Sui blog letterari

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Internet ha dato negli ultimi anni un grande spazio alla letteratura. Fin dagli inizi del fenomeno, e parliamo, per l’Italia, del 2000 circa, il web ha ospitato la scrittura nelle sue varie accezioni. Di certo, gli scrittori già pubblicati su carta non si avventuravano in questo terreno vergine, per lo più occupato da dilettanti spesso allo sbaraglio. Dopo alcuni anni, che per il web sono quasi ere geologiche, anche gli scrittori d’esperienza hanno preso confidenza col mezzo. Scrivere in rete non è più sinonimo soltanto di velleitarismo. Certo, la grandissima parte dei blog sono simili a quaderni a quadretti e diari scolastici nei quali lo scrivente, o lo scrivano, butta giù quello che gli viene in mente. E poi assistiamo al fenomeno di quei blog – di per sé diari elettronici, scanditi da un vero e proprio calendario, ma con la possibilità del lettore di commentare – che mettono in piazza una vita che non si può sapere se vera o inventata. È impossibile, con internet, stabilire in tutti i casi la veridicità e soprattutto la fonte di quel che viene pubblicato.
La possibilità dell’autopubblicazione veloce e gratis ha dato la possibilità a molti di scrivere un romanzo a puntate, o meglio di vedere pubblicata una propria opera letteraria online precedentemente rifiutata dagli editori.
Altro fenomeno importante, e ora arriviamo al nocciolo del discorso, sono i blog letterari. Ce ne sono moltissimi, naturalmente. Ma solo pochi di questi sono arrivati ad avere un certo successo, usando questa parola con cautela, dato che comunque il numero dei lettori non è ancora paragonabile a quelli di un quotidiano, ma sicuramente può essere comparato a quelli di una rivista culturale.
Alcuni nomi: Nazione Indiana, Vibrissebollettino, La poesia e lo spirito. Questi vanno considerati come blog, perché danno la possibilità, a chi vuole, di commentare. Ne vengono fuori, non di rado, delle vere e proprie battaglie telematiche a colpi di botta e risposta a partire da un pezzo di critica, o da un racconto, o da una denuncia sociale, nella cosiddetta colonna dei commenti. Esiste una vera e propria rete interconnessa, tramite link, tra i blog personali e quelli collettivi. Un collettore di notizie è il blog della giornalista culturale di Repubblica Loredana Lipperini. Il taglio è, appunto, giornalistico e offre in massima parte le notizie del mondo editoriale e le novità editoriali, ma anche importanti approfondimenti. Ci sono molte relazioni tra questo blog e quelli più grandi e visitati come i già citati Nazione Indiana e La poesia e lo spirito. Nazione Indiana nasce nel 2003 sotto la spinta dei suoi fondatori, il critico Carla Benedetti e gli scrittori Antonio Moresco e Tiziano Scarpa, più altri. Un gruppo di artisti e intellettuali tendenti in ogni caso a una sorta di “resistenza” contro lo statu quo, anche se gran parte degli aderenti ne faceva e ne fa parte a vario titolo.
A ogni modo, usciti i fondatori nel 2005 – perché non riconoscevano in molti altri membri del collettivo la stessa loro radicalità -, il blog è stato rifondato con molti nomi nuovi e ora è il più seguito e letto nel nostro paese. La poesia e lo spirito nasce nel gennaio del 2007 dalla radice di Poesia e Spirito, blog fondato da don Fabrizio Centofanti. Ha molti redattori (circa 40) di varia estrazione, un po’ come sono vari quelli di Nazione Indiana. Ovviamente qui si predilige un discorso approfondito sulla poesia, ma non mancano frequenti incursioni nella narrativa, nella critica, nel costume, in altre arti. Vibrissebollettino nasce dall’esperienza dello scrittore ed editor Giulio Mozzi, e funge da agglomerato per molte delle sue vulcaniche iniziative: è legato ai suoi corsi di scrittura e all’iniziativa di Vibrisselibri – sorta di agenzia letteraria ed editore online di libri il cui percorso dovrebbe portare poi alla pubblicazione presso gli editori cartacei, come succederà a breve con due dei libri finora presentati. Insomma, essendo io implicato sia in Nazione Indiana (dal dicembre 2004) sia in La poesia e lo spirito fin dalla sua fondazione, coadiuvando strettamente Fabrizio Centofanti nella gestione, posso dire che quella dei blog letterari multiautore è una bella realtà, destinata a diventare sempre più importante e incisiva. Ultimamente anche le pagine culturali dei quotidiani non solo parlano dei blog letterari, ma pubblicano pezzi, traduzioni, interviste già apparsi in quella sede – su Nazione Indiana è successo alcune volte.
