Poesie. Giorgio Bàrberi Squarotti

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Tre soli anni

Tre soli anni, e già più non ricompongo i
tratti del tuo volto che per quaranta e più anni mi ha vegliato,
e allora che posso dire ormai di te, di me, di una vita d’amore e
pena per un’altra di parole e vento e gesti
venuti sempre troppo tardi, all’orlo di
una stanchezza mortale o anche un poco oltre, dov’è
lo scherno dell’inutile e del vano, e non c’è più risposta, da nessuno?
Se ti riporta il sogno, ma sei tu se ora
il tuo passo è così lieve e rapido, i capelli neri, il
volto senza rughe, la voce non interrotta dall’affanno?
Mi dicono che ora sei così, nell’altro spazio
dove nulla si perde, e nella noia dei vizi ripetuti, delle
viltà moltiplicate nello specchio di ogni anima,
nei rancori, nelle ire, nelle quotidiane crudeltà
così uguali per tutti che neppure Dio distingue vittime e
colpevoli, il bene che solo è tuo risplende. Io non
vedo nulla, vecchia anima talpa che così poco scava dentro di sé, e
preferisce le voci d’altri i libri d’altri i cataloghi gli archivi;
ma so forse che questi colpi da basso, fitti contro la
porta, i passi più numerosi nella strada delle
scarpe chiodate, e i lamenti e le grida e i colpi di
frusta e anche questa primavera stenta e le tempeste
che abbattono alberi e uccelli e l’acque torbide,
sono perché il mondo l’ha perduta, e
il giudizio di Giona può ormai compiersi.

In treno, 18 aprile 1974

La città del nord

La luce bianca della città del Nord,
così ragionevole nella geometria
delle strade che tutte conducono alla grande
piazza aperta sul cielo troppo azzurro
da cui discese un giorno nello specchio
della neve, così limpido che
ancora vi affioravano le ombre
delle donne del tempo passato,
non del tutto cancellate dalla nuova
nevicata, venuta giù tutta la notte,
la luce quietamente candida, che dura
intatta, vuota, oltre il tempo previsto,
e non lascia ferite neppure negli angoli remoti,
non fantasmi dietro le finestre,
non orme che rimangono segnate
anche solo per un attimo nel nulla
così limpido che più non è la mente stessa
di Dio: mai in questa luce può accadere
qualcosa, mai giungere qualcuno
o aggiungersi anche soltanto una parola
alle parole qui mai pronunciate:
la luce riempie tutta questa città del cielo,
come sospesa sopra fumi e colli
e lenti fiumi grigi dove vanamente
nel ghiaccio agitano le ali i cigni prigionieri,
questa città di Dio, in cui come neve
cadono le anime sciogliendosi
sulle pietre chiare e subito non c’è
più nessuno.

Nancy, 30 maggio 1985

I vecchi

E marciranno i pali delle viti
sotto il peso dei soli e delle piogge,
fioriranno le ortiche in mezzo ai peschi
trafitti dagli aghi delle vespe,
senza filo di verde perirà
il grano dentro il tufo, e l’erba medica
si perderà nel ferro delle spine,
quando anche tu abbia abbandonato
la casa dei tuoi vecchi e l’ala
delle campane sopra le colline,
per seguire i tuoi sette fratelli
in fabbrica, a Torino,
e qui io sia rimasta con tuo padre,
soli,
con i miei sogni di Croce contro i fulmini
e le aride estati e i geli e le alluvioni,
e le sue inutili bestemmie.

Le acque d’abisso

Perfino da queste acque dove aggallano
bucce d’anguria e merda e qualche testa
di pesce, stupefatta; dove fitta
più è la folla, nel poco moto d’onde:
grandi volti arrossati, coi capelli
fulvi a raggiera, intorno, mascheroni
ridenti dalla cui bocca tumida
escono getti di fiamme e ululati
allegri, barbe candide intorno a occhi
di fuoco per il sale e il sole, sguardi
sfrontati di ragazze, mentre si accarezzano
le piccole mammelle ancora bianche,
come offrendole al vento lieve e all’avida
mano del vecchio coperto d’alghe e canne:
dei e dee, insomma, adatti a questi tempi,
e puoi anche udirne il balbettìo
sconnesso, il riso stolto, il rantolo
della follia, qualche stridulo grido,
mentre con gesti sconci benedicono
fogne e sabbia, deformi culi nudi,
qualche stupida nuvola che oscilla
in mezzo al cielo, la vecchia vestita di nero
che si piega davanti a loro, con le mani giunte,
in ginocchio, tremando, perché li ha riconosciuti,
i quattro bancari che giocano a carte
intorno a un tavolino zoppo, con i mucchi
del denaro davanti.

