia quella di attribuire all’autore le miserie dell’uomo. Ci sono uomini di destra che riescono a liberarsi dalla schiavitù del Suuper-Io reazionario nella scrittura, altri che invece proseguono nell’opera. Ne ho letto uno ultimamente, uno famoso dichiaratamente di destra che scrive libri banali, scontati, noiosi. Su Ellroy non so nulla, non ho mai provato interesse ad approfondire. Conosco solo una sua dichiarazione recente: “sono sicuro che quello stronzo di Obama mi aumenterà le tasse.” Cose così.

    Comunque, Giuseppe, che resti tra noi due: talvolta penso che il noir come genere attiri personalità reazionarie, sia autori che lettori, perché tratta la violenza, la paura, il crimine, lo sfruttamento ecc., cioè sentimenti bassi, che sono il brodo di coltura di tutte le destre del mondo. Poi sta nell’autore evitare di cadere nel compiacimento di questi sentimenti bassi, ma creare la sua opera usandoli, rappresentandoli, e superarli proprio attraverso la rappresentazione. Però caro Giuseppe, sono confidenze, queste. Non divulgarle, perché in fondo sono discorsi da Bar Sport, mentre in pubblico dobbiamo cercare di essere scientifici.

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  4. alex cartoni

    Dunque se ho capito bene, nell’anima (chiamatela come volete) del genere “homo” ci sarebbero sentimenti “alti” che coabitano nelle personalità “progressiste”, (quali l’amore, l’humanitas, il desiderio di trasparenza, del bene comune, della giustizia, della fraternità etc, cioè valori di tradizione kantiano illuminista) e invece “bassi” come la violenza, la turpitudine,la paura e il crimine e altro che sopravvivono nelle personalità reazionare e direi regressive?
    Da qui la scelta del noir…
    Mi dispiace ma non mi ci ritrovo per nulla. E non ci si trinceri dietro l’alibi della battuta da bar Sport. Credo che questa sia una lettura del mondo e dei fatti culturali, intanto molto di moda, in ogni caso “integralista” e moralistica, e, permettetemi, vagamente cat-comunista, sul tipo di quelle che andavano in voga negli anni 60-70. Già negli Ottanta certo minimalismo cattivo alla Bret Easton Ellis aveva fatto giustizia di simili amenità. Non voglio polemizzare ma se si arriva a dire che se scrivo di sangue sono automaticamente fascista, allora ci saremmo fermati ai “cieli azzurri e ai peschi in fiori” e questa sì (conciliante, parrocchiale, edulcorata)è una lettura del mondo, auspicata dai nostri attuali governanti, e non solo.
    Il recente rifiuto dei distributori italiani a far circolare un film come “la strada” (tratto dall’apocalittico e splendido libro di McCarthy) è, a mio parere, un altro atto di questa telenovela tutta italiana che ha per scopo di difendere i prodotti moralmente buoni. Del resto né Genna né Evangelisti né Wu Ming mi sembrano personalità particolamente reazionarie. eppure amano, diffondono, e frequentano il noir. E allora come la mettiamo?

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  5. mauro baldrati

    Alex, la lettura integralista è solo tua. L’equazione l’hai fatta tu, con tutti quei nomi ecc. Ho solo ipotizzato, come battuta, che il noir “attira” (può attirare) personalità reazionarie, non che il noir significhi reazionario. Anzi, da più parti si è detto – e in gran parte concordo – che proprio dal genere noir vengono le opere migliori di critica socialle. Per questo volevo che non si sapesse, perché temevo che sarebbero arrivate battute come la tua. Tanto più che io scrivo dei noir, e non mi considero reazionario (non significa nulla per chi ho votato perché si può essere reazionari anche votando a sinistra).

    I sentimenti bassi riguardano la scrittura. Si scrive bene se ci si distacca dai sentimenti bassi, non come argomenti, ma come stile. Cioè se l’autore riesce a evitare il compiacimento stilistico del sentimento basso. Ma è un discorso lungo, ci torneremo su.

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  6. franz krauspenhaar

    il (bel) resoconto di una serata “con l’ american stronzo”. a parte questo, ma è una mia personale opinione che credo sia parecchio minoritaria, credo che ellroy sia bravo ma non geniale, insomma sia sopravvalutato. ho letto tre suoi libri, e mi ha convinto solo La dalia nera. nei libri della seconda parte della sua carriera ci sono troppi dati, troppe cose, troppe azioni, troppo di tutto. è come se guidasse una macchina truccata. LA confidential sfiora l’illeggibilità, American tabloid ti sfianca. se gli piace solo de lillo (molto ma molto più bravo) si capisce.

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  7. ezio

    Condivido in pieno quello che ha scritto Franz. Letto Dhalia nera e Le strade dell’innocenza. Ricordo le ingenue, imbarazzanti motivazioni para-psicanalitiche che stanno dietro ai personaggi dei poliziotti. Buono per pomeriggi d’estate.
    Ezio

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