Da questi blog possono emergere autentici fenomeni letterari e di mercato, come Roberto Saviano, redattore di Nazione Indiana dal 2003, il quale, grazie non solo ai suoi pezzi di denuncia usciti sulla stampa ma anche alla visibilità favorita dal sito, ha potuto dimostrare a un pubblico di qualità il suo valore ancor prima di scrivere il libro che lo ha reso famoso. In misura minore, anche Francesco Pecoraro, lui solo commentatore assiduo di Nazione Indiana, è entrato in un circuito editoriale che lo ha portato alla pubblicazione del bel libro di racconti “Dove credi di andare?”, edito da Mondadori, finalista al Premio Chiara di quest’anno. Su La poesia e lo spirito esiste una successione di pezzi nutritissima, circa quattro al giorno. Redattori del blog sono molti poeti e narratori di più o meno chiara fama ma di sicuro valore, e intellettuali del calibro del teologo Vito Mancuso. Nonostante un’impostazione cattolica di base (ovviamente, dato che Centofanti, il fondatore, è un prete) molti dei redattori sono agnostici o atei e possono chiaramente esprimere le loro idee.
Così è per Nazione Indiana, che ha un’impostazione di fondo libertaria e di sinistra (se quest’ultima parola oggi ha ancora un senso), ma ospita non di rado interventi di altra provenienza. Io dunque credo che, tutto sommato, pur con le inevitabili crepe e dissonanze, i blog letterari multiautore siano voci di democrazia, proprio perché non esistono una redazione e un filtro, e ciascuno può pubblicare quello che vuole. Non esiste una vera e propria linea editoriale, perché ogni redattore è al tempo stesso editore in proprio del suo materiale. Il blog offre un susseguirsi di pezzi a mo’ di zibaldone, ed è a tutti gli effetti una “rivista culturale interattiva quotidiana”. Questa mia definizione ne racchiude altre, ed è pur vero che i blog sono il prodotto, a mio avviso, di diverse esperienze proprie della carta: mettono insieme la rivista con il quotidiano, e anche la radio. In qualche maniera, essi rappresentano quello che sono state negli anni 70, in Italia, le radio libere: la possibilità di programmare e diffondere le proprie idee liberamente, uscendo dal circuito monopolistico della RAI. Qui, tramite i commenti e i botta e risposta, troviamo il fenomeno di un giornale-rivista che si “autocucina” nella successione dei pezzi, e nella colonna dei commenti ospita un dibattito come in altri media – la radio è più affine, in questo senso, perché sprovvisto della visione, come internet.
L’anonimato consentito da internet è un problema e un vantaggio nello stesso tempo. Perché da un lato dà la possibilità di esprimere il proprio parere senza paura di ripercussioni, dall’altro fomenta la voglia di offendere garantendosi l’impunità. Nei casi più virtuosi, la possibilità di usare uno pseudonimo dà la possibilità a un bravo scrittore di crearsi un’identità al servizio della propria creatività.
Per concludere, sulla scorta della mia esperienza ormai pluriennale, credo che il fenomeno abbia ancora margini di espansione, sempre considerando che la letteratura, in Italia, è un fatto molto marginale nel contesto generale della comunicazione. La gente legge sempre meno e i blog letterari danno un contributo, a loro modo, per spingere alla lettura, anche se chi li frequenta è egli stesso, nella maggioranza dei casi, un lettore forte, quindi non bisognoso di incentivi particolari.