Varigotti, 27 giugno 1988

(Da: “La quarta triade” – Spirali (Milano), 2000)

*

Via Duchessa Jolanda

Nell’astratto mattino, fuori d’ogni
stagione e un’aria ferma, di cristallo,
sotto il sole deserto, la ragazza
ah forse non più giovane, ma intatta,
la maglia azzurra, corta, i fianchi lucidi,
nudi e abbronzati ancora, contemplava
incantata le guglie, gli archi, i vasi
di cera con i fiori rossi, le ombre
che si affacciavano a finestre tremule,
i volti lussuriosi o forse solo
già morti. Ferma, resta senza attesa
o ammirazione, eppure nell’assenza
così perfetta e viva che non più è
la pura forma davanti alla porta
vanamente aperta perché entri il tempo.

Paris, 21 gennaio 2001

Cinghiale

L’unica caccia, ape o vespa che siano
intorno al volto rosato e le mani
invano scosse per salvare il corpo
incautamente sollevato a cogliere
albicocche e susine amorose e ilari
fino ai rami più eccelsi e gelosi,
e più rischioso ancora il cinghiale aspro
che d’improvviso è sorto dal boschetto
carnale e spirituale dell’autunno,
e minaccia la donna contemplante,
sdraiata sul cuscino, dopo che, un poco
incerta, ha interrotto la lettura
del libretto d’amore, cerca allora
di fuggire, si guarda intorno, trepida,
e chi sa se il verro infine l’abbranca
e stringe, ma badando di non farle
nessun male nel possederla, e infine
s’allontana nell’alto dei vigneti
avendo udito il furore dei cani,
lei si scuote, liscia e aggiusta i capelli,
abbassa un poco la maglietta lieve,
riprende a leggere, furtivamente
gli occhi a tratti volgendo se mai dopo
arrivasse l’amante ormai inutile,
saziata di ben altro come il lungo miele
dell’ape disinteressata adesso
di guancia e pube.

Napoli, 28 novembre 2001

Resurrezione

L’albicocco rinato d’improvviso
e le foglie già lucide e scurite
come per piena luce e intatti i petali;
esitando si arrampica sul ramo
scabro il gattino nero ch’è scomparso
in autunno di tanti anni fa, il pino
che sembrò fulminato da una nuvola
buia di grandine e di falsi folgori;
bussa al cancello ansiosa la vicina
ancora un po’ tremante, recando ireos
impalliditi e gigli, e il contadino
con le ultime mele d’altri inverni
rimaste nella paglia sotto i travi
dove c’è ancora il segno della corda;
c’è un soffio di vento mite quando esce
dalla porta mia madre, rivolto il trepido
timore verso le altre voci ancora
un po’ incerte; il sole s’alza da estremi
sogni di nuvole o nebbie, nel giorno
che proclama trionfante l’anelito
di nuova vita, dopo i tempi oscuri
e confusi di lunghissime piogge
e silenzio.

Torino, 1 aprile 2002

Gramigna

Nell’orto, il vecchio professore strappa
la gramigna, le radici delle viti
selvatiche, ossa e crani un po’ sbrecciati,
poi il turgore ardente per coltivare
delle fragole, fragilità
candida di un ciliegio, la speranza
delle future mele rosse, l’oro
dei fiori, dell’alloro, il melograno
e tutte le altre immagini del tempo
ch’egli crede con la primavera
trionfalmente si rinnovi. Oh fede
vana della ragione più che voce
vuota nell’ombra di un cespuglio debole,
neppure appare un nome che lì voglia
mostrarsi un poco per fargli capire
che il tempo non esiste, ma soltanto
l’attimo eterno del bel corpo nudo.

