In morte di Cossiga, di Ivan Carozzi

Me ne vado tra i pellerossa
o tra i mammutones
Il fatto è che sono già sottile sottile
e fatico a pensare, a ricordare
Con tutte le accuse e gli insulti che si levano in rete
come frecce
io mi ci soffio il naso
che già mi cola di liquidi nerastri
sulla camicia azzurra stirata di Presidente pensionato
La connessione fra me e voi si fa sempre più lenta e disturbata
fischi, sibili strozzati, un pochettino di rumore bianco
riesco a vedere qualche post
su Twitter, su Facebook
qualche commento iroso incazzato
null’altro
e dei Palestinesi, di quella bomba sul treno -ma dove poi? A Milano? A Bologna? A Peteano?
non rammento più niente
tutto un nevischio elettronico che mi scende bianco sull’occhiale
Allora me ne torno lassù, in Sardegna, e buonanotte
Sto sull’auto blu speciale
Guida Attilio
in guanti bianchi, mi pare
Attilio è un gladiatore padovano
forse ordinovista, non saprei
anche qui il ricordo sfuoca e impallidisce
come una lampadina a basso consumo
Vedo il guanto bianco che si aziona
è Attilio che mette un filo d’autoradio
andiamo lungo un viale d’aria
buio
tra dolmen, nuraghi e palme nane
un rumore basso e marginale, di aspirapolvere
(dev’essere che ancora la sento alle mie spalle
che passa e ripassa sul tappeto
oppure no, queste che sento son le mie pantofole di nappa che m’inseguono, pantofole Moreschi)
e distante appare il fuoco estivo di un piromane, nel Supramonte
Ogni minuto la connessione con voi si fa più lenta e disturbata
Il sedile m’inghiotte
come una vagina di velluto
la voce di mia madre che dice: ‘Torna qui, da dove sei venuto’
Finisce invece che trapasso nel bagagliaio
e lì trovo Moro, Giorgiana e Lo Russo lo studente
Qualcuno picchia sul metallo
sono mille chiavi inglesi: non hai pagato caro, non hai pagato tutto!
andate in culo, penso
Grazie ad Attilio
son già nello spazio più profondo
avvolto in un cielo scuro
come quel carbone dolce
che vidi tinto sull’occhio amoroso e funestato di Adriana
la Faranda
Pianeta Kappa in vista
Gallura
Barbagia
mio cugino Enrico
Fiammelle rosse e bianche
identiche alle penne di quel copricapo indiano che indossai a Chicago
Avevo un tempo una stanza con dieci computer
avevo un tempo centodieci cellulari
da radioamatore il mio nome era Iofcg
ma qui non c’è più campo
vento in faccia, ora sto sciolto sulla cresta tricolore
che cucì la prima e la seconda Repubblica
Poi più nulla per un pezzo
Mi veniva facile dire ‘Ti voglio bene’
Ma pure ‘Infiltrate e picchiate duro, che ci scappi il morto’
Depresso, euforico
Sono meno pazzo
ogni secondo un grammo più leggero
E’ d’estate, il giorno in cui vi lascio: un gelatone o un malloreddu?
non ho più gusto nè lingua
anche su questo mi sento incerto e sfarinato.

2 pensieri su “In morte di Cossiga, di Ivan Carozzi

  1. sparz

    sì, ma non è che uno, morendo, si guadagna la patente di intoccabile. Io ricordo bene cosa pensavo, ai tempi, di Kossiga.

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