Franz Krauspenhaar

(Già pubblicato su “Adiacenze”, Settembre 2007 – www.milanocosa.it Immagine: Mario Schifano, L’indice, 1990)

27 pensieri su “Sui blog letterari

  1. luminamenti

    Fermo restando il discorso sulla qualità dei contenuti su internet, che ovviamente è privo di filtri, selezioni, fatto che cmq considero positivo e differenziato rispetto ai circuiti su carta che muovendosi dentro un circuito economico non possono fare a meno dell’utilizzo di criteri di selezione (mentre tramite internet ognuno può aprirsi una sua finestra sul mondo, praticamente a costo quasi zero e con la piena possibilità di farlo autonomamente e senza permessi e consensi altrui), rimane un forte incomprensione sull’uso di internet.
    Questa incomprensione, è oggi alimentata (in gran parte involontariamente) sopratutto dagli scrittori professionisti che scrivono su internet, e consiste nel fatto che il mezzo digitale non può e non dovrebbe ridursi a “ricalcare” su un PC quello che si scrive su carta. Non mi riferisco al contenuto, ma alle forme del contenuto. E’ molto depotenziante pensare che lo schermo di un pc sia un foglio di carta su cui si può scrivere, con la sola novità che questo foglio di carta (digitale) è “praticamente” spedito nel mondo (aperto al mondo e accessibile gratuitamente o quasi) e tutti coloro che hanno una connessione in qualunque parte del mondo possono accedervi e magari replicare. Certo, questo è un passo avanti, ma il mezzo digitale ha potenzialità mutimediali, possibilità di presentazione “altra” delle forma del contenuto, che tutt’oggi sono ancora praticamente ignorate (mentre i ragazzini di oggi usano la playstation e altri aggeggi ect…). Naturalmente, non penso che siano di ciò responsabili gli scrittori che usano il web (infatti avevo detto involontariamente alimentano la stasi), ma penso agli editor elettronici e piattaforme che sono disponibili (perché fa comodo a chi le propone sfruttare al massimo ciò che è già passato, quando l’IBM tiene nel cassetto il futuro)e ai problemi di banda che sono risolvibili e gestibili economicamente, ma si preferisce, perché più proficuo in questo senso dare in pasto soluzioni tecnologiche sorpassate ma che per adesso rendono tanto. Quindi, perché archiviarle, si dicono?
    p.s sono quasi certo che molti (diciamo la maggioranza dei lettori dai 30 anni in su non avranno capito un’acca, ebbene si chiedano perché!)

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  2. Giorgio

    Sono d’accordo con quanto dice Luminamenti. Io mi ero espresso con intenti simili, ma senza la perizia tecnica di Luminamenti, in un articolo su vibrisselibri:

    “per chi lavora in rete oggi può essere interessante anche provare a immaginare nuovi usi di internet. Se il “medium è il messaggio”, le innovazioni del nuovo mezzo non saranno limitate solo all’aspetto strumentale.

    Solo per fare qualche esempio e lasciando vagare la mente… Andando al di là delle attuali “installazioni” multimediali, come ne fanno Giuseppe Genna e Wu Ming (oggi si può aggiungere Babsi Jones), che però lasciano separati testo, immagini e musica, ma a partire da esse e memori della storia della scrittura, si potrebbe ipotizzare: una scrittura colorata, o disegnata, magari sonora o addirittura dotata di movimento. Nuovi pittogrammi e libri animati. Tante metafore potrebbero prendere vita. Tutto sommato, non è fantascienza. A partire dai mezzi attuali, si potrebbe fare qualcosa del genere. Proviamo a pensare come potrebbero esserne potenziati tanti generi letterari”.

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  3. listexxx

    cmq luminamenti se lei vuol ridurre la scrittura a un luna park multimediale io non sono d’accordo.

    scrittura colorata?
    così i graffitari ci sporcherebbero le liste?

    saluti
    rs

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  4. Giuseppe Iannozzi

    Fenomeni non ne ho visti uscire dai blog. Fenomeni da bestiario invece sì, parecchi: per fortuna durano giusto il tempo d’una moda, e poi nessuno più se ne ricorda. Metter su un blog e scriverlo non significa diventare scrittori: così abbiamo adesso pure i bestiari ricavati dai blog, blog portati su carta.
    L’anonimato è solo la più grossa forma di vigliaccheria fascista che possa esistere fuori e dentro la Rete: se uno ha veramente qualcosa da dire la dice senza paura, altrimenti il suo è un parlare vuoto, tendenzioso, spocchioso e dannoso, utile solo a chi ama la piaggeria e lo spaccio di falsità.