Firenze, 28 aprile 2002

(Da: “Le vane nevi” – Bonaccorso Editore (Verona), 2002)

(Nota di lettura: http://ilconvivio.interfree.it/doc_rtf/squarotti.doc )

*

Il cane bianco

Nel pomeriggio di furiosa pioggia
arrivò un cane bianco a grandi chiazze
castane, e si fermò davanti al portico
della casa di Valter: riflessivo
saggiamente e un poco timoroso,
quando intorno gli uscirono i bambini,
facendo festa alla sua presenza ironica,
allegri gli occhi nell’attesa delle
carezze e del biscotto un po’ smangiato.
Sempre più rapido e oscuro era il vento,
i fulmini variabili, faceva
freddo nel cuore dell’estate:
si scosse il pelo bagnato, tremando,
scomparsa era la casa o cancellata
dalle nuvole basse, chi sa dove
fuggiti erano i bambini, stracciate
le foglie dell’alloro; resisteva
soltanto un ultimo ireos rosso,
e il cane lo fissava sconfortato
nel periglioso annuncio di rovina
e dolore, a voce alta allora lamentando
la confusa malignità del mondo
così creato per uomini e cani.

Macerata, 24 ottobre 2002

Pura alba

La pura alba così limpida e tenera,
mentre per una volta anche a dicembre
fuggono verso occidente le nubi
oscure, in parte ancora colme, in parte
stracciate e lievi ormai, e la collina
buia rivela a poco a poco i dolci
fastigi d’alberi e di ville pallide:
contempla, prima che mescoli il vento
la folla, gli autobus, le vie affannate,
le acque del fiume maculato, i primi
eventi del dolore, le colombe
maligne, l’avvenire che c’è stato
per me una volta.

Torino, 6 dicembre 2002

Natale

Un qualsiasi giorno (era forse
di primo autunno o quando già moriva
l’inverno), nella luce impreveduta
del mattino irruppero i pastori
con una folla infinita di pecore
festose e innanzi i cani taciturni
e trionfali, infine a comandarli
fervido e agitato nell’accenno
di danze e crotali un bambino
luminoso e una ragazza ridente,
allegra ma un poco preoccupata
per la stagione incongrua e per l’età
ansiosamente incerta, se giocare
ancora o recitare la sua parte
di madre amorevole e disattenta.
Passavano automobili, altere
schiere di avari e prodighi, le nubi
d’ombra e lampade accese, indifferenti
baci, urti d’ira, così come è il vero
mondo da sempre, povero di esistere,
incapace di udire la parola,
cieco fra i fiori solari, il tremare
delle acque illimpidite, la purezza
dei corpi intatti che la luce accendono,
e come può vedere quel che pure
è insensato e necessario: un gregge
candido, qualche persona con gli abiti
disusati, un’immagine che adesso
non è già più d’infanzia e verginale
piacere, tutto si dissolve come
per lo spettacolo del pomeriggio
televisivo, ed è la verità
invece, oh la pazienza infinita
di Dio, che allora riprende a giocare
con la madre e il bambino e coi pastori
e i cani rabboniti, e sospirando
tutto si perdona ancora.

Torino, 26 dicembre 2002

Guerra e pace

L’aspra rissa dei passeri, la furia
dei cani che si azzannano, i bambini
che si picchiano nel giardino limpido
e sereno, dove non ci sono nubi
né venti né turbini, e canti, invece,
di usignoli e foglie e fonti eterni,
alla fine si acquietano, se giunge
il pastore paziente e li ammonisce
prima di imporre un poco di silenzio?
Pacificati, si allontana, e allora
il furore riprende nel trascorrere
del breve tempo: la guerra non ha
davvero fine, e dove è mai la pace
nella storia atroce e stolta, o forse
soltanto nella rixa metaforica
dell’amore lunare, che si fa
il tranquillato sonno per il sogno
che mai non spezzi il canto dell’allodola.