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  5. luminamenti

    Sig. List io non voglio ridurre la scrittura a un luna park multimediale.
    La scrittura, così come la conosciamo io, lei e gli altri, è alfabetica e tale rimane e non penso che vada ridotta, nè devalorizzata, anzi. Ma la sua collocazione naturale (nel rapporto cognitivo che ha con la vista, organo di senso percettivo) non è il computer (che permette di fare altre molte cose che si chiamano genericamente informatica) per motivi neurofisiologici ed ottici (la carta invece è perfetta in questo specifico senso). Questo non significa che la scrittura alfabetica non possa trovare collocazione nel mondo dell’informatica (infatti già ce l’ha ampiamente e in più rispetto alla carta consente una diversa modalità spazio-temporale dei principi connessionistici).
    Inoltre, sono d’accordo con tutto quanto ha detto FranzK. Ho solo aggiunto che nonostante tutto il positivo che Franzk ha messo bene in evidenza dell’uso di Internet, Blog, eccetera, le possibilità che l’informatica e la rete potrebbero offrire in termini di linguaggi (non solo alfabetici) sono molto vaste, come sono vaste le possibilità elaborative del cervello (su base percettiva e di apprendimento), materia di cui mi occupo professionalmente.
    Cmq non è che non volevo spiegarmi e risultare antipatico, solo mi occorrerebbe molto tempo pe risponderle (in qualche modo però le ho già, insufficientmente, risposto).
    Non escludo che prossimamente farò resoconto più dettagliato di alcuni convegni dove il front-line più avanzato nelle conoscenze tecnologiche si preoccupa di queste cose. Si tratta di capire, che l’informatica consente nuove modalità di struttura di conoscenza.

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  6. rferrazzi

    Sono d’accordo con tutto ciò che dice Franz. Anzi, secondo me la faccenda è ancora più semplice. Esiste un mezzo nuovo: man mano che si impara a usarlo lo si sfrutta. Io ho cominciato a leggere NI, poi ho postato qualche commento, poi ho scritto su Uffenwanken, poi ho aperto il mio blogghino, poi Vibrisselibri mi ha pubblicato un romanzo, poi LPELS mi ha invitato a collaborare, ecc. Non ci fosse stata la rete probabilmente avrei fatto collezione di francobolli (Iannozzi, ti prego, non dire che sarebbe stato meglio).

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  7. listexxx

    bioiannozzi mi sembra uno di quei “barfly” che ripetono il mantra del “questo bar è uno schifo, si beve ciofeca e si mangiano zoccoli d’asino”, e però ogni mattina è lì, puntuale, seduto a consumare – e a criticare.

    saluti, dunque
    rs

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  8. luminamenti

    L’articolo che ha indicato francesca è ricco di spunti, ottima scelta!
    Il continuo fluttuare e mutare di un osservato così magmatico come quello costituito da eventi umani da parte di un osservatore anch’esso mutevole ed instabile nelle attività conoscitive si serve continuamente di segni e prevalentemente di strumenti linguistici. Ogni speranza di una didattica alternativa e di nuove modalità di apprendimento e conoscenza si fonda sull’ipotesi che possano fondarsi nuovi sistemi connessionali rispetto alla vastità di ciò che deve essere appreso. Le conoscenze che sono a nostra disposizione crescono con il trascorrere dei secoli in proporzione geometrica e l’era che si è aperta con le rivoluzioni borghesi è stata caratterizzata, insieme, da un vertiginoso aumento di ciò che può essere conosciuto e da un’enorme progressivo ampliamento della comunità umana che ha accesso alle conoscenze: la possibilità degli esseri umani a seguire cronodeticamente (cioè rimanendo adesi all’orizzonte culturale complessivo del loro tempo) questa crescita è legata alla continua invenzione e al perfezionamento di sistemi connessionali che sostituiscono l’apprendimento diretto di parzialità, che è faticoso e lento. Nell’attuale assetto arcaico dell’insegnamento, ogni intellettuale deve essere il maestro di se stesso e l’acquisizione di un certo grado di capacità di lettura eidetica è, insieme, espressione di una necessità e progetto di una possibilità: nella storia dell’umanità l’acquisizione di strumenti segnici nuovi e operativamente molto più efficaci è stato – insieme – sintomo e fattore di mutamento (nelle transizioni successive alle forme sempre più appropiate di scrittura della seriazione pittura-pittogramma – ideogramma-sillabario-alfabeto; nel passaggio dalla numerazione classica a quella comunemente detta araba; nell’invenzione della notazione musicale; nell’invenzione -dal Rinascimento in avanti – dei mezzi di comunicazione di massa e nella straordinaria accellerazione della loro crescita; nell’invenzione della macchina da scrivere, della stenografia, dell’alfabeto Morse; nei linguaggi artificiali e di programmazione che consentono nuove modalità rappresentative e percettive e connettive ancora non del tutto esplose tecnologicamente).
    L’invenzione della partitura musicale per coro a molte voci e/o per orchestra è invenzione di un sistema connessionale, così come lo fu, l’invenzione dei linguaggi di programmazione. E, anzi, ogni linguaggio di programmazione nuovo o modificato è un sistema connessionale rispetto ai precedenti.
    Osservare sistematicamente qualcosa per apprendere è un sistema connessionale rispetto all’osservazione sistematica. Ma l’osservazione sistematica puà anche essere plurifattoriale, multisensoriale (il cinema già insegna al riguardo, ancora a un livello ridotto, le possibilità di narrazione e/o di e-videnza concettuale – pensare per figure); scoprire è sussumere diversi sistemi osservazionali in un livello più elevato, in un sistema connessionale di ordine superiore che si costitutisce da tutto ciò che i sistemi osservazionali hanno in comune, ma diviene un connettore generale da permettere il passaggio diretto dagli iniziali oggetti di osservazione al loro significato pragmatico, senza più passare per i sistemi connessionali di primo livello; inventare è costituire un sistema connessionale di grande complessità con sottosistemi e sottosistemi del tutto eterogenei.

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  9. apolide

    L’argomento proposto è molto interessante.
    Peccato che, oltre le dichiarazioni programmatiche, il testo proposto da Francesca “Sei punti sulla rete” si riduca poi a proporre, nelle liriche allegate, una visione neorinscimentale endacasillabizzata del vissuto digitale.

    In merito all’osservazione di Luminamenti, commento che mi trova perfettamente d’accordo. La poesia, perchè non perda terreno, deve adeguarsi ai tempi. Sono già memoria storiche le esperienze sperimentali della poesia visiva e della poesia sonora. E possono costituire validi referenti da cui partire, se si sa scegliere.
    Oggi la poesia deve riuscire a dare di più, ma a mio parere due sono i punti fondamentali:

    Il primo, sviscerato bene da Luminamenti, è che deve riuscire a conquistare nuovi canali sensoriali. Il passaggio dal verso recitato e mandato a memoria al verso scritto ha comportato una serie di cambiamenti nella composizione poetica che sono analoghi a quelli che introdurrà la sua medializzazione, ma il nocciolo della questione secondo me è il fatto che ogni nuovo apporto deve aggiungere qualcosa alla parola scritta, non presentarsi come alternativa. nello stesso modo in cui la parola scritta, in vece di quella solo parlata, ha reso più facilmente trasmissibile la memoria di un’opera. Le contaminazioni troppo spinte rischiano di sottrarre attenzione al ruolo della parola in versi a vantaggio di altri media più sintetici e “immediati”.

    il secondo è un’urgenza “tecnica”. Il nostro vocabolario si sta arricchendo di vocaboli anglofoni in grande numero. Non è più possibile metabolizzzarli e italianizzarli (non tutti). Ma il lessico dei poeti italiani è indietro di almeno trent’anni, rispetto alla lingua parlata di oggi. bisogna intervenire. Come? A mio parere, aprendo le porte della rocca agli “invasori”. E lasciandoli entrare.

    come sempre (IMHO)

    ciao

    Apolide

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  10. Anna L.B.

    Luminamenti, lei è veramente forte. Io ho un problema col web, ma penso che sia idiosincratico, cioè che non riesco a concentrarmi a leggere, mi fanno male gli occhi. Comunque sono cavolacci miei. E ad Apolide invece direi che le parole della vera poesia sono sempre inventate, è come se nascessero nel momento in cui vengono scritte, anche se scrivi “tavolo”. Tanti baci da Anna L.B.