Torino, 15 gennaio 2003

(Da: “Le langhe e i sogni” – Joker, 2003)

(Prefazione di Franco Pappalardo la Rosa)
http://www.poiein.it/autori/B/BSquasrotti.htm

Giorgio Bàrberi Squarotti è nato a Torino nel 1929. Poeta, studioso e critico, dal 1967 insegna Letteratura Italiana all’Università di Torino. Ha pubblicato, dopo Astrazione e realtà (1960), un gran numero di opere che riguardano figure e tempi della letteratura italiana, da Dante a Marino, da Petrarca ad Ariosto, da Boccaccio a D’Annunzio, da Tasso a Sbarbaro, a Montale, a Pavese e ad altri contemporanei. Ha scritto diverse raccolte di versi. E’ responsabile scientifico del Grande Dizionario della Lingua Italiana.

Bibliografia

(Tra i titoli più recenti:)

Invito alla lettura di Gabriele D’Annunzio, Mursia, 1990
La simbologia di Giovanni Pascoli, Mucchi, 1990
Tre sogni nella letteratura-Una stagione fiamminga con Giorgio, Porreca, G. Paolo, AGE-Alfredo Guida Editore, 1992
Parodia e pensiero: Giordano Bruno, Greco e Greco, 1997
Le capricciose ambagi della letteratura, Tirrenia-Stampatori, 1998
Il vero Ettorre: l’eroe del “Giorno”, Edizioni dell’Orso, 1999
Il terzo giorno, Pironti, 1999
La quarta triade con Giuliano Gramigna e Angelo Mundula, Spirali, 2000
Ludovico Ariosto-Torquato Tasso con Sergio Zatti, Editalia, 2000
L’orologio d’Italia. Carlo Levi ed altri racconti, Libroitaliano World, 2001
Le vane nevi, Bonaccorso, 2002
Corrado Alvaro. Atti del Convegno (Mappano Torinese) con Marziano Guglielminetti , Morace Aldo M., Falzea, 2002
Addio alla poesia del cuore, Sovera Multimedia, 2002
I miti e il sacro. Poesia del Novecento, Pellegrini, 2003
Le langhe e i sogni, Joker, 2003
La buona gara, Libroitaliano, 2003
Tre poeti. Vol.1, Zaccagnino, 2003 (con Amoretti Giangiacomo; Balbis Giannino)
La teoria e le interpretazioni, Guida 2005
Il pipistrello a teatro. Saggi su Luigi Pirandello, Bonaccorso, 2006
Le cortesie e le audaci imprese. Moda, maghe e magie nei poemi cavallereschi, Manni, 2006
(Im)pure tracce. Caratteri della poesia italiana del Novecento, con Lorenzini Niva; Giovanardi Stefano, Unicopli, 2006.

7 pensieri su “Poesie. Giorgio Bàrberi Squarotti

  1. fabry2007

    ottimo post, Giovanni, grazie di cuore.
    Bàrberi Squarotti è un raffinatissimo critico che riesce ad essere autentico poeta. la perfezione della forma si orienta sempre alla ricerca di un senso. un’opera da conservare con cura.

    Rispondi
  2. Giovanni Nuscis

    Grazie a te, Fabrizio.
    Concordo appieno. Conosco di Giorgio Bàrberi Squarotti più l’opera poetica che quella critica, talmente vasta da oscurare, inevitabilmente, la prima.
    In un blog come il nostro, con sottotitolo che richiama la parola “bellezza”, credo che queste poesie parlino da sole.

    Giovanni

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  3. marino

    Ricordo con affetto le grandi recensioni di Barberi Squarotti al compianto Francesco Rum. Sarebbe bello pubblicare anche le poesie di Barberi Squarotti e di Giangiacomo Amoretti di cui si sa troppo poco e che invece credo meriti molto.

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  4. fioriantonio

    E’ vero, un senso sempre, oltre l’accurata forma. Ottima scelta di Nuscis, l’ultima esemplare.
    Antonio

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  5. raffrag

    Dopo quasi quarant’anni trascorsi a fare il chimico, ritorno infine ai miei studi giovanili e metto ordine nei miei scritti. Il primo risultato è la pubblicazione di un libro di poesie (La ruggine degli aghi). Di sorpresa, quasi subito, ricevo una nota di Bàrberi Squarotti, che non conoscevo per essermi, appunto, dedicato a cose poco o niente letterarie, e credo che, a ragione, nemmeno lui mi conoscesse. Gli devo un ringraziamento per la sua generosità. Gli devo un ringraziamento, soprattutto, per ‘Tre soli anni’, semplice e intensa.

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