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  11. mariobianco

    Io prediligo il blog collettivi,
    io, di per me, non mi sarei mai fatto un blog,
    poi mi hanno invitato tra i cartografi folli e son ben contento.
    Però essendo avido di immagini, figure, pitture, colori, ben più che di parole, lamento, e tanto, oh, tanto, che il weblog che presenta duttili e rapide possibilità di mescola di parole, immagini e suoni, spessissimo sia solo una specie di copia di diario cartaceo co’ ‘na figuretta grossa così, piccicata ‘n coppa, ecco, a volte manco quella.

    MarioB.

    Rispondi
  12. mariapia

    Il pezzo di Franz parla del futuro dei blog letterari, e anche del suo passato..ben documetandone, contiene linee di dibattito e di critica,va bene; io spero che LPELS abbia superato le sue crisi (di crescita?)a mò di ricadute di influenza per immunizzarsi meglio..davvero lo spero.Ti saluto, Franz.

    Maria Pia Q.

    Rispondi
  13. Giovanni Nuscis

    L’intervento ben descrive la realtà dei blog e la crescente interazione coi media e col mondo dell’editoria.
    Non sono così convinto che “i blog letterari danno un contributo, a loro modo, per spingere alla lettura”. E’ vero in buona parte e nelle intenzioni – com’è vero che molti bloggers e molti visitatori sono lettori forti; non pochi, però, temo, utilizzano ormai il blog come comodo, divertente surrogato del libro.

    Grazie, Franz.

    Giovanni

    Rispondi
  14. Giovanni Nuscis

    Ci sono due post (del 20 ottobre) dedicati alla (indecente) legge Prodi-Levi, uno dei quali è una petizione firmata da me come, presumo, da molti altri (a prescindere dai commenti).

    Rispondi
  15. apolide

    @Anna L.B. Tu dici: che:
    “le parole della vera poesia sono sempre inventate, è come se nascessero nel momento in cui vengono scritte, anche se scrivi ‘tavolo’.”

    E mi trovi parzialmente d’accordo, in quanto l’affabulazione che -dovrebbe- catturare chi legge uno scritto poetico scaturisce da sensi “altri”, esterni al significato letterale del termine adottato. Ovvio che se mi trovo a sfogliare uno scritto che questa seduzione -a mio parere- non la consegue, o scade nel conforme o nel deja-vu, passo avanti…

    Ambiti metasemantici esplorabili -ed era questo l’intento del mio intervento- possono essere, ad ogni modo, attinti da qualunque tematica, sia essa intimistica, naturalistica oppure riferita alla condizione del vivere digitale. E aggiungevo che la poiésis, il fare poetico, per ritornare ad essere “attrattivo” per il pubblico, deve arricchirsi, ma senza snaturarsi. La condicio sine qua non è scrivere bene, suscitare delle (nuove) emozioni, perché il cervello umano elide automaticamente ciò che per lui è conosciuto, e presta attenzione ad esperienze nuove da immagazzinare. Dopo questo primo passo, si può, come giustamente dice Luminamenti, arricchire il proprio lavoro rendendolo più seducente sotto l’aspetto percettivo. E possono essere molte, le vie…

    Volevo riportare la tua attenzione nel merito delle implicazioni che un nuovo modo di rapportarsi tra esseri umani (col tramite sempre più capillarmente diffuso di macchine) e di tutte le questioni che ciò implica, nel nascente dibattito sul post-umanesimo e sul rapporto tra l’uomo e la macchina, o meglio sulla preconizzata fusione di vivente con elementi esterni. E’ un processo già in atto, se vai ad esaminare il modo in cui noi comunichiamo in questo momento: attraverso un terminale… a me pare un terreno vergine, ancora tutto da esplorare, e ti confesso che mi attrae. Ed aggiungo che farà parte della mia personale ricerca, ancora per diverso tempo.

    ciao

    Apolide

    Rispondi
  16. apolide

    @Giovanni Nuscis: Io uso i blog e internet come -valida- alternativa a tutti i media tradizionali, per costruirmi un palinsensto informativo, ricreativo e di confronto personalizzato. Queste caratteristiche, ahimé, il libro non le ha, e quindi…

    ciao

    Apolide

    Rispondi
  17. Giovanni Nuscis

    @Apolide. Sui blog e su internet in alternativa ai media tradizionali sono d’accordo con te.
    Per una formazione letteraria – a cui mi riferivo (sub 17) – personalmente, ritengo il libro insostituibile.

    Ciao

    Giovanni

    Rispondi
  18. apolide

    @Nuscis: sic stantibus rebus, mi trovi d’accordo con te. Non si può ancora prescindere dalla lettura su supporto cartaceo. In futuro, penso che le cose cambieranno e anche parecchio, nel senso che il media cartaceo rimarrà -probabilmente- relegato a funzioni di backup su harcopy.

    ciao

    Apolide

    Rispondi
  19. apolide

    @Nuscis: Nessuno vuole mettere -per ora- in discussione l’importanza del media cartaceo, come punto di riferimento per una -credibile- formazione. Ma le cose, in un futuro piuttosto vicino, cambieranno, e anche di molto. Il supporto cartaceo rimarrà relegato a funzione di backup, di hardcopy di sicurezza. Ci sono troppi vantaggi nel distribuire la conoscenza attraverso la rete. Di costi, di tracciabilità degli utenti da parte di chi distribuisce, non dimenticare che alcuni tra i quotidiani più importanti al mondo sono ormai solo su web. Di possibilità di elaborazione e di manipolazione dei dati, di occasioni di confronto, di comodità, ecc. per chi fruisce.

    ciao

    Apolide

    Rispondi
  20. commentator

    A parte il fatto che un virus potrebbe durante un processo di acquisizione cambiare tutte le a di un documento e farle diventare delle e (tanto per fare un esempio) perché non mi pare ci siano modi sicuri sicuri per certificare l’esattezza di un documento tratto da internet, per il resto è interessante la capacità di realazione e di creare iper-documenti; capacità che ha in sé i limiti proprio delle suddette mancanze di certificazione autorevole, ma che ha lo stesso un suo fascino e ha molti possibili esiti buoni e in parte inconsapevolmente esplorati e agiti. Basti pensare, in piccola misura, ai legami, casuali e non, tra blog letterari, i loro commentatori e i loro autori, fin però ad un pur possibile utilizzo delle reti letterarie, politiche, ecologiche e quant’altro da parte delle lobby più o meno evidenti, le quali troverebbero un humus nelle caratteristiche medesime della rete e un terreno fertile, se non fosse garantita ogni libertà dai vincoli di accesso e pure una tutela dei dati.

    Rispondi
  21. apolide

    Il problema della verifica delle fonti è di fondamentale importanza, in effetti. Ma esistono ambienti inn cui il fatto che siano composti da molti contributor è un grosso vantaggio, e li rende fonti ancor più attendibili di quelle ‘ufficiali'(cito solo wikipedia, tanto per fare un esempio).
    In essi è la community stessa a decretare l’attendibilità o meno di un’informazione (e a wiki hanno attribuito un’attendibilità vicina a quella della Britannica, senza che i suoi contenuti siano lo specchio di un potere politico o economico dominante, e questo è molto importante).

    Dobbiamo renderci conto che il re è nudo, cioè che l’editoria classica, con le centinaia di migliaia di contributors non-professionisti che sono entrati in gioco (e rilasciano sotto Creative Commons, attenzione), deve rivedere radicalmente i propri ambiti. ovviamente il 90% dei contents è monnezza, ma ti dico una cosa: con il 2.0 e i feed puoi scegliere tu cosa leggere, surfare sull’informazione…E anche per questo, per il libro, nei prossimi 5-10 anni, la vedo dura…

    In merito agli iperdocumenti, alle reti, ai sistemi, stesso discorso: i gli aggregati complessi di viventi hanno un’intelligenza collettiva che li dirige, e determina automaticamente la qualità dei contenuti.
    Quindi, vedo che mi hai risposto.

    in merito alle mutazioni del testo operate da virus, il discorso è interessante, e mi pare che ci sia stato qualcuno che l’ha già sfruttato per scopi artistici…

    ciao

    Apolide

    Rispondi

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